Una volta isolata, documentata, repertata e analizzata nei suoi elementi fisici e biologici la scena del crimine, resta il passaggio più delicato: capire cosa può essere accaduto, quale dinamica sia compatibile con le tracce raccolte, quale movente possa aver orientato l’azione e quale tipo di autore sia coerente con gli elementi che sono emersi. In pratica si passa dall’osservazione all’interpretazione: dalla scena come luogo fisico alla scena come insieme di dati da mettere in relazione.
La ricostruzione della dinamica è il primo passo. Consiste nel tentare di determinare la sequenza degli eventi: chi è entrato, da dove, con quale arma, in quale posizione poteva trovarsi la persona offesa, quanti colpi sono stati inferti, in quale ordine, da quale angolazione, se vi sia stata colluttazione, se il corpo sia stato spostato, se la scena sia stata alterata. Gli strumenti per farlo appartengono alle varie discipline criminalistiche: la BPA contribuisce a interpretare posizioni e movimenti attraverso le tracce ematiche, la balistica studia le traiettorie dei proiettili, la medicina legale ricostruisce causa ed epoca della morte, la planimetria e il modello 3D aiutano a comprendere le relazioni spaziali. La dinamica si fonda su dati fisici misurabili e, quando possibile, verificabili anche attraverso simulazioni o prove sperimentali; resta però sempre un’attività interpretativa, nella quale il margine di incertezza non può essere eliminato del tutto.
La ricerca del movente è il territorio più scivoloso. Perché si uccide? La risposta non è quasi mai semplice, e raramente si trova già scritta sulla scena. La vittimologia, cioè lo studio della persona offesa, è uno dei punti di partenza: chi era, che vita conduceva, chi frequentava, quali relazioni intratteneva, quali conflitti o esposizioni al rischio potevano riguardarla. Una vittima scelta tra estranei può orientare verso scenari diversi rispetto a una vittima che conosceva il proprio aggressore, ma non basta da sola a definire il movente. Anche l’arma utilizzata offre indicazioni, purché non venga letta in modo automatico: un’arma portata sulla scena può suggerire preparazione o premeditazione, ma può avere anche altre spiegazioni; un’arma trovata sul posto può indicare una dinamica impulsiva, ma non la prova. Il numero dei colpi e l’accanimento sul corpo, il cosiddetto overkilling, possono far pensare a una componente emotiva, relazionale o simbolica, ma devono essere valutati insieme agli altri dati. La presenza o l’assenza di violenza sessuale può orientare verso alcune categorie di movente, senza chiudere il campo. Nessuno di questi indicatori è conclusivo da solo; è la loro combinazione, letta insieme ai riscontri esterni, a rendere una ricostruzione più o meno plausibile.
Qui si entra nel campo del criminal profiling. Nella sua forma moderna e più nota al grande pubblico, questa disciplina si struttura negli anni Settanta all’interno della Behavioral Science Unit dell’FBI, grazie anche al lavoro degli agenti John Douglas e Robert Ressler. In quegli anni vengono intervistati numerosi criminali violenti detenuti, tra cui alcuni serial killer americani, con l’obiettivo di individuare ricorrenze comportamentali, modalità d’azione e tratti comuni nelle scene del crimine. Nel 1988 Douglas e Ressler pubblicano, insieme alla ricercatrice Ann Wolbert Burgess, Sexual Homicide: Patterns and Motives, uno studio destinato a diventare un riferimento. Nel 1992 esce il Crime Classification Manual, manuale di classificazione dei crimini violenti che contribuisce a sistematizzare quel metodo di lettura.
Il contributo più noto di Douglas e Ressler è la distinzione tra scene organizzate e disorganizzate. Secondo il modello classico, una scena organizzata presenta elementi di pianificazione: la vittima può essere selezionata, l’arma può essere introdotta sulla scena e poi portata via, il corpo può essere nascosto o spostato, le tracce possono essere ridotte, la scena può apparire controllata. In questa prospettiva, l’autore organizzato viene descritto come un soggetto capace di mantenere un certo controllo emotivo e operativo durante l’azione. La scena disorganizzata, al contrario, rimanda a un’azione più impulsiva: l’arma può essere trovata sul posto o abbandonata, il corpo lasciato in vista, la scena apparire caotica, le tracce essere più numerose. In questo caso il modello ipotizza un autore con minore capacità di pianificazione e controllo. Sono però categorie orientative, non criteri assoluti. Nella realtà la maggior parte delle scene presenta caratteristiche miste, e la distinzione tra organizzato e disorganizzato va intesa come un continuum, non come una diagnosi della personalità dell’autore.
Tre concetti completano il quadro interpretativo della scena: modus operandi, firma e staging. Il modus operandi è l’insieme delle azioni che il criminale compie per realizzare il delitto: come si avvicina alla vittima, come la controlla, come agisce, come si allontana. È un comportamento dinamico, che può modificarsi nel tempo man mano che l’autore acquisisce esperienza, commette errori o cambia strategia. La firma, o signature, è invece un comportamento non necessario alla realizzazione materiale del delitto, ma legato a un bisogno psicologico dell’autore: una ritualità, una particolare disposizione del corpo, un messaggio, un gesto ripetuto. A differenza del modus operandi, tende a mantenere una certa coerenza, anche se la sua espressione concreta può evolversi. Lo staging è l’alterazione deliberata della scena prima dell’arrivo degli investigatori, con lo scopo di depistare l’indagine, simulare un’altra dinamica o proteggere qualcuno: ad esempio presentare un omicidio come suicidio, una violenza come rapina, un delitto relazionale come aggressione casuale.
Una variante spesso richiamata è l’undoing, cioè la modificazione post-delittuosa della scena attraverso gesti apparentemente riparativi: coprire il volto della persona offesa, ricomporre gli abiti, spostare il corpo in una posizione più composta. È un fenomeno da interpretare con molta cautela. Può rimandare a colpa, ambivalenza, vergogna, legame precedente con la vittima o bisogno di attenuare simbolicamente l’atto compiuto; non dimostra da solo né il rimorso né una relazione affettiva, ma può diventare un elemento significativo se trova conferma nel resto dell’indagine.
Il profilo che emerge dall’analisi di questi elementi non è un identikit. Non fornisce un nome, un’età precisa, un indirizzo. È un insieme di caratteristiche probabili o compatibili dell’autore, come sesso, fascia d’età, livello di istruzione, tipo di occupazione, stato relazionale, possibile area di residenza, eventuali precedenti o familiarità con la vittima. Queste indicazioni derivano dalla tipologia della scena, dalla vittimologia, dalla dinamica, dal modus operandi e dagli eventuali elementi di firma. Il profilo serve a restringere il campo dei sospettati, a orientare alcune verifiche, a stabilire priorità negli accertamenti e nella valutazione degli alibi. Non sostituisce l’indagine, non individua il colpevole e non può reggere un’accusa in assenza di riscontri esterni. Nella pratica giudiziaria, compresa quella italiana, non ha valore di prova autonoma.
Il criminal profiling, proprio perché affascinante e molto rappresentato dalla cinematografia e dalle serie televisive, va maneggiato con prudenza. La classificazione organizzato/disorganizzato è stata oggetto di critiche significative: nasce da un campione ristretto di interviste, è costruita in larga parte in modo retrospettivo e produce categorie che nella pratica spesso si sovrappongono. Il profiling funziona meglio nei crimini seriali o ripetitivi, dove la reiterazione consente di riconoscere schemi comportamentali; è più debole nei delitti singoli, dove il campione è uno solo e ogni deduzione rischia di essere sovraccaricata. Può essere utile per formulare ipotesi investigative, ma non deve essere trasformato in una lettura psicologica certa dell’autore.
La scena del crimine, dunque, non è soltanto un luogo fisico da documentare e da cui estrarre tracce. È anche un insieme di segni da interpretare, purché l’interpretazione resti ancorata ai dati. Le tracce fisiche aiutano a capire cosa può essere accaduto; la dinamica prova a ordinare gli eventi; il movente cerca una ragione plausibile; il profilo individua caratteristiche compatibili con l’azione. Nessuno di questi livelli basta da solo. Insieme, però, possono orientare l’indagine verso una ricostruzione verificabile: non una narrazione suggestiva del delitto, ma un percorso controllato che va dalla scena agli elementi di prova, dalle tracce alle responsabilità.
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