Una goccia di sangue, un capello caduto, una cellula di sfaldamento cutaneo depositata su una maniglia: la biologia forense è la disciplina che trasforma queste tracce invisibili in prove. Il suo strumento principale è il DNA, l’acido desossiribonucleico, la molecola presente nelle cellule dell’organismo che contiene l’intero patrimonio genetico di un individuo. La probabilità che due persone presentino lo stesso profilo genetico forense è talmente bassa da essere considerata trascurabile. Questa capacità discriminante, unita alla possibilità di estrarlo anche da quantità infinitesimali di materiale biologico, ne fa lo strumento di identificazione più potente a disposizione delle scienze forensi.
Il DNA utilizzato in ambito forense non è quello che codifica le caratteristiche fisiche di una persona (colore degli occhi, altezza, predisposizione alle malattie). È la parte cosiddetta non codificante, che costituisce la maggior parte del genoma e che contiene sequenze ripetute di nucleotidi, chiamate STR (Short Tandem Repeats), la cui lunghezza varia da individuo a individuo. L’analisi forense del DNA consiste nel misurare la lunghezza di queste sequenze in corrispondenza di un numero definito di posizioni del genoma, dette loci. Il risultato è un profilo genetico: una sequenza alfanumerica che rappresenta le misure rilevate in ciascun locus. Analizzando almeno 10-15 loci STR, la probabilità che due soggetti condividano lo stesso profilo diventa trascurabile, dell’ordine di uno su miliardi.
La procedura tecnica segue una sequenza precisa. Il campione biologico (sangue, saliva, sperma, tessuto, capello con bulbo, cellule epiteliali) viene raccolto con un tampone sterile. Il DNA viene estratto dalle cellule, purificato e poi amplificato mediante una tecnica chiamata PCR (Polymerase Chain Reaction), che produce milioni di copie delle regioni di interesse a partire anche da quantità minime di materiale di partenza. I frammenti amplificati vengono separati per lunghezza mediante elettroforesi capillare e letti da un rilevatore che ne misura la fluorescenza. Il risultato è un elettroferogramma: un grafico con picchi che corrispondono agli alleli presenti in ciascun locus. Da questo grafico il genetista ricava il profilo.
Il profilo ottenuto dalla traccia viene poi confrontato con un profilo di riferimento (prelevato da un sospettato, dalla vittima, o da un familiare) oppure inserito in una banca dati per verificare se corrisponde a un soggetto già schedato. In Italia la Banca Dati Nazionale del DNA è stata istituita con la legge n. 85 del 2009 e utilizza il software CODIS (Combined DNA Index System), lo stesso dell’FBI. La legge prevede una struttura duale: la banca dati vera e propria, dove i profili vengono archiviati e confrontati, è presso il Ministero dell’Interno (Dipartimento della Pubblica Sicurezza); il Laboratorio Centrale, dove i campioni biologici vengono tipizzati e conservati, è presso il Ministero della Giustizia (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria). La separazione è voluta: chi custodisce i campioni fisici non è lo stesso soggetto che gestisce i confronti informatici. Al suo interno sono archiviati i profili genetici di soggetti sottoposti a misure restrittive della libertà personale, i profili estratti da reperti biologici rinvenuti sulle scene del crimine, e i profili relativi a persone scomparse, loro consanguinei e resti cadaverici non identificati. Tre database distinti e indipendenti, che consentono tre tipi di riscontro: traccia-persona (una traccia sulla scena corrisponde a un soggetto schedato), persona-traccia (un soggetto appena schedato corrisponde a una vecchia traccia), e traccia-traccia (tracce di scene diverse corrispondono tra loro, collegando crimini apparentemente non correlati anche se l’autore resta ignoto).
Non tutto il DNA è uguale ai fini forensi. Il DNA nucleare autosomico è il più informativo perché è ereditato da entrambi i genitori e consente l’identificazione individuale. Il DNA del cromosoma Y si trasmette per via paterna e identifica una linea familiare maschile, non un singolo individuo: tutti i maschi imparentati in linea paterna condividono lo stesso aplotipo Y. È quello utilizzato nella perizia Albani nel caso di Garlasco, dove la compatibilità con la linea Sempio non equivale all’identificazione di Andrea Sempio come singola persona. Il DNA mitocondriale si trasmette per via materna e si conserva meglio del nucleare perché presente in migliaia di copie per cellula: è lo strumento utilizzato quando il materiale è molto degradato (resti ossei antichi, capelli senza bulbo), ma anch’esso identifica una linea familiare e non un individuo.
Oltre al DNA, la biologia forense analizza altre tracce. Il sangue viene esaminato non solo per estrarne il profilo genetico ma anche per determinarne la natura (umano o animale), il gruppo sanguigno e, attraverso la BPA, la dinamica dell’evento che lo ha prodotto. I capelli forniscono informazioni diverse a seconda che siano caduti naturalmente (senza bulbo, utilizzabili solo per il DNA mitocondriale) o strappati (con bulbo, utilizzabili per il DNA nucleare). L’analisi al microscopio consente di distinguere un capello umano da un pelo animale, di determinarne il colore naturale e la presenza di trattamenti chimici (tinture, decolorazioni). Le fibre tessili non contengono DNA ma sono tracce di trasferimento preziose: una fibra di lana rossa trovata sotto le unghie della vittima che corrisponde al maglione dell’indagato è un indizio di contatto, anche se, come per il touch DNA, non si può escludere un trasferimento indiretto. L’analisi viene effettuata al microscopio e mediante spettroscopia, confrontando composizione, colore, diametro e struttura della fibra repertata con quelle del campione di confronto.
Due concetti recenti hanno ampliato le potenzialità ma anche le criticità della biologia forense. Il touch DNA è il materiale genetico lasciato dal semplice contatto di una mano con una superficie, senza deposito visibile di fluidi corporei: bastano poche cellule di sfaldamento cutaneo per ottenere un profilo. La sensibilità delle tecniche attuali consente di rilevare quantità di DNA che fino a pochi anni fa erano invisibili. Ma questa stessa sensibilità genera un problema interpretativo: la presenza di touch DNA su un oggetto non dimostra un contatto diretto con quell’oggetto in quel momento. Il DNA può essere stato trasferito indirettamente, attraverso un contatto secondario o terziario (tocco una maniglia che qualcun altro ha toccato prima, e le sue cellule si depositano sulla mia mano, che poi tocca un altro oggetto). Il secondo concetto è quello delle miscele: quando su un reperto sono presenti tracce biologiche di più persone, il profilo risultante è un mix di picchi sovrapposti che il genetista deve separare e interpretare. Le miscele di tre o più contributori rappresentano una delle sfide più complesse della genetica forense, con margini di incertezza che devono essere quantificati e comunicati con trasparenza.
La biologia forense non fornisce certezze assolute: fornisce probabilità. Il risultato di un’analisi del DNA si esprime attraverso un calcolo biostatistico (il likelihood ratio) che indica quanto è più probabile osservare quel risultato se la traccia proviene dall’indagato rispetto all’ipotesi che provenga da un soggetto casuale della popolazione. È un numero, non una sentenza. La sua interpretazione finale spetta al giudice.














