I cecchini del weekend

Tre persone risultano attualmente indagate dalla Procura di Milano per omicidio volontario continuato e aggravato da motivi abietti. L’ipotesi accusatoria è che abbiano sparato a civili inermi durante l’assedio di Sarajevo, tra il 1992 e il 1995. Non si tratterebbe di militari o mercenari: secondo la ricostruzione degli inquirenti, erano civili occidentali che avrebbero pagato per farlo. L’indagine, condotta dal Ros dei carabinieri e coordinata dal procuratore Marcello Viola e dal pm Alessandro Gobbis, nasce da un esposto depositato dallo scrittore Ezio Gavazzeni insieme agli avvocati Guido Salvini e Nicola Brigida. Lo stesso materiale confluito nell’esposto è alla base del libro “I cecchini del weekend. L’inchiesta sui safari umani a Sarajevo” (PaperFIRST, 2026, 18,50 euro), uscito in libreria il 17 marzo e presentato su Rai 3 a Presa Diretta il 15 marzo.
Il fenomeno che Gavazzeni ricostruisce era noto a Sarajevo da trent’anni e già documentato nel 2022 dal regista sloveno Miran Zupanic nel documentario “Sarajevo Safari“. I bosniaci li chiamavano con un termine che non ha bisogno di traduzione: “safari“. Durante i 1.425 giorni dell’assedio, ricchi stranieri provenienti da diversi paesi occidentali avrebbero raggiunto le postazioni dei cecchini serbo-bosniaci sulle colline intorno alla città e, dietro pagamento, avrebbero sparato alla popolazione civile. Il tutto si sarebbe consumato nell’arco di un fine settimana.
Quello che il libro aggiunge alla documentazione già esistente è la ricostruzione del presunto versante italiano dell’organizzazione. Gavazzeni, scrittore milanese con undici pubblicazioni all’attivo e un precedente lavoro con Salvatore Borsellino (“La furia degli uomini“, Mursia, 2022), ha raccolto in anni di lavoro le testimonianze di accompagnatori, intermediari e testimoni diretti mai ascoltati prima in sede ufficiale. Ne emergerebbe un quadro strutturato: un’agenzia di security milanese che avrebbe reclutato i partecipanti chiamandoli in codice “arcieri“, un punto di raccolta che l’autore ha individuato a Trieste, un magazzino alla periferia di Milano, in viale Mecenate, come presunto luogo di ritrovo prima delle partenze.
Il dettaglio più difficile da leggere riguarda il tariffario che, secondo le testimonianze raccolte nel libro, avrebbe regolato questa attività. Ogni cecchino “turista” avrebbe ricevuto come trofeo un bossolo colorato in base al tipo di bersaglio colpito: azzurro o rosa per un bambino o una bambina, rosso per un uomo, giallo per una donna, nero e azzurro per un anziano, con varianti per i militari. Stando alle fonti di Gavazzeni, i bambini sarebbero stati il bersaglio più costoso. I numeri forniti dall’autore parlano di circa 500 persone che sarebbero state coinvolte, di cui 230 italiani: professionisti, imprenditori, persone facoltose. Si tratta di una stima basata sulle fonti raccolte, non di un dato giudiziario.
Il primo nome emerso pubblicamente è quello di Giuseppe Vegnaduzzo, 80 anni, ex autotrasportatore residente in provincia di Pordenone, interrogato dalla Procura di Milano il 9 febbraio 2026. Secondo le testimonianze acquisite, si sarebbe vantato con colleghi e conoscenti di essere andato “a fare la caccia all’uomo” nella Sarajevo assediata. L’indagato ha respinto le accuse, dichiarando di essersi recato in Bosnia solo per lavoro e che i suoi racconti sarebbero stati ingigantiti dai testimoni. Successivamente il numero degli indagati è salito a tre, con l’iscrizione nel registro di un facoltoso imprenditore lombardo e di un uomo residente nel centro Italia. Il fascicolo resta aperto e altri nomi sarebbero al vaglio degli investigatori.
Il libro ha il merito di porre una domanda che nessuno aveva posto con questa forza documentale: perché in trent’anni questo fenomeno non è mai stato oggetto di un’indagine giudiziaria in Italia? Gavazzeni sostiene che denunce erano state presentate e che la Digos aveva ricevuto segnalazioni, senza che nulla si muovesse. L’ex agente dell’intelligence bosniaca Edin Subasic, le cui dichiarazioni sono confluite nell’esposto, avrebbe riferito di aver avuto contatti con il Sismi già nel 1994, e che i servizi italiani sarebbero stati informati dai colleghi bosniaci dell’esistenza dei “tiratori turistici” in partenza da Trieste. L’ex sindaca di Sarajevo Benjamina Karic ha trasmesso alla Procura di Milano, tramite l’Ambasciata d’Italia, un rapporto con richiesta di costituirsi come parte offesa.
Il limite principale del lavoro è anche la sua forza: si tratta di un’inchiesta giornalistica, non di un procedimento giudiziario concluso. Le fonti sono per lo più anonime o indicate con pseudonimi (il testimone principale è chiamato “il francese“), le testimonianze non sono state sottoposte a contraddittorio, e alcune affermazioni restano allo stadio dell’indicazione senza riscontro pubblico verificabile. I familiari del primo indagato hanno parlato di “strumentalizzazione mediatica” legata al lancio del libro. La scelta di Gavazzeni di depositare contestualmente un esposto in Procura segnala tuttavia la volontà di sottoporre il materiale alla verifica giudiziaria. Il fatto che l’indagine sia in corso, che il Ros stia incrociando passaporti, biglietti aerei e registri di frontiera dell’epoca, e che la cooperazione internazionale sia stata attivata con il Meccanismo Residuale per i Tribunali Penali Internazionali, indica che la magistratura ha ritenuto il materiale meritevole di approfondimento. Le eventuali responsabilità penali potranno essere accertate solo all’esito del procedimento.

Author: Redazione

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