Il ragionevole dubbio di Garlasco. Un giudice nel labirinto del caso di cronaca più discusso d’Italia

Il libro di Stefano Vitelli, il magistrato che nel dicembre 2009, da giudice monocratico in rito abbreviato a Vigevano, assolse Alberto Stasi dall’accusa di aver ucciso Chiara Poggi, non è soltanto un libro sul delitto di Garlasco. È qualcosa di più raro: la testimonianza di un uomo che ha vissuto la vertigine del giudicare e ha il coraggio di raccontarla senza arroganza e senza pentimento.
Vitelli, affiancato dal giornalista de La Stampa Giuseppe Legato, ci porta dentro il suo percorso intellettuale e umano. Racconta di aver adottato un approccio socratico: mettere in discussione se stesso prima ancora che gli indizi. Di essersi confrontato, nelle sere più difficili, con la propria madre e con pochi amici fidati, persone capaci solo di consigliargli umiltà e prudenza nel giudizio, quelle stesse virtù che il Presidente Mattarella ha recentemente indicato ai giovani magistrati come bussola irrinunciabile.
Il libro affronta uno per uno i passaggi probatori, la telefonata al 118, l’alibi informatico, l’impronta sul dispenser, il DNA sulle unghie di Chiara che non apparteneva a Stasi, il movente mai trovato, e su ciascuno compie un’operazione anzitutto metodologica: valutare ogni indizio nella sua singolarità prima di qualsiasi sintesi. Lo fa con un’immagine efficace: un fascio di fragili ramoscelli non regge il peso di un vaso di fiori, ci vogliono solidi arbusti. Tanti zeri sommati non fanno un’unità. L’acqua, racconta, rimase limacciosa e il fondale non si vide mai. Non vederlo significava non poter condannare.
È l’antidoto contro l’effetto tunnel: la tendenza a cercare conferme a un’ipotesi iniziale anziché aprirsi a tutte le direzioni. Chi ha fatto indagini sa quanto sia insidioso quel meccanismo. La grandezza di un sistema giudiziario equilibrato sta nell’aver previsto un contrappeso: un giudice terzo, con il dovere morale di dire non basta.
Ma il cuore di queste centoquaranta pagine è altrove: nella domanda su cosa significhi giudicare un altro essere umano. Vitelli la affronta con compagni di viaggio inattesi per un testo giudiziario: Cartesio, Agostino, Kant e quel legno storto dell’umanità da cui non esce nulla di interamente dritto, Jung e la sua constatazione che pensare è così difficile che la maggior parte degli uomini preferisce emettere giudizi. Stasi divenne il biondino dagli occhi di ghiaccio, un’etichetta che conteneva già un verdetto, prima che il processo avesse inizio. Nel processo mediatico, denuncia Vitelli, l’indagato diventa presunto colpevole, e il libero convincimento del giudice si trasforma in un esercizio solitario di resistenza.
Vitelli non pretende di avere ragione. Non dice se Stasi sia innocente o colpevole, e non lo ha mai detto. Usa un’immagine calcistica: è stato come un giocatore chiamato a battere un rigore, sapendo che il resto della partita sarebbe stato dimenticato. Se lo abbia battuto bene o male, non sta a lui dirlo. Quello che gli compete è spiegare perché ha calciato in quella direzione. E la direzione era il dubbio, non come debolezza, ma come esercizio supremo di responsabilità verso l’essere umano che gli stava davanti. Perché un errore giudiziario non si cancella con una rettifica: si sconta in anni di carcere che nessuno restituirà, vita perduta che non può più essere ritrovata. Il ragionevole dubbio non è una sconfitta, scrive Vitelli. È una vittoria dello Stato liberal-democratico. Questo libro andrebbe letto da chiunque si sia mai trovato a esprimere un giudizio sulla vita di un’altra persona. Soprattutto da chi è convinto che giudicare sia facile.

Author: Redazione

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