Il 21 agosto 1994, durante la Sagra degli Osei di Sacile, in provincia di Pordenone, un tubo metallico imbottito di esplosivo viene raccolto vicino a una cabina telefonica ed esplode tra la folla. Restano ferite alcune persone. In quel momento nessuno può sapere che quell’episodio, se si esclude un precedente attentato del 1993 attribuito in seguito alla stessa mano, segna l’inizio della stagione pubblica di uno dei casi più anomali della cronaca criminale italiana: una serie di ordigni disseminati tra Veneto orientale e Friuli occidentale, per oltre dieci anni, senza una rivendicazione, senza un movente dichiarato, senza un nome.
La stampa lo chiama Unabomber, per analogia con Theodore Kaczynski, il terrorista statunitense che aveva spedito pacchi bomba per anni negli Stati Uniti. Ma il paragone regge solo in parte. L’Unabomber italiano non scrive manifesti, non invia lettere, non spiega le proprie ragioni. Non cerca una tribuna politica, non rivendica, non comunica. Colpisce e scompare. Lascia oggetti alterati, trappole minime e micidiali, ordigni nascosti dentro cose comuni. L’area è relativamente circoscritta: Pordenone, Portogruaro, Lignano Sabbiadoro, San Biagio di Callalta, Caorle, il confine mobile tra Friuli e Veneto. Gli attentati e i tentativi attribuiti alla serie sono una trentina, secondo le diverse ricostruzioni. Nessuno muore, ma molte persone vengono ferite; alcune restano mutilate. Il dato più inquietante è proprio questo: l’autore sembra cercare il danno fisico, la paura, la possibilità dell’esplosione improvvisa nella normalità, più che una morte certa.
La prima fase, tra il 1994 e il 1996, è dominata dai tubi bomba. Sono ordigni rudimentali ma efficaci: segmenti metallici riempiti con miscele esplosive ricavate da materiali facilmente reperibili, fuochi d’artificio, munizioni, sostanze da innesco. Vengono lasciati in luoghi pubblici, spesso in momenti di festa o durante la stagione estiva, quando la presenza di persone aumenta il rischio e moltiplica l’effetto psicologico. Il 4 agosto 1996 un tubo bomba esplode sulla spiaggia di Lignano Sabbiadoro e ferisce gravemente Roberto Curcio, turista di Domodossola. Poi la serie sembra fermarsi. Dopo il 1996 comincia una lunga fase di quiescenza, interrotta soltanto da episodi controversi o non esplosi, prima della ripresa evidente del 2000.
Quando ricompare, nel luglio 2000, Unabomber sembra tornare al vecchio schema: un altro tubo bomba sulla spiaggia di Lignano ferisce il carabiniere in pensione Giorgio Novelli. Ma pochi mesi dopo la tecnica cambia. I tubi metallici lasciano il posto a oggetti di uso quotidiano: uova, tubetti di maionese, concentrato di pomodoro, barattoli di crema spalmabile, lumini da cimitero, confezioni di bolle di sapone, capsule di ovetti con sorpresa, evidenziatori colorati, bottiglie con finti messaggi all’interno. La logica non è più soltanto quella dell’ordigno abbandonato, ma dell’oggetto travestito. Qualcosa che deve sembrare innocuo, familiare, perfino attraente.
È qui che il caso assume la sua forma più disturbante. L’attentatore non si limita più a collocare esplosivi in luoghi pubblici; lavora sulla fiducia che le persone ripongono nelle cose comuni. Un contenitore colorato, un giocattolo, un oggetto da scaffale, una bottiglia trovata sulla riva non sono percepiti come minacce. Proprio per questo possono essere raccolti, aperti, manipolati. La perizia tecnica dell’autore appare cresciuta: i congegni diventano più piccoli, più sofisticati, più difficili da riconoscere. In alcuni ordigni viene indicata anche la presenza di nitroglicerina, sostanza instabile e complessa da maneggiare. Non è soltanto manualità: è studio, sperimentazione, controllo dei dettagli.
Il 25 aprile 2003, sul greto del Piave, a Fagarè della Battaglia, una bambina di nove anni, Francesca Girardi, raccoglie un evidenziatore colorato. L’oggetto esplode, causandole gravissime lesioni alla mano e a un occhio. Il 26 gennaio 2005, a Treviso, un ragazzino di dodici anni calcia una capsula di ovetto Kinder trovata su una centralina telefonica: l’ordigno esplode, ma per caso non lo ferisce. Sono episodi che segnano la memoria collettiva del Nordest. La scelta di oggetti capaci di attirare l’attenzione dei bambini diventa uno dei punti centrali dell’analisi comportamentale: non consente di formulare una diagnosi, ma indica una disponibilità a colpire soggetti vulnerabili attraverso l’inganno dell’oggetto familiare.
L’ultimo attentato esploso generalmente attribuito alla serie risale al 6 maggio 2006, a Porto Santa Margherita di Caorle. Sulla riva del Livenza due fidanzati trovano una bottiglia che sembra contenere un messaggio. Quando Massimiliano Bozzo, infermiere, ne svita l’estremità, l’ordigno esplode e gli provoca ferite gravissime. Dopo quell’episodio Unabomber non colpisce più. Non c’è un arresto, non c’è una rivendicazione finale, non c’è un errore evidente che consenta di chiudere la caccia. Semplicemente, la serie si interrompe.
Le indagini coinvolgono più procure: Pordenone, Udine, Venezia, Treviso, con successivi sviluppi anche a Trieste nella fase più recente. A partire dal 2003 viene istituita una forma di coordinamento presso la Procura generale di Venezia, nel tentativo di mettere ordine in una vicenda frammentata per territorio, tempi e competenze. Gli investigatori lavorano su migliaia di segnalazioni, profili tecnici, comparazioni, materiali sequestrati, compatibilità geografiche. La dispersione degli episodi è uno dei problemi principali: Unabomber colpisce in un’area riconoscibile, ma non abbastanza stretta da rendere semplice la selezione dei sospettati.
Il nome che più di ogni altro entra nell’inchiesta è quello di Elvo Zornitta, ingegnere di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone. Gli elementi valorizzati dagli inquirenti sono di tipo circostanziale e tecnico: l’area dei suoi spostamenti lavorativi è compatibile con quella degli attentati, le sue competenze sono ritenute coerenti con la costruzione degli ordigni, nella sua abitazione vengono sequestrati oggetti che, in astratto, potrebbero essere utilizzati per realizzare alcuni congegni. Nel 2006 un consulente della Procura rileva una possibile compatibilità tra le lame di un paio di forbici sequestrate a Zornitta e i tagli presenti su un lamierino collegato a un ordigno.
Quel punto, però, diventa uno degli snodi più controversi dell’intera indagine. La pista Zornitta non si indebolisce soltanto per mancanza di riscontri decisivi: viene travolta anche dal dubbio sulla genuinità di un reperto, con l’ipotesi di una manipolazione della prova. Il DNA repertato su uno degli ordigni non corrisponde al suo profilo genetico. Il quadro indiziario perde progressivamente consistenza. Zornitta viene prosciolto in istruttoria e non sarà mai rinviato a giudizio. Per lui il caso Unabomber diventa una seconda vicenda: non solo quella degli attentati, ma quella di un sospetto rimasto addosso nonostante l’assenza di una condanna.
Per anni il fascicolo sembra destinato a restare fermo. Poi, tra la fine del 2022 e l’inizio del 2023, il caso viene riaperto a Trieste anche a seguito di un esposto presentato dal giornalista Marco Maisano, autore del podcast “Fantasma“, e da due vittime degli attentati, Francesca Girardi e Greta Momesso. Vengono iscritti undici indagati, tra cui lo stesso Zornitta, il fratello gemello Galliano e altri soggetti già emersi nelle vecchie indagini. L’obiettivo è verificare se le tecniche genetiche oggi disponibili possano dire qualcosa che vent’anni prima non era possibile accertare.
Nel 2024 viene disposta una nuova perizia sui reperti ancora conservati. Nell’ottobre 2025 arriva l’esito: il DNA estratto dai reperti analizzati non corrisponde agli undici indagati. Il confronto viene esteso anche ad altri soggetti, per un totale di sessantatré profili, senza produrre una corrispondenza utile. Le tracce genetiche ci sono, ma non conducono a uno dei nomi finiti nel fascicolo. Sul piano investigativo è un risultato importante, ma non risolutivo: esclude, o comunque non conferma, certe piste; non identifica l’autore.
Nel frattempo incombe la prescrizione per gli ultimi attentati. Nell’aprile 2026 Zornitta formalizza la rinuncia alla prescrizione, chiedendo una decisione nel merito. È un gesto processuale non comune: significa rinunciare a una possibile chiusura per decorso del tempo e chiedere invece che sia valutata la sostanza dell’accusa. La Procura di Trieste chiede l’archiviazione; una delle vittime sollecita ulteriori approfondimenti; il Gip si riserva di decidere. A oltre trent’anni dal primo tubo bomba di Sacile, il caso resta appeso a una condizione paradossale: molto materiale, molte analisi, molti sospettati, nessun nome.
Restano alcune indicazioni ricorrenti nelle ipotesi investigative. L’autore sembra conoscere bene il territorio del Friuli occidentale e del Veneto orientale. Possiede competenze tecniche non comuni: chimica di base, meccanica, precisione manuale, capacità di adattare oggetti ordinari a funzioni esplosive. Sceglie spesso giorni di festa, luoghi frequentati, momenti in cui la presenza di famiglie e bambini aumenta il rischio e amplifica l’allarme. L’interruzione tra la fine degli anni Novanta e la ripresa del 2000 suggerisce un impedimento, un cambiamento di vita, un trasferimento, una detenzione, una malattia, oppure semplicemente una pausa deliberata. Ma sono ipotesi, non certezze.
Anche il movente resta opaco. L’assenza di rivendicazioni rende debole l’ipotesi terroristica o ideologica. L’evoluzione tecnica degli ordigni indica un soggetto che sperimenta e perfeziona. La scelta di oggetti comuni, talvolta destinati ad attirare bambini, orienta verso un bisogno di controllo e di dominio sulla scena più che verso un obiettivo concreto. I tentativi di profilazione hanno immaginato un uomo adulto, residente o comunque radicato nell’area, con istruzione tecnica, scarsa visibilità sociale e nessun precedente significativo. Ma il profilo, da solo, non identifica nessuno. Serve a restringere un campo; in questo caso, non è bastato.
Unabomber del Nordest resta così una figura costruita per sottrazione. Non ha volto, non ha voce, non ha firma scritta. Non ha mai spiegato perché colpisse. Ha lasciato tubi, contenitori, bottiglie, giocattoli, oggetti modificati. Ha trasformato spiagge, sagre, supermercati, argini di fiume e luoghi di passaggio in possibili scene del crimine. Ha ferito adulti e bambini, ha mutilato, ha generato una paura diffusa in un territorio abituato a percepirsi come ordinato e sicuro. Non ha ucciso, ma alcuni ordigni avrebbero potuto farlo. Che nessuno sia morto può dipendere dal caso, da un calcolo dell’autore o da una combinazione di entrambi. Anche questo, come il suo nome, resta senza risposta.












