La serie Netflix “Il Mostro”, diretta da Stefano Sollima e dedicata al caso del Mostro di Firenze, è in uscita in Italia il 22 ottobre 2025 ma io non potevo aspettare, così sono andato alla Mostra del Cinema di Venezia per vederla in anteprima. Ecco il resoconto di questa mia esperienza in 8 punti.
1. Non lo dico, ma…
Fossi un esperto di cinema direi che è un capolavoro, ma siccome non lo sono, per pudore non lo dico. E forse non dovrei nemmeno avventurarmi in questa specie di recensione, anche perché da qualche tempo, dopo essermene cibato avidamente per almeno un decennio, non sopporto più i telefilm, mi stanno sul cazzo, manco li inizio e se li inizio li abbandono dopo venti minuti. Nel 2022, ho pure cancellato l’abbonamento a Netflix. Insomma, già il fatto che sia rimasto in sala per quasi quattro ore senza intervallo – un’inevitabile pausa panino e sigaretta mi ha fatto perdere Mosciano, però me l’hanno raccontato bene – significa che mi è piaciuto molto.
2. Barbara Locci
Questa prima stagione è un’indagine psicologica sui sardi e sul dramma personale, famigliare e sociale di un’unica e indiscussa protagonista, Barbara Locci. Attorno a lei ruotano quattro “narratori inaffidabili” che confondono costantemente lo spettatore sul movente e sulla dinamica del delitto di Signa: Stefano Mele (ep. I), Francesco Vinci (ep. II), Giovanni Mele (ep. III) e Salvatore Vinci (ep. IV). Quattro punti di vista e quattro modi incompatibili tra loro di declinare i fatti di quel delitto, con una sola certezza: Locci è la vittima di ciò che oggi chiameremmo femminicidio (e no, non significa che “il Mostro è il patriarcato” come qualche poveraccio ha già polemicamente scritto su qualche testata nazionale), dove Lo Bianco è una sfortunata vittima collaterale. E se nessun sardo viene proiettato tout court quale responsabile dei delitti del Mostro, pur con un leggero sbilanciamento un po’ suggestivo verso il tenebroso Salvatore Vinci, addirittura l’interpretazione rimane aperta pure su chi e perché ha agito a Signa. In altre parole, non solo il film non è un’opera sardista, come molti ipotizzavano disperandosi o esultando, ma non viene nemmeno data una soluzione rotonda per l’unico delitto per davvero vivisezionato in queste prime quattro puntate.
3. Delitti e vittime
Apprezzabile e coraggiosa la scelta di ridurre all’osso le scene, brevissime, dei sette delitti del Mostro, quelli post Signa: la violenza c’è, ma non viene cavalcata oltre il necessario. Può dirsi che non è più il Sollima ritmato e feroce di Romanzo criminale o Gomorra, e che si è evoluto verso una forma di racconto più sofisticata. Nessuna indagine nemmeno sulle vittime, appena caratterizzate ma mai disumanizzate o spersonificate. (Si può ipotizzare cautamente che nella seconda stagione si indugerà di più sulle coppie e sulle dinamiche preparatorie degli assalti? Boh).
4. Indagini e inquirenti
Il racconto delle indagini è marginale, quasi frettoloso (scelta giusta, di sopravvivenza) e viene totalmente assorbito nello sviluppo profondo e sfaccettato degli intrecci personali e psicologici dei sardi. Sono questi ultimi, da soli, a mandare avanti la trama, i dubbi, i sospetti, senza troppe incursioni da parte dei vari Vigna, Rotella e Della Monica (la magistrata comunque molto più presente rispetto agli altri) che appaiono – perché lo sono, lo erano – spettatori impotenti.
(Ma poi, no, non è un legal drama o un giallo, tipo Law and order o Montalbano!)
5. Licenze narrative
Chi si aspettava da una fiction di questo livello, cioè molto alto, un raccontone didascalico di tanti fatti complicatissimi messi in fila per raccogliere la più autorevole tra le conferme che si possono avere alla propria tesi, rimarrà un po’ o molto deluso – a seconda del grado di ingenuità che lo pervade. (Vi vedo!)
Chi ama il cinema o la televisione di qualità, no.
Per tale ragione, quando lo vedrete su Netflix, amici sardisti, unicisti, merendari, zodiaccari, sarebbe meglio che vi svestiate dei panni del mostrologo esperto e puntiglioso che vi/ci affligge e vi godiate quello che tecnicamente parlando – astenersi moralisti – è a tutti gli effetti uno spettacolo (che forse per quanto siamo acidi e inutilmente battaglieri nemmeno ci meritiamo).
Ovviamente ci sono diverse licenze narrative anche molto evidenti, che con buona probabilità non sono mica strafalcioni storiografici, ma scelte consapevoli del regista per esigenze cinematografiche. Vi svelo un segreto: non c’è nessuna gara a scovarli e Sollima non ascolterà le vostre lamentele. Ancora “più ovviamente”, la caratterizzazione cinematografica di alcuni personaggi (su tutti, i due fratelli Vinci) in quanto tale a volte li rende lontani dalla ricostruzione storiografica restituita nella mia trilogia, e ancor di più nel Labirinto. Quello che conta è che le atmosfere sono le medesime che io ho sempre immaginato, scrivendo.
Imbarazza un po’ ricordarlo, ma lo trovo necessario dopo aver letto, visto e ascoltato di tutto negli ultimi giorni, questa è e rimane un’opera di fiction (fiction!) basata (basata!) sugli atti processuali. Non è un documentario o un’inchiesta giornalistica e nemmeno una trascrizione di un’udienza dibattimentale e di una sit.
6. La seconda stagione?
La mia personalissima previsione è che, nel caso di una probabile, quasi certa seconda stagione (lo spero), lo stesso espediente del narratore inaffidabile verrà utilizzato con Pacciani, Lotti eccetera. Perché dico questo? Perché funziona di brutto sullo schermo ed è una scelta intelligente e non solo furba per aggirare con eleganza i mille ostacoli di una storia che oggettivamente è troppo lunga e complessa.
7. Inutile che vi dica
Inutile che vi dica che regia, scrittura, recitazione, fotografia, ricostruzione delle ambientazioni, e altre cose che da sbiadito fruitore di cinema percepisco e basta senza capirci troppo, sembrano il top del top in questo momento in Italia e oltre. E me lo hanno confermato quelli bravi del mestiere.
8. I bar
I prezzi dei cocktail e dei panini al bar lussuoso del Casinò sono infinitamente più bassi di quelli nei baretti anonimi sparsi al Lido. Bene, ma ditelo prima che uno arrivi là.











