Storie di culto: le trenta sette più incredibili ed estreme del mondo

Il titolo originale è “Cult Following” e il gioco di parole dice già molto: “following” come sostantivo (il seguito, i seguaci) ma anche come participio (seguire, aderire). L’edizione italiana, pubblicata da TEA nella collana Varia, perde il doppio senso ma guadagna in chiarezza: trenta storie, trenta sette, trecento anni di manipolazione, fanatismo e bisogno disperato di appartenenza.
J.W. Ocker è un autore americano vincitore dell’Edgar Award, noto per libri come “Cursed Objects” e “The United States of Cryptids“, tutti pubblicati da Quirk Books. Il suo territorio è la zona grigia tra il bizzarro e il perturbante: storie vere che sembrano inventate, raccontate con una scrittura che alterna il rigore documentario al sarcasmo calibrato. Questo libro è il suo lavoro più ambizioso perché affronta un tema in cui il confine tra il ridicolo e il tragico è sottilissimo, e attraversarlo nel modo sbagliato significa mancare di rispetto alle vittime o banalizzare i meccanismi che le hanno intrappolate.
La prima scelta strutturale è anche la più intelligente. Ocker non organizza le trenta sette per tipo di credenza (ufologiche, millenariste, esoteriche) né per epoca, ma per ciò che gli adepti cercano al momento dell’adesione: verità, protezione, uno scopo, salvezza, miglioramento. Sono le cinque sezioni del libro e sono anche le cinque ragioni per cui una persona normale, istruita, intelligente finisce per consegnare la propria vita a un estraneo carismatico. La tesi dell’introduzione è netta: aderire a una setta non è un difetto di intelligenza, è un difetto di circostanze. Chi entra in una setta cerca esattamente le stesse cose che tutti noi cerchiamo. La differenza sta nella mano che si protende a offrirglielo.
Il catalogo è impressionante. Si va dal Raelismo (un pilota da corsa francese che nel 1973 incontra un alieno alto un metro e venti su un vulcano e fonda una religione) ai Breathariani (che credono si possa vivere senza mangiare: il fondatore Wiley Brooks sostiene di non aver toccato cibo per diciassette anni, ma viene fotografato mentre esce da un McDonald’s); dal Tempio del Popolo di Jim Jones (il suicidio-omicidio di massa di Jonestown, 1978, oltre novecento morti) ai Los Narcosatanicos (trafficanti di droga nel Messico degli anni Ottanta che praticano sacrifici umani); dalla famiglia Manson ai Davidiani del Ramo di Waco; dalla NXIVM (la setta del “miglioramento personale” che reclutava attrici di Hollywood e marchiava a fuoco le adepte) alla Ho No Hana Sanpogyo (il cui fondatore giapponese sosteneva di poter predire il futuro leggendo i piedi degli adepti). E ancora: l’Ordo Templi Orientis, l’Ordine del Tempio Solare, i Bambini di Dio, il movimento Rajneesh, l’Aum Shinrikyo, l’Istituto Sullivan, i Cercatori, Heaven’s Gate, l’Unità Koreshana che credeva che la Terra fosse cava e che l’umanità vivesse sulla superficie interna di una sfera.
Il merito principale di Ocker è la gestione del tono. Ogni capitolo dura una quindicina di pagine: abbastanza per contestualizzare il fondatore, descrivere il meccanismo di reclutamento, raccontare l’ascesa e la caduta del gruppo, non abbastanza per un’analisi esaustiva. È una scelta consapevole: il libro non è un trattato accademico, è un catalogo ragionato che funziona come punto di ingresso. Chi vuole approfondire trova la bibliografia essenziale in fondo al volume. Il tono oscilla tra l’ironia e la pietà, ma non scivola mai nel cinismo. Ocker ride delle credenze, non dei credenti. E quando il racconto arriva alla tragedia (Jonestown, Waco, i suicidi di Heaven’s Gate, i massacri dell’Aum Shinrikyo nella metropolitana di Tokyo) il sarcasmo si spegne e resta solo la cronaca.
Nell’epilogo Ocker svela qualcosa di personale: il libro è stato scritto durante il periodo più difficile della sua vita. Questa confessione retroillumina tutto ciò che precede. L’autore non guarda le sette dall’alto, le guarda dal basso: dalla posizione di chi capisce cosa significhi aggrapparsi a una mano che si protende, senza badare a chi appartenga, pur di non annegare. È da questa posizione che formula la sua conclusione più lucida: le sette non rispondono a un bisogno spirituale, rispondono a un bisogno biologico. Finché esisteranno esseri umani, esisteranno sette.
Due osservazioni. La prima: il libro è interamente centrato sul mondo anglosassone e su fenomeni noti alla cultura americana. Mancano le sette europee, africane, sudamericane non anglofone. Non è un difetto dell’autore (che scrive per un pubblico americano) ma un limite da segnalare al lettore italiano, che potrebbe aspettarsi una panoramica più universale. La seconda: la definizione di “setta” utilizzata da Ocker (quella di Robert Jay Lifton: capo carismatico, processo di indottrinamento, meccanismo di sfruttamento) è volutamente ampia e consente di includere fenomeni molto diversi tra loro, alcuni dei quali (il movimento di John Frum, il Raelismo) non hanno prodotto né morti né violenze. Questa ampiezza è un pregio narrativo ma un limite analitico: mettere sullo stesso piano Jonestown e la podomanzia giapponese rischia di diluire la gravità del fenomeno settario nei suoi esiti più estremi.
Detto questo, il libro funziona. Funziona come lettura, funziona come catalogo, funziona come strumento per capire perché “setta” è una parola che riguarda tutti, non solo gli ingenui. E funziona soprattutto come promemoria: i sette punti comuni che Ocker identifica nell’epilogo (le regole non si applicano al capo, il capo si considera unico, l’organizzazione si isola, agisce su predizioni imminenti, impoverisce gli adepti, ricicla idee altrui, ha un nome pomposo) sono una griglia applicabile a più contesti di quanti si vorrebbe ammettere.

Author: Redazione

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