Il falsario di Stato

È il fenomeno Netflix del momento. Dal 23 gennaio “Il Falsario“, diretto da Stefano Lodovichi e interpretato da Pietro Castellitto, ha scalato le classifiche della piattaforma streaming fino a conquistare il secondo posto nella Top Ten mondiale dei film non in lingua inglese. Il film racconta, con evidenti libertà narrative, la parabola di Antonio Chichiarelli, detto Tony: falsario, criminale, ma soprattutto figura chiave di alcuni dei misteri più oscuri della Repubblica italiana. Ma chi era davvero questo personaggio? Per scoprirlo bisogna tornare indietro nel tempo, fino a quel paesino dell’Appennino abruzzese dove tutto ebbe inizio.
Antonio Giuseppe Chichiarelli nacque a Rosciolo, frazione di Magliano de’ Marsi, in provincia dell’Aquila, nel 1948. L’infanzia fu segnata dal lutto: perse la madre a soli tre anni. Cresciuto in un collegio dell’Aquila, non brillava negli studi, fatta eccezione per un’unica materia: il disegno. Si racconta che già a diciassette anni avesse sottratto due tele da una chiesa medievale del paese, non per rivenderle, ma per riprodurle. Era il primo segnale di quella che sarebbe diventata la sua ossessione.
Nel 1970, dopo il congedo dal servizio militare, Tony sbarcò a Roma con due sole cose nel bagaglio: un’ambizione smisurata e una mano capace di replicare qualsiasi cosa. I primi anni furono difficili, tra furti e truffe che gli valsero due arresti. Fu proprio in carcere, a Regina Coeli, che avvenne l’incontro destinato a cambiare tutto: quello con Danilo Abbruciati, uno dei futuri capi della Banda della Magliana. Quando nel 1976 l’organizzazione si costituì, Chichiarelli ne divenne collaboratore.
Fu nel 1977 che la sua vita prese una svolta decisiva. L’incontro con Chiara Zossolo, proprietaria di una galleria d’arte a Trastevere, lo introdusse nel mercato artistico. Tony cominciò a produrre falsi d’autore di De Chirico, Guttuso, Morandi, opere talmente perfette da ingannare esperti e collezionisti. Le sue riproduzioni gli permisero una lussuosa villa all’Eur e uno stile di vita da sceicco. Ma il falsario aveva ambizioni ben più grandi.
Il 18 aprile 1978, mentre l’Italia viveva l’angoscia del sequestro Moro, una telefonata anonima allertò la redazione de “Il Messaggero”: in un cestino di piazza Gioacchino Belli era nascosto un messaggio delle Brigate Rosse. Il comunicato numero 7 annunciava l’avvenuta esecuzione dello statista democristiano e indicava che il suo corpo giaceva nei fondali del lago della Duchessa, al confine tra Lazio e Abruzzo. Le forze dell’ordine mobilitarono mezzi ingenti per dragare quel lago ghiacciato, distogliendo risorse dalla caccia ai rapitori. Il corpo, naturalmente, non c’era. Era un falso, e l’autore era Tony Chichiarelli.
I cinque processi sul caso Moro accertarono che fu lui a confezionare materialmente quel documento. Secondo quanto emerso dalle indagini, il comunicato sarebbe stato redatto con una macchina da scrivere IBM riconducibile al negozio di forniture per ufficio che Chichiarelli aveva aperto a Roma. Il lago della Duchessa non era stato scelto a caso: si trovava a pochi chilometri dal suo paese natale, quasi una firma crittografata. Ma chi commissionò quel falso? Perché un piccolo falsario avrebbe dovuto interferire nella più grande crisi dello Stato italiano dal dopoguerra? La risposta rimane ignota.
L’ombra di Chichiarelli si allunga anche sull’omicidio di Mino Pecorelli, il giornalista direttore di “Osservatore Politico” che nei suoi articoli aveva dimostrato di sapere molte cose sul caso Moro. La sera del 20 marzo 1979, Pecorelli venne ucciso con quattro colpi di pistola in via Tacito, a Roma. Secondo quanto risulta dagli atti giudiziari, Franca Mangiavacca, segretaria e compagna del giornalista, avrebbe riconosciuto Chichiarelli come l’uomo che li aveva pedinati nei giorni precedenti all’agguato. La sorella di Mino, Rosita, riferì che il giorno dell’omicidio il giornalista attendeva un certo “Antonio“.
Nell’aprile del 1979, poche settimane dopo l’omicidio, venne ritrovato su un taxi romano un borsello che le indagini attribuirono a Chichiarelli. Il contenuto era inquietante: proiettili di diverso calibro, una pistola con matricola abrasa, fazzoletti di carta e medicinali compatibili con quelli usati durante il sequestro Moro, e alcune schede dattiloscritte con nomi di personaggi pubblici, tra cui una relativa a Pecorelli. Il magistrato Francesco Monastero, nelle carte dell’istruttoria, scrisse che non si trattò di una dimenticanza casuale, ma di una strumentalizzazione volta a “lanciare messaggi cifrati che solo gli ignoti reali destinatari colgono e decriptano“. L’ex moglie Chiara Zossolo, sentita dalla magistratura, riferì che Chichiarelli le avrebbe confidato che Pecorelli “era stato ucciso perché aveva appurato delle cose sul sequestro Moro“.
La parabola criminale di Chichiarelli raggiunse l’apice nella notte tra il 23 e il 24 marzo 1984, con quella che passò alla storia come “la rapina del secolo“. Il bersaglio era la Brink’s Securmark, un deposito valori sulla via Aurelia collegato all’impero bancario di Michele Sindona. Tony e i suoi complici presero in ostaggio una guardia giurata e la sua famiglia, si fecero aprire il caveau e portarono via un bottino di 35 miliardi di lire tra contanti, oro e preziosi, senza sparare un colpo. Sul luogo lasciarono oggetti dal significato inquietante: una bomba Energa, sette proiettili calibro 7,62, sette catene, sette chiavi, e gli originali delle schede già presenti nel borsello del taxi. Il numero sette era un chiaro riferimento al comunicato del lago della Duchessa, i proiettili richiamavano quelli usati per uccidere Pecorelli: gli oggetti lasciati sul luogo della rapina suggerivano uno stretto collegamento tra la fine del direttore di OP e il rapimento di Aldo Moro.
Sei mesi dopo, nella notte tra il 27 e il 28 settembre 1984, Antonio Chichiarelli venne assassinato in un agguato sotto casa sua, nel quartiere Talenti a Roma. Era in auto con la nuova compagna Cristina Cirilli e il figlio Dante, nato appena un mese prima. Tre colpi di pistola misero fine alla sua vita a trentasei anni. La compagna sopravvisse. L’assassino non venne mai identificato. Nella sua abitazione, secondo i verbali di perquisizione, gli investigatori rinvennero denaro contante, gioielli, armi, una videocassetta con il servizio televisivo sulla rapina alla Brink’s. Alcune fonti giudiziarie riferiscono anche del ritrovamento di fotografie riconducibili al sequestro Moro.
Chi uccise Tony Chichiarelli? Una vendetta della Banda della Magliana? I servizi segreti che volevano eliminare un testimone scomodo? Qualcuno che voleva recuperare documenti compromettenti? La risposta si è persa con lui.
A ricostruire questa vicenda con rigore documentale e ritmo da thriller è il libro “Il falsario di Stato” di Nicola Biondo e Massimo Veneziani, pubblicato da SEM editore e disponibile in libreria dal 13 gennaio 2026. Si tratta della fonte principale da cui è tratto il film di Lodovichi, un’inchiesta che gli autori hanno condotto lavorando su atti giudiziari, testimonianze e documenti d’archivio per restituire il ritratto completo di un personaggio rimasto troppo a lungo nell’ombra. Biondo, giornalista freelance che ha collaborato con “Blu notte” di Carlo Lucarelli ed è stato consulente di diverse procure, e Veneziani, giornalista della redazione cronaca del Tg3, hanno scritto quello che è stato definito un noir con il respiro di un romanzo di James Ellroy. Tony, scrivono gli autori, “ha suonato da virtuoso nell’orchestra maligna dei grandi misteri” lasciando “spartiti che sono detonatori“. Il libro aggiunge il tassello mancante all’epica nera d’Italia, raccontando come un ragazzo arrivato dall’Abruzzo con un’ambizione senza limiti e una mano magica sia finito al centro di alcuni tra i misteri più oscuri della Repubblica, muovendosi con disinvoltura tra estrema sinistra ed estrema destra, tra malavita e apparati dei servizi segreti.
Il successo del film di Lodovichi dimostra quanto la figura di Chichiarelli continui ad affascinare e inquietare. Pietro Castellitto ha dato volto a un personaggio che sembra uscito dalla penna di uno scrittore di spy-story, ma che è stato tragicamente reale. Un uomo che ha attraversato gli anni più bui della Repubblica trasformando il falso in strumento politico, il depistaggio in tecnica di governo. Per chi vuole andare oltre la narrazione cinematografica e scoprire la vera storia di Tony Chichiarelli, con tutti i suoi lati oscuri e le connessioni mai del tutto chiarite, “Il falsario di Stato” di Biondo e Veneziani rappresenta una lettura imprescindibile.

 

 

Author: Redazione

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