Il sopralluogo sulla scena del crimine

Il sopralluogo è il complesso di operazioni che trasforma una scena del crimine da luogo fisico a documento: osservazione, descrizione, rilievi, repertamento, fotografia, videoripresa, misurazione. Tutto ciò che viene osservato, misurato, descritto e fotografato confluisce nel fascicolo di sopralluogo. Si possono effettuare più sopralluoghi sulla stessa scena, anche a distanza di mesi o di anni, e capita che lo si faccia: nuove ipotesi investigative, nuove tecnologie disponibili, riaperture di indagine. Ma la scena del crimine si modifica nel tempo. Le tracce biologiche si degradano, gli ambienti vengono alterati, gli oggetti spostati, le condizioni atmosferiche intervengono. Il primo sopralluogo è quello che documenta la scena nello stato più vicino al fatto. Ciò che non viene colto in quel momento potrà essere cercato di nuovo in seguito, ma in condizioni diverse e spesso peggiori. Per questo la qualità del primo intervento è decisiva.
Le tre caratteristiche che il fascicolo deve possedere sono la tempestività, la neutralità descrittiva e l’oggettività. La tempestività riguarda il tempo: più passa tra il fatto e l’intervento della polizia scientifica, più la scena si degrada. Le tracce biologiche si deteriorano, le tracce fisiche si disperdono e soprattutto aumenta il rischio di contaminazione da parte di chi accede ai luoghi. La neutralità descrittiva, o asetticità del linguaggio, significa che il fascicolo non deve contenere ipotesi investigative, valutazioni personali o ricostruzioni dell’operatore: descrive ciò che c’è, non ciò che potrebbe significare. L’oggettività è la più difficile da ottenere. Descrivere un ambiente come “in disordine” è già un giudizio soggettivo: ciò che per un operatore è disordine, per un altro può essere la normale disposizione degli oggetti in una casa abitata. Il fascicolo deve limitarsi a registrare la posizione di ogni elemento senza interpretarla.
Il rilievo descrittivo è la parte principale del sopralluogo. È una descrizione verbale sistematica di tutto ciò che l’operatore osserva, condotta secondo un ordine codificato: dall’esterno verso l’interno, da destra verso sinistra, dal generale al particolare, dal basso verso l’alto, con l’unica eccezione del cadavere, che si descrive dall’alto, cioè dalla testa, verso il basso, cioè verso i piedi. Il punto di partenza della descrizione coincide con la posizione fisica dell’operatore, di norma la soglia dell’ambiente. Nella prassi descrittiva ricorre spesso il riferimento al momento in cui l’operatore varca la soglia: da quel punto si orienta l’intera descrizione dell’ambiente chiuso. Tutti i riferimenti spaziali, destra, sinistra, davanti, dietro, sono relativi a quel punto di osservazione. Per ogni elemento rilevato sulla scena vengono registrati sede, posizione, direzione, forma, dimensione, materia, colore, odore. Ogni oggetto significativo viene contrassegnato con un indice alfanumerico progressivo che lo accompagnerà per tutto il percorso investigativo, dalla scena al laboratorio, fino all’aula di tribunale.
Il rilievo fotografico documenta visivamente ciò che la descrizione fissa in parole. Si articola in tre livelli: le fotografie a lungo raggio, che riprendono la scena nel suo insieme e la collocano nel contesto circostante, come l’edificio, la strada, il quartiere; le fotografie a medio raggio, che documentano i singoli ambienti e le relazioni spaziali tra gli oggetti; le fotografie a corto raggio, che ritraggono ogni singolo reperto nel dettaglio, di norma con un riferimento metrico, quando tecnicamente possibile e opportuno, così da consentirne la misurazione. L’illuminazione è un fattore critico: se il delitto avviene di notte, il primo sopralluogo si effettua con faretti e torce, ma, quando la scena può essere conservata e le esigenze investigative lo richiedono, le operazioni possono essere integrate alla luce naturale, per cogliere dettagli meno visibili con l’illuminazione artificiale. Le riprese fotografiche sono integrate dalle riprese video, che offrono una rappresentazione dinamica degli ambienti. In alcune indagini può essere utile documentare anche il contesto esterno al perimetro, compresa la presenza di curiosi e astanti, perché il ritorno dell’autore sul luogo è una possibilità investigativa considerata dagli operatori.
Il rilievo planimetrico traduce la scena in una rappresentazione in scala. L’operatore individua almeno due caposaldi, cioè punti fissi, inamovibili e identificabili anche a distanza di tempo, come un pilastro, l’angolo di un muro, un tombino; ne misura la distanza reciproca e, a partire da essi, rileva la posizione di tutti gli elementi significativi utilizzando la tecnica della triangolazione, più precisa, o quella delle rette ortogonali, più rapida. Il risultato è uno schizzo eseguito sul campo, che viene poi sviluppato in laboratorio in un disegno planimetrico in scala, completo di misure e distanze. Questo disegno è il documento che consente a chiunque, anche anni dopo, di ricostruire la disposizione degli oggetti sulla scena.
L’evoluzione tecnologica ha aggiunto al fascicolo tradizionale uno strumento che ne amplia in modo rilevante le potenzialità: il laser scanner 3D. Lo scanner emette un raggio laser che ruota a 360 gradi, misurando la distanza di ogni punto colpito. In una singola scansione acquisisce centinaia di migliaia di punti al secondo, ciascuno con le proprie coordinate tridimensionali. Effettuando più scansioni da posizioni diverse e combinandole con un software dedicato, si ottiene una «nuvola di punti» che riproduce l’intera scena in tre dimensioni con un’elevata precisione, variabile in base allo strumento, alla distanza, alla qualità delle superfici, all’allineamento delle scansioni e alle condizioni operative. Il modello che ne risulta è navigabile: l’investigatore, il consulente, il magistrato possono entrare virtualmente nella scena, osservarla da diverse angolazioni, misurare distanze tra oggetti, verificare linee di vista, simulare traiettorie. Tra gli scanner più noti e utilizzati in ambito forense vi sono il FARO Focus e il Leica ScanStation. Il vantaggio rispetto al rilievo planimetrico tradizionale è duplice: da ciascuna posizione lo scanner acquisisce tutto ciò che è nel suo campo visivo, riducendo il rischio di omissioni legate alla selezione dell’operatore, e la scena resta accessibile anche dopo che il luogo fisico è stato restituito. In aula, quando il giudice lo ritenga utile e nei limiti della rilevanza processuale, il modello 3D può essere presentato anche attraverso strumenti di visualizzazione immersiva, consentendo una lettura più immediata degli spazi.
La fotogrammetria aerea con droni, oggi indicati nella normativa come UAS e già noti nella terminologia tradizionale come APR, Aeromobili a Pilotaggio Remoto, rappresenta un ulteriore strumento, particolarmente utile nelle scene all’aperto. Il drone sorvola l’area e acquisisce serie di fotogrammi sovrapposti, dai quali un software ricava un modello tridimensionale del terreno e degli oggetti presenti. La tecnica è impiegata soprattutto nella ricostruzione di incidenti stradali, scene di esplosione e scene all’aperto di grandi dimensioni, dove il rilievo planimetrico tradizionale può risultare più lento e meno efficace.
Ogni strumento aggiunge un livello di documentazione, ma nessuno sostituisce gli altri. Il rilievo descrittivo resta insostituibile perché registra informazioni che nessuna fotografia e nessuno scanner possono cogliere direttamente: la temperatura dell’ambiente, gli odori, lo stato delle luci, accese o spente, la posizione delle serrature, aperte o chiuse, i suoni provenienti dall’esterno. È l’unico rilievo che documenta la scena attraverso l’esperienza diretta dell’operatore. La fotografia fissa l’istante, la planimetria fissa lo spazio, lo scanner fissa il volume. Insieme, producono quella documentazione completa della scena che, agli inizi del Novecento, nella Scuola di Polizia scientifica avviata da Salvatore Ottolenghi tra il 1902 e il 1903, prese forma come applicazione al luogo del delitto di un metodo descrittivo rigoroso, in analogia con il “ritratto parlato” ideato da Alphonse Bertillon per la descrizione delle persone.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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