L’avvelenamento è il crimine invisibile per eccellenza. Non lascia ferite, non produce segni esterni evidenti, non richiede un’arma in senso fisico. Per secoli è stato il delitto più difficile da dimostrare: la vittima moriva e la causa restava nascosta dentro il corpo, irraggiungibile con gli strumenti del tempo. La tossicologia forense nasce per rispondere a questa difficoltà: individuare, identificare e quantificare sostanze tossiche o farmacologicamente attive presenti nell’organismo di una persona, vivente o deceduta, e valutarne il ruolo rispetto agli effetti clinici, al comportamento, all’incapacità o alla morte.
La disciplina ha una data di nascita convenzionale. Nel 1814 Mathieu Orfila, medico nato a Minorca e attivo soprattutto in Francia, pubblica il “Traité des Poisons“, il primo trattato sistematico dedicato ai veleni, alla loro classificazione e ai loro effetti sull’organismo. Orfila introduce un principio che resta valido ancora oggi: non basta trovare una sostanza nel corpo, bisogna valutare se sia stata assorbita, in quale quantità, in quale matrice biologica sia stata rilevata e se gli effetti siano compatibili con il quadro clinico o con la morte. La semplice presenza non è prova di avvelenamento. È il rapporto tra concentrazione, distribuzione nei tessuti, tempi di assunzione ed effetti osservati a rendere il dato significativo.
La tossicologia forense interviene in diversi contesti. Il più noto è l’autopsia: quando la causa della morte non è evidente o quando si sospetta un avvelenamento, il medico legale preleva campioni di sangue, urina, bile, contenuto gastrico, umor vitreo, capelli, unghie e frammenti di organi, come fegato, reni, cervello o polmoni, e li invia al laboratorio di tossicologia per l’analisi. Ma la disciplina opera anche sui viventi: nella valutazione delle capacità psicofisiche di una persona al momento di un fatto, nella guida in stato di ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti, nella verifica dell’idoneità alla guida o al porto d’armi, nei casi di sospetta somministrazione di sostanze in contesti di violenza sessuale facilitata da droghe o farmaci, nella verifica dell’esposizione professionale a sostanze tossiche.
Il processo analitico si articola, in modo semplificato, in due fasi. La prima è lo screening: un’analisi ampia e rapida che cerca di rilevare la possibile presenza di classi di sostanze nel campione biologico. I test di screening più comuni sono i saggi immunochimici, che sfruttano la reazione antigene, anticorpo per segnalare categorie di sostanze, come oppiacei, benzodiazepine, cannabinoidi, cocaina, amfetamine o barbiturici. Lo screening è rapido e sensibile, ma non sempre specifico: può dare falsi positivi, falsi negativi e non fornisce, da solo, una concentrazione affidabile. Per questo ogni positività rilevante deve essere confermata con una seconda fase: l’analisi di conferma.
L’analisi di conferma si effettua con tecniche cromatografiche accoppiate alla spettrometria di massa. La gascromatografia, spettrometria di massa, indicata come GC-MS, è uno degli strumenti di riferimento per molte sostanze volatili o semivolatili: il gascromatografo separa i componenti della miscela, la spettrometria di massa li identifica producendo uno spettro caratteristico, una sorta di impronta chimica della sostanza. La cromatografia liquida accoppiata alla spettrometria di massa, LC-MS, è utilizzata per molte sostanze non volatili o termolabili, come farmaci, metaboliti e composti più complessi. Nei laboratori più attrezzati sono disponibili anche sistemi a triplo quadrupolo, come GC-MS/MS e LC-MS/MS, e strumenti ad alta risoluzione, come LC-HRMS, utili soprattutto quando si cercano sostanze non previste dai pannelli ordinari. Queste tecniche consentono di identificare la singola sostanza con elevata specificità e, quando il metodo è validato, di determinarne la concentrazione.
Le matrici biologiche analizzate non sono equivalenti: ciascuna fornisce informazioni diverse. Il sangue è la matrice principale per valutare gli effetti farmacologici e tossici, perché indica la concentrazione della sostanza al momento del prelievo o, nei casi post mortem, in prossimità del decesso, pur con le cautele dovute ai fenomeni successivi alla morte. L’urina concentra molti metaboliti e consente di rilevare l’assunzione di una sostanza anche quando questa non è più presente nel sangue in quantità significativa, ma non misura direttamente l’effetto al momento del fatto. Il contenuto gastrico può indicare una recente assunzione per via orale, ma non dimostra da solo assorbimento né causalità. L’umor vitreo, il liquido contenuto nel bulbo oculare, è relativamente protetto dalla decomposizione e può essere utile quando altri campioni sono compromessi, soprattutto nei cadaveri in stato avanzato di alterazione. Il fegato, sede di metabolismo e accumulo per molte sostanze, può fornire indicazioni importanti nei casi post mortem o quando il sangue non è sufficiente.
Un capitolo a parte meritano i capelli. La matrice cheratinica può registrare l’assunzione di sostanze nel tempo: alcune molecole presenti nel sangue vengono incorporate nel capello durante la crescita, che in media è di circa un centimetro al mese, e vi restano fissate. Analizzando segmenti di capello a distanze diverse dalla radice è possibile ottenere una stima del periodo di esposizione e, in alcuni casi, della sua ripetizione. Non è però un calendario perfetto. La crescita varia da persona a persona, le sostanze non si incorporano tutte allo stesso modo, i trattamenti cosmetici e la contaminazione esterna possono complicare l’interpretazione. L’analisi del capello è utilizzata nelle verifiche di idoneità alla guida, nei procedimenti per affidamento dei minori, nelle indagini per somministrazione cronica di sostanze e nei casi di sospetto avvelenamento protratto nel tempo.
L’interpretazione del dato tossicologico è il passaggio più delicato. Trovare una sostanza in un campione non equivale a dimostrare un avvelenamento o un’intossicazione. Il tossicologo deve valutare la concentrazione rilevata nel contesto del caso: la stessa sostanza, alla stessa concentrazione, può essere compatibile con un’assunzione terapeutica in un soggetto e con un quadro tossico in un altro, a seconda della tolleranza individuale, delle interazioni con altre sostanze, delle condizioni di salute preesistenti, del tempo trascorso tra assunzione e prelievo. Nei cadaveri si aggiunge un ulteriore fattore di complicazione: la ridistribuzione post mortem. Dopo la morte, alcune sostanze possono spostarsi dai tessuti al sangue o dal sangue ai tessuti, modificando le concentrazioni rispetto a quelle presenti al momento del decesso. Il tossicologo deve tenerne conto, perché il dato numerico può sovrastimare o sottostimare la dose realmente assunta o l’effetto prodotto.
Un tema sempre più rilevante è quello delle Nuove Sostanze Psicoattive, note come NPS: composti sintetici che imitano gli effetti di droghe tradizionali, ma hanno strutture chimiche diverse e in continua evoluzione. Ogni anno vengono segnalate nuove molecole, spesso non ancora incluse nei pannelli di screening ordinari e difficili da riconoscere con metodi non aggiornati. Per il tossicologo forense questo significa aggiornamento costante delle librerie spettrali, dei metodi analitici e delle soglie interpretative. La difficoltà non è solo giuridica, ma soprattutto tecnica: se una molecola non viene cercata, o non è presente nella libreria di confronto, può sfuggire all’analisi iniziale.
La tossicologia forense, come ogni disciplina criminalistica, non fornisce risposte isolate. Il dato tossicologico assume significato solo se integrato con il quadro clinico, i risultati dell’autopsia, le circostanze del rinvenimento, le informazioni investigative, la storia farmacologica della persona, i tempi e le modalità del prelievo. Una concentrazione elevata di un farmaco nel sangue di un cadavere non dimostra da sola un omicidio: può essere compatibile con un suicidio, un’assunzione accidentale, un errore terapeutico, un abuso volontario, un’interazione farmacologica o un’esposizione ambientale. È il contesto a dare un senso al numero.














