Il 27 luglio 2007, intorno alle 15.30, i Vigili del Fuoco di Roma intervengono in via della Pescaglia, alla Magliana, per spegnere un incendio in un canneto lungo la pista ciclabile del Lungotevere, accanto a un’area industriale. Durante le operazioni di spegnimento, i getti d’acqua portano alla luce un oggetto sferico, annerito dal fuoco. È un cranio umano. Sul posto arrivano la Polizia di Stato, il magistrato di turno e il medico legale Luigi Cipolloni. L’ispezione dell’area restituisce altri resti ossei, disposti lungo il muro perimetrale: vertebre cervicali, toraciche e lombari, un femore quasi integro, frammenti di tibia e perone, un omero, falangi, metacarpi, frammenti di costole, una scapola. A pochi metri viene trovata anche una borsa, o un marsupio, con documenti e chiavi riconducibili a Libero Ricci, pensionato di 77 anni, artigiano decoratore, scomparso nell’ottobre del 2003 dalla sua abitazione di via Luigi Rava, a meno di un chilometro da quel punto.
L’ipotesi iniziale è la più semplice: i documenti sono di Ricci, dunque anche lo scheletro potrebbe essere di Ricci. I figli chiedono l’esame del DNA per avere una conferma. L’analisi genetica, condotta nell’ambito degli accertamenti medico-legali della Sapienza, restituisce però un risultato inatteso: il cranio appartiene a una donna. La Procura di Roma dispone allora verifiche estese su tutte le ossa disponibili. Il laboratorio Circe dell’Università di Caserta applica il metodo di datazione al radiocarbonio noto come “Bomb Spike“, utile per collocare nel tempo resti biologici successivi agli esperimenti nucleari atmosferici del Novecento. Il risultato cambia completamente la natura del caso: quello scheletro non appartiene a una sola persona, ma è composto da resti di cinque individui diversi, tre donne e due uomini, deceduti in un arco temporale compreso, secondo le stime, tra la fine degli anni Ottanta e il 2006.
I profili vengono indicati con sigle. F1 è una donna tra i 45 e i 55 anni, deceduta verosimilmente tra il 2002 e il 2006. A lei appartengono il cranio e la colonna vertebrale. I denti risultano molto usurati, dato compatibile con una storia odontoiatrica povera o assente. F2 è una donna tra i 20 e i 35 anni, morta probabilmente tra il 1992 e il 1998: di lei resta una tibia destra. F3 è una donna tra i 35 e i 45 anni, con una finestra di morte collocata tra il 1995 e il 2000: di lei resta un perone destro. M1 è un uomo tra i 40 e i 50 anni, deceduto tra il 2002 e il 2006. M2 è un uomo tra i 25 e i 40 anni, il più antico del gruppo, con una morte stimata tra il 1986 e il 1989. Nella composizione non risultano ossa in sovrannumero: nessun segmento scheletrico è duplicato, e i resti sono disposti secondo una logica anatomica. Questo dato suggerisce che chi li ha assemblati avesse una conoscenza non improvvisata del corpo umano.
La Procura della Repubblica di Roma apre un’indagine per omicidio volontario plurimo e occultamento di cadaveri, affidata al pubblico ministero Marcello Monteleone. Le ipotesi investigative si susseguono. La prima è quella del serial killer: più persone uccise in un lungo arco di tempo, i cui resti sarebbero stati conservati e poi riuniti in una sola composizione. È una pista forte sul piano narrativo, ma debole sul piano criminologico: mancano una sequenza riconoscibile di azioni omogenee, una ripetizione del modus operandi, una continuità temporale sufficiente a sostenere l’idea di una serie. Un arco così ampio, senza episodi collegati tra loro da modalità ricorrenti, rende l’ipotesi poco solida.
La seconda ipotesi riguarda la possibile sottrazione di resti da sepolture: un ladro di tombe, un soggetto legato al settore funerario, qualcuno capace di accedere a ossa umane già scheletrizzate. Anche questa pista incontra un ostacolo. Secondo le valutazioni medico-legali, sulle ossa non emergono tracce compatibili con una provenienza cimiteriale, come residui riconducibili a materiali tipici delle bare. I resti, almeno secondo questa lettura, non sembrano arrivare da sepolture ordinarie. L’ipotesi che resta più resistente è quella di un soggetto che, nel corso di anni, avrebbe raccolto, conservato e poi assemblato ossa umane, disponendole in forma di scheletro prima di abbandonarle alla Magliana. Non una diagnosi, non un profilo certo, ma una possibilità investigativa coerente con la stranezza della scena.
Nel 2010 le analisi sul DNA mitocondriale aggiungono un dato ulteriore. F1, la donna a cui appartengono il cranio e la colonna vertebrale, risulta compatibile con una linea materna collegata alla famiglia di Libero Ricci. Il riferimento è alla madre di Ricci, Rebecca Moscato, morta nel 1987. Il dato apre una domanda difficile: chi è quella donna, apparentemente legata per via materna allo scomparso? E perché i suoi resti si trovano nello stesso luogo in cui compare il marsupio dell’anziano pensionato? Il legame non risolve il caso, ma lo rende ancora più anomalo. Libero Ricci resta scomparso; il suo corpo non viene identificato tra quei resti; e la donna del cranio continua a non avere un nome.
Negli anni successivi vengono tentati altri confronti. Il profilo di F2, la più giovane delle tre donne, viene comparato nel 2017 con quello di Alessia Rosati, ventunenne scomparsa a Roma il 23 luglio 1994. L’esito è negativo. Nel 2024 viene avanzata anche una possibile pista su F3, fondata su compatibilità di sesso, età e finestra temporale con Magdalena Chindris, cittadina rumena scomparsa nel 1995, il cui nome era emerso anche in altri contesti investigativi. Ma non si tratta di un’identificazione genetica: è una pista, non una conclusione.
L’inchiesta viene archiviata nel 2011. Non c’è un responsabile, non c’è un’identità certa per le cinque persone, non c’è una spiegazione definitiva per la scomparsa di Libero Ricci. Restano i profili biologici, la composizione anatomica, il documento trovato a pochi metri dai resti, il collegamento mitocondriale con la linea materna della famiglia Ricci e una scena che sembra costruita per essere trovata, ma non per essere capita.
Nel 2023 il caso torna all’attenzione pubblica, non come formale riapertura giudiziaria, ma come nuovo tentativo scientifico di identificazione. Nell’ambito di un progetto collegato alle persone scomparse, con il coinvolgimento dell’Istituto di Medicina legale della Sapienza e dell’antropologa forense Chantal Milani, viene ripreso il cranio di F1. A partire da una TAC, Milani lavora alla ricostruzione tridimensionale del volto: ricolloca virtualmente muscoli e tessuti molli sul cranio, fino a ottenere un’immagine compatibile con l’aspetto che quella donna avrebbe potuto avere in vita. La ricostruzione viene diffusa nel maggio 2023 e ripresa anche da “Chi l’ha visto?” e dal Corriere della Sera. L’obiettivo è semplice e difficile insieme: permettere a qualcuno di riconoscerla.
La valutazione antropologica conferma il carattere singolare della vicenda. L’ipotesi del serial killer appare debole; più convincente è l’idea di una composizione deliberata, realizzata da qualcuno che aveva accesso a resti umani e conoscenze sufficienti per assemblarli in modo anatomicamente plausibile. Ma da qui in poi comincia il limite dell’indagine: sapere che una scena è stata costruita non significa sapere da chi, né perché, né quando esattamente. La composizione dice qualcosa sull’autore, ma non abbastanza da trasformare un’intuizione in una prova.
A quasi vent’anni dal ritrovamento restano cinque profili genetici senza nome, un pensionato scomparso senza corpo, uno scheletro assemblato con precisione e un autore mai individuato. Il caso del collezionista di ossa della Magliana, espressione ormai entrata nella cronaca del caso più che vera categoria criminologica, resta uno dei cold case più singolari della storia criminale italiana recente.










