Secondo la stima classica attribuita a Francis Galton, la probabilità che due impronte digitali coincidano è estremamente bassa, tradizionalmente indicata in una su 64 miliardi. Le creste papillari, o creste di frizione cutanea, sono i rilievi che formano il disegno visibile sui polpastrelli, sui palmi delle mani e sulle piante dei piedi. Si sviluppano durante la vita intrauterina, a partire dalla fine del primo trimestre, attraverso l’interazione tra sviluppo dei cuscinetti volari, crescita dei tessuti e condizioni microambientali locali. È questa combinazione di fattori biologici e casuali a rendere il disegno papillare altamente individuale.
Le impronte possiedono tre proprietà che ne fanno uno degli strumenti di identificazione più consolidati a disposizione delle scienze forensi: sono permanenti, perché il disegno delle creste tende a conservarsi dalla nascita alla morte, pur crescendo con il corpo; sono individuali, perché non sono noti due individui con identico disegno papillare in tutte le caratteristiche utili all’identificazione; sono classificabili, perché le figure che formano possono essere ricondotte a categorie definite, così da consentirne l’archiviazione e la ricerca sistematica.
La scienza che studia le impronte papillari ai fini dell’identificazione personale si chiama dattiloscopia. Le prime osservazioni scientifiche sulle creste cutanee risalgono al Seicento, quando il medico italiano Marcello Malpighi studiò la cute e le strutture dell’epidermide, tanto che uno degli strati epidermici porta ancora il suo nome. Nel 1823 il fisiologo ceco Jan Evangelista Purkinje propose una prima classificazione delle impronte in nove categorie. Ma è nella seconda metà dell’Ottocento che la dattiloscopia iniziò a diventare uno strumento investigativo. Nel 1880 il medico scozzese Henry Faulds, in servizio a Tokyo, pubblicò sulla rivista Nature una lettera in cui indicava la possibile utilità delle impronte digitali per l’identificazione dei criminali. Francis Galton, nel 1892, pubblicò “Finger Prints“, il primo trattato sistematico sulla materia, nel quale studiò individualità, permanenza e classificazione delle impronte, dando rilievo alle piccole discontinuità delle creste, cioè biforcazioni, terminazioni, punti, uncini, che sarebbero poi diventate centrali nel confronto identificativo.
Juan Vucetich, funzionario di polizia a La Plata, in Argentina, sviluppò nel 1891 uno dei primi sistemi operativi di classificazione. Nel 1892 quel metodo fu utilizzato nel caso di Francisca Rojas, comunemente ricordato come il primo caso di omicidio risolto attraverso una prova dattiloscopica: la donna aveva ucciso i propri figli e simulato un’aggressione esterna, ma venne collegata alla scena da un’impronta insanguinata. In Italia il sistema di classificazione adottato è legato al nome di Giovanni Gasti, che nei primi anni del Novecento elaborò un metodo fondato sulla suddivisione dei disegni papillari in figure adeltiche, prive di delta, monodeltiche, con un solo delta, e bideltiche, con due delta, ulteriormente distinte in base ai rapporti tra il delta e il centro di figura.
Il confronto tra un’impronta rilevata sulla scena del crimine e un’impronta di riferimento avviene su più livelli progressivi. Il primo riguarda il flusso generale delle creste e la classificazione della figura: arco, ansa, verticillo o altre configurazioni riconducibili ai sistemi classificatori utilizzati. Il secondo riguarda le minuzie: si confrontano le discontinuità delle creste, la loro tipologia, la posizione, l’orientamento e la reciproca distanza. In Italia lo standard tradizionale, richiamato dalla giurisprudenza e in particolare dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 2559 del 1959, ha a lungo indicato nella concordanza di almeno 16 o 17 punti caratteristici il parametro per una identificazione positiva. Successive pronunce hanno mostrato maggiore elasticità, ammettendo valutazioni anche con 14 o 15 punti, purché sostenute dalla qualità della traccia e dall’assenza di divergenze significative. È però opportuno precisare che il numero dei punti non è, da solo, una legge scientifica universale: contano anche chiarezza, rarità, distribuzione, qualità del reperto e coerenza complessiva del confronto. Con un numero inferiore di corrispondenze, la valutazione diventa più prudente e richiede un più forte supporto qualitativo e contestuale.
Il terzo livello riguarda i dettagli più fini della cresta, come forma, margini, spessore, pori e microcaratteristiche. La poroscopia, cioè l’analisi della forma, dimensione e posizione dei pori presenti sulle creste, non è una scoperta recente in senso storico, perché venne già studiata agli inizi del Novecento; è però valorizzabile con maggiore efficacia oggi, grazie alle tecniche di acquisizione ad alta risoluzione. Un’identificazione positiva richiede la concordanza degli elementi utili esaminati e, soprattutto, l’assenza di punti in contrasto non spiegabili.
Le impronte digitali presenti sulla scena del crimine si dividono in tre categorie. Le impronte visibili sono quelle lasciate su una superficie da dita sporche di sangue, inchiostro, grasso o altre sostanze: si vedono a occhio nudo e si documentano fotograficamente. Le impronte plastiche sono quelle impresse in un materiale malleabile, come cera, stucco, nastro adesivo, sapone, argilla: sono tridimensionali e si repertano con calchi o fotografia in luce radente. Le impronte latenti sono quelle lasciate dal naturale deposito di sudore e sebo delle dita su superfici idonee: sono invisibili, o poco visibili, a occhio nudo e richiedono tecniche di esaltazione per essere rivelate.
Tra le tecniche più comuni vi sono lo spolveramento con polveri nere, bianche, magnetiche o fluorescenti, scelte in base al colore e alla natura della superficie; la fumigazione con cianoacrilato, in cui i vapori dell’adesivo polimerizzano sui residui dell’impronta lasciando un deposito biancastro stabile; il trattamento chimico con ninidrina, che reagisce con gli amminoacidi del sudore producendo una colorazione violacea; l’impiego del DFO, che produce fluorescenza sotto specifiche sorgenti luminose. La scelta della tecnica dipende dalla superficie, dal tempo trascorso e dalle condizioni ambientali. Anche la sequenza dei trattamenti è decisiva: un intervento improprio può compromettere o distruggere definitivamente la traccia.
Le impronte palmari seguono gli stessi principi delle impronte digitali, ma coprono una superficie molto più ampia: l’intero palmo della mano. Presentano le stesse creste papillari, le stesse proprietà di permanenza e individualità, e gli stessi tipi di minuzie. Sul palmo sono presenti anche le pieghe flessorie, cioè le linee principali della mano, che da sole non hanno lo stesso valore individualizzante delle creste papillari, ma possono aiutare a orientare il frammento rilevato, a ricostruire la posizione della mano e a delimitare l’area anatomica di provenienza. Le impronte palmari sono frequenti sulle scene del crimine perché chi spinge una porta, si appoggia a un muro, afferra un oggetto o si sostiene durante una colluttazione può lasciare la traccia del palmo più facilmente di quella dei soli polpastrelli. Il caso Garlasco offre un esempio noto nel dibattito pubblico recente: la cosiddetta impronta 33, traccia palmare rilevata sul muro delle scale della tavernetta, è tornata al centro di valutazioni tecniche e contrapposte letture di parte.
Le impronte plantari, cioè quelle dei piedi, possiedono le stesse caratteristiche generali di individualità delle impronte digitali e palmari. In ambito forense possono essere utilizzate quando l’autore di un reato lascia sulla scena tracce a piedi nudi. In ambito ospedaliero e amministrativo sono state storicamente impiegate anche per l’identificazione dei neonati, attraverso l’impronta del piede o dell’alluce. Più frequenti, nelle indagini, sono però le impronte di calzature, che appartengono tecnicamente alla categoria delle tracce fisiche e non alla dattiloscopia in senso stretto. L’impronta di una scarpa può fornire informazioni sul modello, sulla marca, sulla taglia, sul grado di usura della suola e sulla direzione di marcia. In alcuni casi è possibile ricondurre l’impronta non soltanto a un modello, ma a una specifica scarpa, attraverso segni individuali di usura, tagli, abrasioni o inclusioni di materiali estranei nella suola.
Oggi il confronto delle impronte non avviene più solo manualmente. Il sistema AFIS, Automated Fingerprint Identification System, e nella sua evoluzione APFIS, che include anche le impronte palmari, consente l’archiviazione e la ricerca informatica di grandi quantità di impronte digitalizzate. In Italia il sistema è gestito dal Servizio Polizia Scientifica e raccoglie le impronte acquisite nell’ambito delle procedure di fotosegnalamento e identificazione previste dalla legge. Il sistema non fornisce un’identificazione automatica definitiva, ma una lista di candidati ordinati secondo la probabilità di corrispondenza. L’identificazione resta un atto tecnico umano: è l’esperto dattiloscopista a confrontare visivamente la traccia rilevata con le impronte proposte dal sistema, valutando quantità e qualità dei punti comuni, eventuali divergenze, chiarezza del reperto e coerenza complessiva del risultato.














