BPA: cosa si nasconde dietro tre lettere che cambiano i processi

Nelle trasmissioni televisive che si occupano di cronaca nera capita sempre più spesso di sentir pronunciare la sigla BPA, di solito in fretta, tra una ricostruzione grafica e il parere dell’esperto di turno. Raramente viene spiegata. Eppure dietro quelle tre lettere c’è una tecnica criminalistica che, negli ultimi vent’anni, ha avuto un ruolo importante in alcuni processi penali molto seguiti anche in Italia. BPA sta per Bloodstain Pattern Analysis, in italiano analisi delle tracce ematiche. È la disciplina che studia forma, dimensione, distribuzione e posizione delle macchie di sangue presenti sulla scena di un crimine per ricavare indicazioni sulla dinamica che le ha prodotte. Non si occupa del DNA contenuto nel sangue: quello è compito della genetica forense. La BPA si occupa del comportamento fisico del sangue. Di come una goccia cade, rimbalza, si proietta, si trasferisce da una superficie all’altra. Di cosa può suggerire la forma di uno schizzo sul muro rispetto alla direzione del movimento, all’area da cui il sangue può essere partito, alla compatibilità tra le tracce osservate e una certa ricostruzione dei fatti.
Le basi scientifiche della BPA sono la fisica dei fluidi, la trigonometria, la biologia e la chimica. Il sangue è un fluido con proprietà specifiche: ha una viscosità superiore a quella dell’acqua, una tensione superficiale che contribuisce a determinare la forma delle gocce in volo, un comportamento in parte prevedibile quando colpisce una superficie con un certo angolo e una certa velocità. Quando una goccia di sangue cade in verticale su un piano liscio, tende a produrre una macchia circolare. Se cade con un angolo, la macchia si allunga nella direzione del movimento e può presentare una forma utile a ricostruirne il verso. Naturalmente contano anche il tipo di superficie, la sua inclinazione, la porosità, l’assorbimento e le condizioni della traccia.
Da queste deformazioni l’analista può calcolare l’angolo di impatto e, tracciando le direzioni di più macchie, individuare un’area di convergenza, cioè la zona verso cui le traiettorie sembrano orientarsi sul piano. Quando i dati lo consentono, si può poi ragionare anche sull’area di origine, cioè sulla possibile posizione nello spazio da cui il sangue è partito. È un passaggio importante, perché la BPA non restituisce una fotografia esatta del fatto: offre elementi per verificare se una ricostruzione sia compatibile o meno con le tracce presenti sulla scena.
La classificazione delle tracce ematiche distingue, in modo semplificato, tre grandi categorie. Le macchie passive si formano per effetto della gravità: gocciolamento da una ferita, pozze, colature, sgocciolature lungo una superficie inclinata. Le macchie da proiezione, o spatter, si producono quando una forza esterna agisce sul sangue: un colpo, un impatto, un proiettile, un movimento violento su una ferita aperta. La dimensione e la distribuzione degli schizzi possono orientare l’analista sul possibile meccanismo di produzione e sull’energia coinvolta, ma non consentono da sole di stabilire con certezza il tipo di arma o l’intensità del colpo. Le macchie da trasferimento si formano quando una superficie insanguinata entra in contatto con un’altra: un’impronta di mano, di piede, di scarpa, lo strisciamento di un corpo trascinato. La terminologia tecnica internazionale è stata in larga parte sistematizzata dallo SWGSTAIN, il gruppo di lavoro scientifico sulla BPA istituito nell’ambito dell’FBI, e poi ripresa nei lavori dell’OSAC, l’organismo statunitense che si occupa di standard nelle scienze forensi.
In Italia la BPA acquista particolare rilevanza processuale con il delitto di Cogne, nel 2002, l’omicidio del piccolo Samuele Lorenzi. La grande quantità di tracce ematiche presenti nella camera da letto impose un’analisi sistematica della distribuzione e della morfologia del sangue. Con la sentenza n. 31456, udienza del 21 maggio 2008 e deposito del 29 luglio 2008, la Corte di Cassazione stabilì che la BPA “non può considerarsi una prova atipica, bensì una tecnica d’indagine riconducibile al genus della perizia” e che “non si basa su leggi scientifiche nuove o autonome bensì su quelle ampiamente collaudate da risalente esperienza, proprie di altre scienze“. La BPA è stata poi richiamata, con ruoli e peso diversi, anche nella strage di Erba, nel delitto di Melania Rea, nel delitto di Garlasco e in altri procedimenti. Nel caso di Erba, in particolare, l’analisi delle tracce ematiche si confrontò anche con una scena alterata dall’incendio appiccato dopo i delitti, mostrando quanto sia delicato valutare una scena già modificata da eventi successivi.
Ci sono però limiti che è importante conoscere. La BPA non fornisce un risultato univoco, esprimibile in termini di certezza matematica. Del resto, neppure il DNA o le impronte digitali producono, da soli, una sentenza. Le conclusioni derivano dall’osservazione, dalla classificazione, dal confronto tra le tracce e dalla verifica delle ipotesi possibili. Quando il caso lo richiede, l’analisi può essere integrata da prove sperimentali o simulazioni fisiche, anche con manichini snodabili e sostanze con proprietà simili al sangue umano, come sangue suino o sangue sintetico. I risultati della simulazione vengono confrontati con i pattern reali per capire quale dinamica li riproduca con maggiore fedeltà. Non sempre questo passaggio è necessario, ma quando viene eseguito può rafforzare o indebolire una ricostruzione.
Un altro elemento critico è la qualità del sopralluogo iniziale. La BPA può essere applicata direttamente sulla scena del crimine oppure, in un secondo momento, su materiale fotografico e video. In entrambi i casi la documentazione deve essere accurata: fotografie con riferimenti metrici, illuminazione adeguata, riprese ortogonali delle macchie, indicazione delle superfici, delle distanze e dell’orientamento degli ambienti. Possono essere usati anche reagenti chimici come il luminol per evidenziare tracce non visibili a occhio nudo. Il luminol reagisce con alcuni componenti del sangue e produce una luminescenza blu-verde, utile soprattutto quando le tracce sono state lavate o rimosse. È però un test presuntivo: segnala una possibile presenza di sangue, ma richiede accertamenti successivi. Un sopralluogo mal condotto, una fotografia insufficiente o una repertazione approssimativa possono compromettere in modo irreversibile la possibilità di applicare correttamente la BPA.
La prossima volta che in televisione qualcuno pronuncerà la sigla BPA, sarà utile ricordare di cosa si parla davvero: non di una formula capace di ricostruire da sola un delitto, ma di uno strumento tecnico che legge le tracce di sangue attraverso fisica, geometria e osservazione. È prezioso quando resta dentro i propri limiti; diventa rischioso quando viene trasformato in una narrazione certa e definitiva.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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