La scena del crimine: cos’è e come si lavora

In televisione la scena del crimine è un nastro bianco e rosso, una tuta bianca, un paio di guanti monouso. In realtà è qualcosa di più complesso e di meno scenografico: è spesso il primo grande archivio materiale del reato, il luogo fisico in cui si concentra una parte decisiva delle informazioni disponibili, e il modo in cui viene trattato nelle prime ore dopo la scoperta condiziona l’intera indagine. Si può tornare sulla scena in un secondo momento, ma le condizioni non saranno mai le stesse: ogni ora che passa degrada le tracce biologiche, disperde quelle fisiche e aumenta il rischio di contaminazione.
Il fondamento teorico di ogni attività sulla scena è il principio dello scambio, attribuito a Edmond Locard, medico e criminalista francese: ogni contatto lascia una traccia. Quando due entità entrano in contatto, ciascuna lascia sull’altra qualcosa di sé. Un criminale che entra in un luogo lascia tracce (impronte, capelli, fibre, cellule di sfaldamento cutaneo, sudore) e allo stesso tempo porta via con sé qualcosa di quel luogo: terriccio, polvere, fibre del tappeto, frammenti di vetro. Il principio funziona in entrambe le direzioni e non fa distinzione tra chi commette il reato e chi interviene dopo: un soccorritore, un parente, un poliziotto che accede senza protezioni contamina la scena esattamente come l’autore del delitto, con la differenza che le sue tracce si sovrappongono a quelle originali rendendone più difficile l’interpretazione. Da questo discende una conseguenza operativa che è anche la prima regola del sopralluogo: meno persone accedono alla scena, meglio è.
La scena del crimine si classifica per tipologia. La scena primaria è il luogo in cui si svolge l’evento principale: l’appartamento dove avviene l’omicidio, la strada in cui si consuma la rapina. La scena secondaria è un luogo collegato al reato ma distinto da quello principale: l’automobile usata per trasportare il corpo, il cassonetto in cui viene gettata l’arma, il sentiero percorso durante la fuga. Esistono poi aree di interesse investigativo, non coincidenti necessariamente con il luogo del fatto, ma collegate alle fasi precedenti o successive del reato. Una scena può essere aperta, un parco, un campo, una strada, o chiusa, un appartamento, un garage, un veicolo. La distinzione non è accademica: una scena aperta è esposta agli agenti atmosferici e alla contaminazione ambientale, il che rende la repertazione delle tracce più urgente e più difficile. Una scena chiusa conserva meglio le tracce ma presenta il rischio opposto: il passaggio dei soccorritori, dei familiari, delle forze dell’ordine in uno spazio ristretto può alterare rapidamente lo stato dei luoghi.
In Italia il sopralluogo sulla scena del crimine segue un protocollo consolidato che si articola in fasi successive. La prima fase è l’isolamento: gli operatori di primo intervento delimitano l’area con il nastro segnaletico e impediscono l’accesso a chiunque non sia autorizzato, inclusi familiari, curiosi e giornalisti. Prima di entrare nella scena vera e propria viene individuata una zona “tiepida”, di norma le immediate adiacenze (il pianerottolo, il giardino, il marciapiede antistante) dove il personale della polizia scientifica indossa i dispositivi di protezione individuale: tuta integrale, guanti, calzari, mascherina, cuffia. Questi servono a proteggere sia la scena dalla contaminazione sia gli operatori da rischi biologici.
La seconda fase è la documentazione. La scena viene “congelata” attraverso tre rilievi che compongono il fascicolo di sopralluogo: il rilievo descrittivo, cioè una descrizione verbale sistematica di tutto ciò che si osserva, condotta secondo un ordine preciso — dall’esterno verso l’interno, da destra verso sinistra, dal generale al particolare, dal basso verso l’alto; il rilievo fotografico, che documenta la scena nel suo insieme e poi ogni singolo elemento, sempre con riferimenti metrici; e il rilievo planimetrico, cioè la rappresentazione in scala dell’ambiente con le posizioni di tutti gli oggetti significativi. A questi tre strumenti tradizionali, riconducibili alla scuola di Salvatore Ottolenghi, fondatore della Polizia Scientifica italiana, si aggiungono oggi le riprese video e, nei casi più complessi, la scansione laser 3D, che produce un modello digitale navigabile della scena.
La terza fase è la ricerca e la repertazione delle tracce. Gli operatori scelgono il metodo di ricerca più adatto alla scena: a strisce, a griglia, a zone, a spirale, a raggiera o punto-punto. La scelta dipende dalla natura del luogo, dalle sue dimensioni, dalla distribuzione delle tracce, dalla presenza di ostacoli e dalle condizioni di luce. Ogni oggetto repertato viene contrassegnato con un indice alfanumerico progressivo, fotografato nella sua posizione originale, prelevato con strumenti sterili, sigillato in un contenitore idoneo e accompagnato da un verbale che ne documenta il percorso dalla scena al laboratorio. Questo percorso si chiama catena di custodia: è la sequenza documentata di tutti i passaggi di mano del reperto, dal momento del prelievo fino all’analisi di laboratorio e alla presentazione in aula. Se la catena presenta lacune, se un passaggio non è documentato o un sigillo risulta compromesso, il reperto può essere contestato e la sua forza probatoria può risultare fortemente indebolita; nei casi più gravi può incidere anche sull’utilizzabilità o sull’attendibilità dell’accertamento.
Il tipo di tracce che si cercano dipende dal reato e dalle circostanze. Le tracce biologiche comprendono sangue, saliva, sperma, capelli, peli, cellule di sfaldamento cutaneo: da molte di queste, se integre e correttamente repertate, può essere estratto DNA utile all’identificazione. Le tracce fisiche comprendono impronte digitali, palmari e plantari, impronte di calzature e di pneumatici, fibre tessili, frammenti di vetro, residui di polvere da sparo. Le tracce chimiche includono acceleranti di combustione negli incendi dolosi, residui di esplosivo, sostanze stupefacenti. Le tracce digitali, sempre più rilevanti, comprendono i dati contenuti in telefoni cellulari, computer, sistemi di videosorveglianza, GPS e dispositivi connessi. Ciascuna categoria richiede competenze specifiche, strumenti dedicati e protocolli di repertazione diversi.
In Italia le principali strutture tecnico-scientifiche di polizia sono la Polizia Scientifica della Polizia di Stato e il sistema investigativo scientifico dell’Arma dei Carabinieri. La Polizia Scientifica è organizzata in un Servizio centrale (il Servizio Polizia Scientifica, che opera all’interno della Direzione Centrale per la Polizia Scientifica e la Sicurezza Cibernetica) e in Gabinetti interregionali, regionali e provinciali distribuiti sul territorio. Nell’Arma dei Carabinieri il riferimento centrale è il Ra.C.I.S., il Raggruppamento Carabinieri Investigazioni Scientifiche, da cui dipendono i RIS, Reparti Investigazioni Scientifiche, con sede a Roma, Parma, Messina e Cagliari, e le Sezioni Investigazioni Scientifiche territoriali, specializzate anche nell’attività di sopralluogo e repertamento. Queste strutture svolgono funzioni analoghe (sopralluogo, repertazione, analisi di laboratorio) ma rispondono a catene di comando diverse. A queste si aggiungono, nei casi più complessi, i consulenti tecnici nominati dalla Procura o dalle parti: genetisti, medici legali, esperti di balistica, informatici forensi, esperti di Bloodstain Pattern Analysis, cioè analisi delle tracce ematiche.
La qualità del sopralluogo è il fondamento su cui poggia tutto il resto. Le perizie più sofisticate, le analisi del DNA più avanzate, le ricostruzioni digitali più accurate non servono a nulla se il reperto è stato contaminato, se la scena è stata alterata prima dell’arrivo della scientifica, se la catena di custodia presenta lacune. In alcuni dei casi italiani più noti e discussi, le criticità emerse a dibattimento riguardano proprio la fase del sopralluogo: repertazioni tardive, scene non adeguatamente isolate, reperti manipolati senza guanti o senza documentazione fotografica. La scena del crimine parla, ma solo se qualcuno la sa ascoltare prima che il suo racconto venga sovrascritto.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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