Il 9 luglio 2026, durante una lite sul pianerottolo di casa a Pomezia, una donna di ventinove anni avrebbe preso un liquido corrosivo e lo avrebbe gettato contro il compagno, colpendolo al volto e al corpo. Valerio Gentile, trentasette anni, è stato trasportato in codice rosso al reparto grandi ustionati dell’ospedale Sant’Eugenio di Roma con ustioni di terzo grado e lesioni destinate a lasciare uno sfregio permanente. Meno di un mese dopo, nei primi giorni di agosto, è morto all’ospedale dei Castelli, ad Ariccia. Da qualche giorno la sua storia circola molto sui social. Non perché l’aggressione sia appena avvenuta, visto che risale a quasi un mese fa, ma perché la notizia della morte ha cambiato improvvisamente la percezione del caso. Nei commenti e nei rilanci è comparsa anche la parola “maschicidio“, accanto a discussioni sulla presunta minore attenzione riservata alle vittime maschili di violenza. Altri hanno contestato questa lettura. Prima di usare il caso per sostenere una tesi o quella opposta, però, c’è una domanda più semplice: che cosa sappiamo davvero di quello che è accaduto? L’aggressione è documentata. Quel 9 luglio Gentile e la compagna si trovavano nell’abitazione in cui vivevano, nella zona di piazzale Aldo Moro. Secondo la ricostruzione dei carabinieri, tra i due era scoppiata una lite che è proseguita sul pianerottolo. A un certo punto la donna avrebbe lanciato contro il compagno il liquido corrosivo, raggiungendolo soprattutto al volto e al collo. Alcuni vicini hanno chiamato i soccorsi. Durante la successiva perquisizione dell’appartamento i militari hanno trovato sotto un mobile della cucina una bottiglia da un litro di acido professionale disostruente, ritenuta compatibile con la sostanza utilizzata. Gentile è stato ricoverato in codice rosso al Sant’Eugenio con ustioni di terzo grado e lesioni permanenti al viso. La donna è stata arrestata con l’accusa prevista dall’articolo 583-quinquies del codice penale, la deformazione dell’aspetto della persona mediante lesioni permanenti al viso. Il 13 luglio il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Velletri ha convalidato l’arresto e ha disposto il divieto di avvicinamento alla parte offesa e ai luoghi da lui abitualmente frequentati, con l’obbligo di mantenere una distanza di almeno mille metri. Fin qui i fatti sono sufficientemente definiti. Una donna è accusata di avere lanciato dell’acido contro il proprio compagno, provocandogli lesioni gravissime e uno sfregio permanente. È la parte della vicenda sulla quale esistono già un’indagine, un arresto convalidato e una misura cautelare. Più incerto è ciò che è accaduto dopo. Al Sant’Eugenio erano stati programmati alcuni interventi chirurgici, ma Gentile ha lasciato volontariamente l’ospedale rifiutando le operazioni. Quando il 22 luglio i carabinieri hanno reso pubblica la notizia dell’aggressione, risultava irreperibile. Per alcuni giorni la vicenda è rimasta quella di un grave episodio di violenza domestica, con un’accusa per lesioni permanenti. Poi Gentile è morto. La Procura di Velletri ha aperto un nuovo fascicolo, al momento senza indagati, e ha disposto l’autopsia. L’uomo è stato soccorso in stato confusionale in strada, nel territorio di Marino, e trasportato all’ospedale dei Castelli, dove è deceduto. Tra le ipotesi prese in considerazione dagli investigatori c’è anche quella di un’overdose di cocaina. Secondo quanto riportato da Repubblica, gli investigatori stanno anche cercando di individuare chi potrebbe avergli venduto la sostanza. È proprio questo elemento a imporre cautela quando il caso viene raccontato oggi. Gentile è stato certamente vittima dell’aggressione con l’acido, ma non è ancora accertato che sia morto per le conseguenze di quelle ustioni. Saranno l’autopsia e gli esami tossicologici a stabilire se il decesso sia stato provocato da un’intossicazione, dalle lesioni riportate tre settimane prima, dalle loro complicazioni oppure da più fattori concorrenti. La differenza non è soltanto medica, ma è decisiva anche sul piano giudiziario. Nel diritto penale non basta che un evento ne preceda un altro perché il primo ne sia automaticamente considerato la causa: se una persona gravemente ferita muore settimane dopo, occorre ricostruire ciò che è avvenuto nel frattempo e stabilire quale processo abbia concretamente prodotto il decesso. In questa ricostruzione potrebbe pesare anche la scelta di Gentile di interrompere le cure, qualora la medicina legale individuasse nelle ustioni una componente della morte. Da tutto questo dipenderà anche la posizione della ventinovenne. Se la morte risultasse del tutto indipendente dall’aggressione, il procedimento conserverebbe il proprio oggetto originario, cioè le lesioni gravissime e lo sfregio permanente provocati con il liquido corrosivo. Se invece emergesse un rapporto causale tra quelle ferite e il decesso, la Procura dovrebbe rivalutare la qualificazione del fatto. È per questo che la parola “maschicidio“, comparsa in alcuni commenti e rilanci della vicenda, oggi precede i risultati dell’indagine. Per parlare di omicidio bisogna prima sapere se l’aggressione abbia causato la morte, e questo, al momento, non lo sappiamo. Sappiamo invece che Valerio Gentile è stato colpito al volto e al corpo con un liquido corrosivo che, secondo l’accusa, gli è stato lanciato dalla donna con cui aveva una relazione. Sappiamo che ha riportato ustioni di terzo grado e uno sfregio permanente. Sappiamo che la compagna è stata arrestata per quell’aggressione. E sappiamo che è morto meno di un mese dopo. Il resto è ancora da accertare: un’aggressione con l’acido il 9 luglio, una morte all’inizio di agosto e, in mezzo, poco più di tre settimane che la Procura e la medicina legale devono adesso ricostruire. Probabilmente, tempi troppo lunghi per i processi sommari che si instaurano sui social, dove le fazioni si sono già schierate con buona pace per la verità.












