Da Paolo Gallo a Roberta Ragusa e Federica Torzullo, indagare quando il cadavere non c’è

Federica Torzullo è scomparsa la sera dell’8 gennaio da Anguillara Sabazia. Ha 41 anni, un figlio di dieci, un matrimonio in frantumi. Il marito Claudio Carlomagno ha denunciato l’allontanamento il giorno dopo, ma le telecamere raccontano un’altra storia: Federica entra in casa alle 23 e non esce più. Nessun fotogramma la riprende varcare quella soglia la mattina seguente. Carlomagno è indagato per omicidio. Gli hanno sequestrato auto, cellulare, abitazione, il capannone della sua ditta. Scandagliano il lago, setacciano i terreni, cercano quel corpo che potrebbe non saltare mai fuori. E qui sta il punto: come si indaga su un omicidio quando manca l’elemento fondamentale, il cadavere della vittima?
Il caso riporta alla memoria la scomparsa di Roberta Ragusa. Era la notte tra il 13 e il 14 gennaio 2012 quando la quarantacinquenne di Gello sparì nel nulla. Una notte gelida, lei in pigiama e ciabatte, scappata dalla villetta di famiglia dopo aver scoperto che il marito Antonio Logli la tradiva con Sara Calzolaio, la babysitter dei figli. Roberta non è mai stata ritrovata. Eppure Logli è stato condannato a vent’anni per omicidio volontario e distruzione di cadavere. Una sentenza definitiva, blindata anche dopo la richiesta di revisione. I giudici hanno scritto che Logli raggiunse la moglie in fuga, la costrinse a salire in auto, la uccise e fece sparire il corpo. Come lo sappiamo? Non lo sappiamo, lo deduciamo. Lo ricostruiamo sulla base di indizi: le bugie, i comportamenti anomali, le contraddizioni, la chiazza di gasolio sul vialetto, la richiesta all’amante di cancellare le email. La testimonianza del vicino che lo vide in auto, fermo con i fari spenti, mentre discuteva con una donna vicino al passaggio a livello.
È il processo indiziario nella sua forma più estrema: nessun corpo, nessuna arma del delitto, nessuna certezza sul modo e sul luogo dell’omicidio. Eppure una condanna definitiva. “Si può decidere e si deve decidere anche senza un corpo”  spiegò il giudice Elsa Iadaresta. “Abbiamo interrotto questo sillogismo: nessun cadavere, nessuna prova, nessun omicidio.”
Ma c’è un precedente lontano settant’anni dall’altro lato di questo ragionamento. Avola, provincia di Siracusa, 6 ottobre 1954. Quella mattina Paolo Gallo, contadino, esce di casa all’alba per andare nei campi. Non torna. Vicino alla masseria gli investigatori trovano un basco intriso di sangue e macchie ematiche sul terreno. La moglie racconta delle furiose liti tra Paolo e il fratello Salvatore: un muro a separare le famiglie, anni di rancori, insulti, percosse. I carabinieri perquisiscono casa di Salvatore e trovano sangue sui vestiti del figlio diciassettenne Sebastiano. Le analisi dell’Istituto di medicina legale di Catania stabiliscono che la quantità – oltre due litri e mezzo – è incompatibile con la sopravvivenza.
Salvatore e Sebastiano vengono arrestati con l’accusa di omicidio aggravato e occultamento di cadavere. Nonostante si proclamino innocenti, nonostante il corpo non sia mai stato trovato, il processo si conclude con l’ergastolo per il padre e quattordici anni per il figlio. Durante il dibattimento, due testimoni giurano di aver visto Paolo Gallo vivo e vegeto dopo la presunta data della morte. I giudici non ci credono. Peggio: li condannano per falsa testimonianza. Salvatore Gallo viene trasferito a Ventotene, dove si ammala gravemente di artrite e finisce su una sedia a rotelle.
Passano sette anni. Un cronista del quotidiano La Sicilia, Enzo Asciolla, non si accontenta della sentenza. Segue una pista labilissima: in una scuola di campagna vicino Ispica una maestra gli mostra un quaderno di esercizi scritti da un contadino vagabondo. La calligrafia è identica a quella di Paolo Gallo. Asciolla indaga ancora, scova la firma dello scomparso su un verbale per un incidente stradale. Nel 1961 il quotidiano titola: “RINTRACCIATO IL MORTO-VIVO DI AVOLA. TORNA LIBERO UN ERGASTOLANO INNOCENTE.”
Paolo Gallo non era mai stato ucciso. Era scomparso di sua volontà, aveva vissuto per anni come vagabondo nelle campagne del ragusano. E quei due testimoni condannati per falsa testimonianza? Avevano detto la verità. La giustizia li aveva puniti per non aver mentito. Salvatore uscì dal carcere dopo sette anni di reclusione ingiusta, invalido. Non poté nemmeno ottenere la grazia, provvedimento riservato ai colpevoli.
Il caso Gallo è un monito che resta sempre sullo sfondo quando si sospetta un omicidio ma manca il cadavere. Eppure la giurisprudenza moderna ha scelto di affrontare in modo razionale questo limite, ritenendo che un insieme di indizi solido possa supplire all’assenza del corpo della vittima. Scelta comprensibile: altrimenti basterebbe far sparire bene il cadavere per garantirsi l’impunità. Ma scelta rischiosa, che richiede rigore assoluto. L’indagine deve reggersi su più pilastri contemporaneamente e il livello di controllo sugli errori deve essere più elevato del solito:
1. Ultima prova dell’esistenza in vita: ultima immagine, ultimo aggancio telefonico, ultima testimonianza affidabile; nel caso Torzullo quel frame in cui entra e non esce è un perno, ma da solo non è una risposta.
2. Tracce e compatibilità: sangue, DNA, segni di pulizia, oggetti che cambiano posto, percorsi anomali; nel 1954 bastarono sangue e coppola per indirizzare tutto, ed è anche la misura di quanto si possa sovrainterpretare.
3. Interruzione di vita: conti, contatti, abitudini, lavoro, visite, comunicazioni; la cessazione improvvisa è un grave indizio.
4. Possibile movente: separazioni, conflitti, relazioni, interessi; non provano, ma spiegano perché qualcuno potrebbe aver avuto bisogno di far sparire un corpo.
5. Condotta dopo il fatto: contraddizioni, spostamenti incongrui, tentativi di indirizzare o depistare le ricerche.
6. Alternative impossibili: fuga volontaria, incidente, suicidio, intervento di terzi; ogni ipotesi scartata deve essere sostenuta e dimostrata in modo incontrovertibile.
Alla fine, i casi Gallo e Ragusa stanno ai due estremi della stessa lezione: il vuoto può essere colmato, ma solo da una serie di indizi gravi, precisi e concordanti. Se la ricostruzione indiziaria è sorretta da una logica ferrea e regge al ragionevole dubbio, la verità processuale può arrivare anche senza cadavere. In caso contrario, il vuoto divora tutto e lascia dietro di sé due disastri, un colpevole libero e un innocente punito.
È per questo che, davanti a una scomparsa come quella di Federica Torzullo, non esistono scorciatoie: serve cercare, verificare, raccogliere, riscontrare e, soprattutto, restare lucidi e resistere alla pressione mediatica e alla tentazione della “storia pronta”.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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