Quando i tre parametri classici della medicina legale non bastano più, quando ipostasi, rigidità e temperatura corporea si sono ormai risolti e il corpo è in avanzato stato di decomposizione, la datazione della morte sembra diventare impossibile. È a questo punto che intervengono testimoni silenziosi e insospettabili: gli insetti. L’entomologia forense è la disciplina che studia gli artropodi che colonizzano un cadavere per stimare l’intervallo post mortale, soprattutto quando i metodi classici della medicina legale non sono più sufficienti. Si fonda su un principio biologico semplice e implacabile: un corpo senza vita è un ecosistema, e quell’ecosistema si popola secondo regole in parte prevedibili.
Il fondamento della disciplina è la successione faunistica. Un cadavere non viene colonizzato da tutti gli insetti nello stesso momento, ma da gruppi diversi che si avvicendano in ondate, ciascuna legata a uno specifico stadio di decomposizione. I primi ad arrivare, entro pochissime ore dal decesso, sono i ditteri, cioè le mosche, in particolare le famiglie dei Calliphoridae e dei Sarcophagidae. Sono attratti dagli odori della decomposizione e depongono uova o, in alcune specie, direttamente larve nelle zone umide del corpo, dove sono presenti mucose o ferite. Man mano che il corpo si trasforma, subentrano altre famiglie di ditteri, poi i coleotteri, predatori delle larve o consumatori dei tessuti ormai disseccati. Ogni ondata ha i suoi protagonisti, e la loro presenza o assenza racconta a che punto è la decomposizione.
Per stimare l’intervallo post mortale, cioè il tempo trascorso dalla morte, l’entomologo dispone di due approcci complementari. Il primo si basa sullo studio della biocenosi, cioè della comunità di specie presenti sul cadavere: è il metodo utilizzato quando è trascorso molto tempo e si sono già succedute più ondate di colonizzatori. Riconoscere quali specie sono presenti e quali sono già andate via consente di collocare il decesso in una finestra temporale. Il secondo approccio si basa sullo stadio di sviluppo delle larve: è il metodo utilizzato quando è trascorso poco tempo e sono protagonisti i ditteri della prima ondata. Le mosche depongono uova o larve, dalle uova nascono le larve, che attraversano stadi di crescita ben definiti prima di trasformarsi in pupe e infine in insetti adulti. Misurando la dimensione e lo stadio delle larve rinvenute sul corpo, l’entomologo calcola quanto tempo è passato dalla deposizione delle uova o delle larve, e quindi, indirettamente, dalla morte.
Il calcolo non è però automatico, perché lo sviluppo degli insetti è temperatura-dipendente. Le larve crescono più velocemente al caldo e più lentamente al freddo. Per questo l’entomologo utilizza il concetto di gradi-ora o gradi-giorno accumulati, cioè la quantità di calore utile allo sviluppo che l’insetto ha ricevuto nel tempo, calcolata in rapporto alla soglia minima di sviluppo della specie. Conoscendo la specie, il suo stadio e le temperature registrate nel luogo del ritrovamento nei giorni precedenti, si risale al momento della colonizzazione. Questo rende il metodo molto utile, ma anche estremamente dipendente dalla correttezza dei dati ambientali: un errore nella ricostruzione delle temperature si traduce in un errore nella stima.
Numerosi fattori influenzano la colonizzazione e devono essere considerati. L’esposizione del corpo, la sua accessibilità, la presenza di indumenti o di materiali che lo coprono, l’umidità, le precipitazioni, la presenza o l’assenza di ossigeno. Un corpo esposto all’aria aperta viene colonizzato in modo diverso rispetto a un corpo sepolto, immerso in acqua o chiuso in un ambiente confinato. In un cadavere all’aperto le ondate di colonizzazione possono essere numerose e la biodiversità elevata; in un corpo sotto terra le ondate si riducono e le specie diminuiscono. L’entomologo deve conoscere queste variabili e interpretare i dati alla luce delle condizioni specifiche del ritrovamento.
La disciplina ha radici antiche. Già nel 1848 Mathieu Orfila, il padre della tossicologia forense, raccolse insetti da un cadavere nel corso dei suoi accertamenti, senza però utilizzarli per la datazione. Il primo a farlo fu il medico francese Bergeret, che nel 1855 risolse un caso di infanticidio: il corpo di un neonato era stato trovato murato nel camino di una casa, e attraverso l’analisi degli insetti presenti sui resti Bergeret stabilì che la morte risaliva a diversi anni prima, scagionando gli occupanti dell’epoca e indirizzando i sospetti sui precedenti abitanti. In Italia un episodio analogo si registrò a Padova nel 1874, quando per datare un piccolo cadavere mummificato ritrovato in una soffitta vennero utilizzati i pupari, cioè gli involucri pupali, e le larve che avevano colonizzato i resti. La nascita della moderna entomologia forense si data però al 1894, con la pubblicazione de “La faune des cadavres” di Jean-Pierre Mégnin, che descrisse la successione degli artropodi sul cadavere e concepì il corpo come un ecosistema dinamico con una sua precisa successione faunistica.
Oggi l’entomologia forense è una disciplina scientifica strutturata, con banche dati sulle successioni entomologiche specifiche per area geografica, indispensabili perché la fauna necrofaga varia da regione a regione e da clima a clima. In Italia esistono gruppi di ricerca universitari che hanno condotto studi sulle specie presenti nel territorio nazionale, contribuendo a costruire i riferimenti su cui si basano le perizie nei casi reali. La disciplina trova la sua massima applicazione nei casi di ritrovamento di corpi non identificati o in avanzato stato di decomposizione, dove i metodi tradizionali della medicina legale non offrono più risposte affidabili.
L’entomologia forense non fornisce un’ora esatta della morte. Fornisce un intervallo, una finestra temporale, tanto più precisa quanto più accurati sono i dati raccolti sulla scena e quanto più tempestivo è il prelievo dei reperti entomologici. Come per ogni altra disciplina criminalistica, il suo valore dipende dalla qualità del lavoro svolto sul luogo del ritrovamento: le larve vanno campionate correttamente, alcune conservate e altre lasciate crescere in laboratorio in condizioni controllate per determinarne la specie, le temperature vanno ricostruite con l’aiuto delle stazioni meteorologiche. Un insetto, da solo, non incastra nessuno. Ma la sua presenza, letta da chi sa interpretarla, può collocare una morte nel tempo con una precisione che nessun altro metodo, oltre una certa soglia, è in grado di offrire.














