La genealogia genetica investigativa: quando a tradire l’assassino è un cugino lontano

Nell’aprile del 2018 la polizia della contea di Sacramento arrestò un uomo di settantadue anni, ex agente di polizia, che viveva tranquillo in un sobborgo della California. Si chiamava Joseph James DeAngelo ed era il Golden State Killer, responsabile di almeno tredici omicidi e di circa cinquanta violenze sessuali commessi negli anni Settanta e Ottanta. Per oltre quarant’anni le indagini tradizionali non erano riuscite a identificarlo. A tradirlo non fu una sua impronta, né un testimone, né una confessione, ma il DNA di alcuni parenti lontani che non avevano alcun rapporto con l’indagine e che, nella maggior parte dei casi, nemmeno lo conoscevano. Quell’arresto portò per la prima volta la genealogia genetica investigativa all’attenzione del grande pubblico.
La tecnica nasce dall’incontro tra due mondi rimasti fino a quel momento separati. Da un lato la genetica forense, che analizza il DNA rinvenuto sulla scena di un crimine confrontandolo con le banche dati di polizia, come il CODIS statunitense o la Banca dati nazionale italiana: queste esaminano un numero limitato di marcatori STR, venti nel sistema CODIS statunitense, e cercano soprattutto una corrispondenza diretta, mentre eventuali ricerche familiari hanno portata limitata e restano ristrette a parentele ravvicinate. Dall’altro la genealogia genetica ricreativa, alimentata dai test che milioni di persone acquistano da aziende come 23andMe o Ancestry per ricostruire le proprie origini; i clienti possono scaricare i propri dati grezzi e caricarli su piattaforme di confronto come GEDmatch, create per mettere in relazione utenti di servizi diversi. La genealogia genetica investigativa collega i due mondi: lavora sul DNA autosomico, esaminando più di mezzo milione di varianti, i cosiddetti SNP, distribuite lungo tutto il genoma. Questo enorme volume di dati non serve a trovare la persona esatta, ma a misurare il grado di parentela con altri individui presenti nei database: più DNA due persone condividono, più stretto è il loro legame di sangue. Va precisato che aziende come Ancestry e 23andMe non permettono l’uso investigativo ordinario dei loro database e dichiarano di fornire informazioni alle autorità soltanto in presenza di un valido provvedimento giudiziario o del consenso dell’interessato.
Il procedimento seguito nel caso DeAngelo è diventato il modello della disciplina. Gli investigatori caricarono il profilo ricavato da un vecchio reperto su GEDmatch, un database aperto creato nel 2010 da privati. Il sistema non restituì il nome del killer, ma una lista di utenti che condividevano con lui alcuni antenati comuni, in alcuni casi parenti lontani classificati, secondo la terminologia anglosassone, come third cousins, discendenti dagli stessi trisnonni. A quel punto entrò in gioco il lavoro dei genealogisti, che con i metodi classici della ricerca, dai certificati di nascita ai censimenti, dai necrologi ai social network, ricostruirono a ritroso gli alberi che collegavano quei parenti a un antenato comune, per poi ridiscendere lungo i rami fino ai viventi. Incrociando parentela, età, sesso, luoghi e cronologia dei delitti, ridussero i candidati fino a un solo nome. Per la conferma finale recuperarono di nascosto materiale biologico dalla portiera della sua automobile e da un fazzoletto gettato nei rifiuti, e il confronto diretto con il DNA delle scene confermò l’identificazione.
Il successo di quel caso aprì una stagione di identificazioni: nel solo 2018 furono individuati sospettati in decine di cold case, e la tecnica venne applicata anche all’identificazione di vittime senza nome. Ma proprio questa potenza è all’origine dei suoi problemi. La tecnica funziona perché utilizza il DNA di persone che non sono sospettate di nulla e che, caricando il proprio profilo su una piattaforma genealogica, possono rendere indirettamente identificabili anche parenti lontani. La decisione di condividere il proprio DNA produce quindi effetti informativi su decine di consanguinei che non sono stati interpellati e che possono non conoscere neppure l’esistenza di quella condivisione. Non a caso, dopo il caso DeAngelo, GEDmatch introdusse nel 2019 un sistema di consenso specifico per le ricerche delle forze dell’ordine, consentite soltanto per determinate categorie di reati violenti e per l’identificazione di resti umani: l’uso investigativo dipende dalle condizioni della piattaforma e dalle opzioni selezionate dall’utente.
In Italia non esiste oggi una procedura ordinaria specificamente regolata per confrontare il DNA di una scena del crimine con database genealogici privati. La Banca dati nazionale del DNA, disciplinata dalla legge 85 del 2009, conserva profili forensi costruiti per l’identificazione e non i profili autosomici ad alta densità utilizzati dalla genealogia genetica. Un eventuale accesso investigativo a piattaforme private dovrebbe inoltre confrontarsi con due diversi livelli di tutela: il GDPR per il trattamento effettuato dalle società commerciali, e la direttiva europea 2016/680, recepita con il decreto legislativo 51 del 2018, per il trattamento svolto dalle autorità di polizia e giudiziarie, che ammette l’uso dei dati genetici solo quando sia strettamente necessario e assistito da garanzie adeguate. In assenza di una disciplina nazionale specifica, la tecnica non dispone quindi oggi in Italia di un percorso operativo ordinario paragonabile a quello statunitense.
L’incertezza italiana non costituisce un’eccezione, perché anche nel resto d’Europa la strada è appena all’inizio. La Svezia è stata il primo Paese europeo a risolvere un caso con questo metodo: il duplice omicidio di Linköping, nel quale nel 2004 furono uccisi un bambino di otto anni e una donna di cinquantasei. L’autore venne identificato nel 2020. Dopo quel primo impiego la tecnica fu sospesa, per mancanza di una base giuridica chiara, e il Paese si è poi dotato di una disciplina specifica, in vigore dal primo luglio 2025, che ne consente l’uso nelle indagini per omicidio e violenza sessuale aggravata quando gli altri strumenti non siano stati sufficienti.
Resta la domanda di fondo, la stessa che il caso DeAngelo ha posto fin dall’inizio: fino a che punto è accettabile che l’identificazione di un assassino passi attraverso il DNA di persone innocenti, che non hanno scelto di entrare in un’indagine e che spesso ne restano all’oscuro. La genealogia genetica investigativa ha dimostrato di poter identificare autori di delitti rimasti senza nome per quarant’anni e di restituire un’identità a vittime dimenticate. La sua efficacia è ormai dimostrata; ciò che resta da definire sono le condizioni giuridiche entro le quali la tecnica possa essere usata senza trasformare milioni di persone in inconsapevoli punti d’accesso alle proprie famiglie.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *