Tra il 1971 e il 1989, nell’area friulana, si registrano una serie di omicidi di donne irrisolti. Si contano tredici vittime ma solo quattro delitti presentano un elemento comune da far ipotizzare la mano dello stesso autore. È questo il primo nodo del caso: non soltanto chi abbia ucciso, ma se dietro tutti quei corpi ci fosse davvero un solo assassino.
Le vittime vivono spesso ai margini. Molte si prostituiscono, si muovono di notte, salgono su auto di sconosciuti, frequentano strade e luoghi dove la loro assenza può essere notata tardi. Alcune non hanno una rete familiare capace di attivarsi subito. Altre, invece, non appartengono a quel mondo. Proprio questa discontinuità rende il caso più difficile da leggere. I delitti avvengono in un’area che ruota attorno a Udine e ai comuni vicini, tra strade isolate, campagne, zone periferiche, luoghi di passaggio. Le modalità cambiano: strangolamenti, ferite da arma da taglio, corpi abbandonati, in un caso bruciato. Per anni ogni omicidio viene trattato soprattutto come episodio separato.
Nel 1994 un’informativa dei carabinieri alla magistratura prova a mettere ordine in quella sequenza e individua un possibile filo conduttore. Quattro corpi presentano una stessa lesione: un’incisione lunga, curva, descritta come una forma a “S”, che corre dallo sterno al pube. Il taglio è netto, praticato con una lama sottile. Secondo alcune valutazioni medico-legali, ricorda una tecnica chirurgica compatibile con il parto cesareo degli anni Cinquanta e Sessanta. È un dettaglio che cambia la prospettiva. Quella ferita non serve a uccidere. Non è necessaria alla rapina, alla fuga, alla neutralizzazione della vittima. Se è davvero ripetuta nello stesso modo, appartiene a un altro livello: quello della firma, cioè di un gesto non funzionale al delitto, ma collegato a un bisogno dell’autore.
I quattro nomi più solidamente collegati alla cosiddetta firma sono quelli di Maria Carla Bellone, diciannove anni, prostituta, uccisa nel febbraio 1980 nelle campagne di Pradamano; Luana Giamporcaro, ventidue anni, prostituta, uccisa il 24 gennaio 1983; Aurelia Januschewitz, quarantadue anni, prostituta, uccisa il 3 marzo 1985; Marina Lepre, quarant’anni, maestra di scuola elementare, uccisa il 26 febbraio 1989 sulle sponde del torrente Torre. Sono quattro donne diverse per età, contesto, abitudini e grado di esposizione al rischio. Tre appartengono al circuito della prostituzione. Una no.
Il caso di Marina Lepre spezza lo schema più semplice. Non è una prostituta. Non si muove nei circuiti della notte. È un’insegnante, una donna inserita in una vita familiare e sociale riconoscibile. Se la mano che l’ha uccisa è la stessa degli altri delitti, allora l’autore non può essere spiegato soltanto come un cliente violento o come un uomo che colpisce donne marginali perché più vulnerabili. La vittima diventa un bersaglio per ragioni meno immediate: la solitudine del momento, il luogo, l’occasione, forse un criterio interno all’autore che gli investigatori non sono mai riusciti a decifrare.
Accanto a questi quattro omicidi, le ricostruzioni sul Mostro di Udine collocano altri delitti avvenuti tra gli anni Settanta e Ottanta. Irene Belletti, trentacinque anni, accoltellata nella sua auto vicino alla stazione di Udine nel settembre 1971. Elsa Moruzzi, cinquantadue anni, strangolata nel centro di Udine nel novembre 1972. Eugenia Tilling, sgozzata nel dicembre 1975. Maria Luisa Bernardo, ventisei anni, accoltellata a Moruzzo nel settembre 1976. Jacqueline Brechbuhler, quarantasei anni, accoltellata nel 1979. Wilma Ghin, diciotto anni, trovata carbonizzata in una discarica a Gradisca nel marzo 1980. Maria Bucovaz, quarantaquattro anni, strangolata nel maggio 1984. Matilde Zanette, uccisa nel settembre 1984. Stojanka Joksimovic, quarantadue anni, strangolata nel dicembre 1984. Sono nomi che rientrano nel perimetro delle ipotesi, non in quello delle attribuzioni certe. Alcuni casi potrebbero essere collegati. Altri potrebbero appartenere a storie criminali diverse, finite nello stesso cono d’ombra perché avvenute nella stessa area, nello stesso periodo, contro donne esposte a rischi simili.
Le indagini si orientano anche verso un sospettato la cui identità non viene resa pubblica. Le ricostruzioni giornalistiche lo indicano come un medico, o un ginecologo, residente nella zona. Il dettaglio sembra coerente con la natura della lesione addominale: un taglio preciso, tecnicamente riconoscibile, forse eseguito da qualcuno con familiarità chirurgica. Durante una perquisizione, secondo quelle stesse ricostruzioni, nella sua abitazione sarebbe stata trovata una cassetta di ferri chirurgici a cui mancava un bisturi. Ma il procedimento non supera la soglia del sospetto. Per la magistratura gli elementi disponibili non bastano. L’uomo muore di morte naturale intorno al 2000 e, con lui, si chiude di fatto una delle piste più suggestive, ma mai trasformata in prova.
Nel 2019 la vicenda torna all’attenzione pubblica in modo inatteso. Durante il lavoro legato alla docuserie “Il Mostro di Udine“, prodotta per Crime+Investigation e diretta da Matteo Lena, negli archivi del tribunale vengono individuati reperti mai analizzati con le tecniche genetiche moderne. Si tratta di materiali collegati ad alcuni delitti degli anni Settanta e Ottanta: un preservativo usato, capelli, un mozzicone, reperti che all’epoca potevano dire poco e che oggi, almeno in teoria, potrebbero contenere tracce biologiche utili. L’avvocata Federica Tosel, legale dei familiari di Maria Luisa Bernardo e Maria Carla Bellone, presenta istanza di riapertura delle indagini. La Procura di Udine apre un nuovo fascicolo a carico di ignoti e affida parte degli accertamenti ai RIS di Parma.
In parallelo si muove anche il fronte legato all’omicidio di Marina Lepre. La figlia, Fedra Peruch, consegna agli inquirenti alcuni effetti personali della madre, nella speranza che le tecniche attuali possano ricavare elementi rimasti invisibili trent’anni prima. È uno dei tratti più ricorrenti dei cold case: ciò che nel momento dell’indagine sembra muto può tornare a parlare quando cambiano gli strumenti. Ma il tempo non conserva tutto. I reperti possono degradarsi, contaminarsi, essere manipolati, perdere valore. La tecnologia può aprire possibilità nuove, non cancellare i limiti del materiale disponibile.
Nel luglio 2021 arrivano i risultati delle analisi sui reperti collegati agli omicidi Bernardo e Bellone. Secondo fonti giornalistiche, vengono isolati alcuni profili genetici, maschili e femminili, presenti su più reperti. È un dato importante, ma non risolutivo. Un profilo biologico trovato su un reperto non identifica automaticamente l’assassino. Può appartenere all’autore, a una persona entrata in contatto con la vittima, a un cliente, a un soccorritore, a qualcuno passato sulla scena, o anche derivare da contaminazioni successive. Il DNA, in un caso così lontano nel tempo, è una traccia da interpretare con prudenza, non una risposta già pronta.
È questa la vera difficoltà del Mostro di Udine. L’etichetta suggerisce un volto unico, una serie compatta, un assassino che attraversa due decenni lasciando lo stesso segno. Ma il materiale giudiziario racconta qualcosa di più irregolare: quattro delitti legati da una possibile firma, una costellazione di omicidi forse collegati, un sospettato mai processato, reperti riemersi troppo tardi, profili genetici ancora senza un significato definitivo. La domanda non è soltanto “chi era il Mostro“. È anche se il Mostro, come figura unica, sia mai esistito davvero nella forma che la cronaca gli ha dato.
A oltre cinquant’anni dal primo delitto inserito nelle ricostruzioni e a più di trent’anni dall’informativa che provò a unire i casi, il Mostro di Udine resta uno dei cold case più singolari della cronaca italiana. Non ha avuto la centralità mediatica del Mostro di Firenze. Non ha prodotto una verità processuale stabile come altri casi seriali. È rimasto più laterale, forse anche perché molte delle vittime erano donne già considerate laterali dalla società: prostitute, straniere, donne sole, presenze notturne destinate a pesare meno nello sguardo pubblico. Ma proprio per questo il caso conserva una sua forza disturbante. Quattro corpi sembrano portare la stessa firma. Molti altri restano sospesi ai margini della stessa ipotesi. E nessun nome, fino a oggi, è riuscito a riempire quello spazio vuoto.
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