Ieri, 30 luglio 2026 sono arrivate due notizie giudiziarie a poche ore di distanza. A Bergamo la Corte d’Assise, in funzione di giudice dell’esecuzione, ha fissato per il 5 ottobre l’udienza sull’istanza con cui la difesa di Massimo Bossetti, condannato in via definitiva all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio, chiede la ricognizione dei reperti conservati e l’autorizzazione a nuovi accertamenti tecnici. A Roma, quasi in contemporanea, si è saputo che i RIS dei Carabinieri hanno comparato i profili genetici di alcune persone mai formalmente coinvolte nelle indagini con le tracce biologiche superstiti del delitto di via Poma. Il confronto avrebbe dato esito negativo.
Due vicende lontane nel tempo e profondamente diverse sono tornate così, nello stesso giorno, davanti alla prova genetica. Via Poma è ancora un omicidio senza colpevole. Yara è un caso definito da una condanna irrevocabile. Nel primo si cerca un nome che manca da trentasei anni; nel secondo una difesa tenta di ottenere nuovi accertamenti su reperti già esaminati. La provetta è la stessa, il significato giuridico è opposto.
Simonetta Cesaroni venne uccisa il 7 agosto 1990 con ventinove colpi negli uffici dell’Associazione italiana alberghi per la gioventù, in un palazzo del quartiere Prati. Nel dicembre 2024 il giudice per le indagini preliminari ha respinto una nuova richiesta di archiviazione della Procura e disposto ulteriori indagini. Il fascicolo è tuttora aperto contro ignoti. È un cold case in senso proprio, un delitto rimasto senza autore e tornato periodicamente al centro di nuovi accertamenti.
L’omicidio di Yara Gambirasio appartiene a un’altra categoria. La tredicenne scomparve da Brembate di Sopra il 26 novembre 2010 e venne ritrovata tre mesi dopo in un campo di Chignolo d’Isola. Massimo Bossetti è stato condannato definitivamente all’ergastolo. L’udienza del 5 ottobre non riaprirà il processo e non rimetterà automaticamente in discussione quella condanna. La Corte dovrà decidere sulle richieste tecniche avanzate dalla difesa, che da anni contesta la gestione e la conservazione dei reperti.
Eppure entrambi i casi continuano a muoversi. È una condizione che riguarda molti dei grandi delitti italiani: alcuni restano aperti perché non hanno mai avuto un colpevole, altri perché una parte dell’opinione pubblica o della difesa non accetta la ricostruzione fissata dalla sentenza. Il processo può finire, ma la storia continua altrove, nelle consulenze, nei libri, nei programmi televisivi, nei podcast, nelle richieste di nuovi esami.
Nei casi più vecchi molto dipende da ciò che è accaduto nelle prime ore. Via Poma ne è uno degli esempi più evidenti. Il sopralluogo e le indagini iniziali furono segnati da oggetti spostati, tracce non repertate, accertamenti tardivi e materiali biologici in parte consumati nel corso delle analisi successive. Lo stesso giudice che nel 2024 ha respinto la richiesta di archiviazione ha ritenuto gli errori troppo numerosi per poterli spiegare soltanto con la scarsa diligenza o con la cultura investigativa dell’epoca.
A distanza di decenni quelle lacune non possono più essere colmate. Le tecniche moderne consentono di ricavare informazioni da quantità di materiale biologico che nel 1990 sarebbero state inutilizzabili, ma non possono ricreare una traccia mai raccolta né restituire integrità a un reperto compromesso. Ogni nuovo confronto genetico può eliminare un sospetto, restringere il campo, escludere una compatibilità. Non necessariamente indica un altro nome.
La stessa tecnologia che promette risposte definitive produce spesso risultati più difficili da interpretare di quanto appaia. Nei vecchi reperti le tracce possono essere minime, degradate, mescolate con il DNA di più persone. Si ottengono profili parziali, compatibilità familiari, dati che acquistano significato soltanto quando vengono inseriti nel resto dell’indagine.
È ciò che sta accadendo a Garlasco. Per l’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto il 13 agosto 2007, Alberto Stasi sta scontando una condanna definitiva a sedici anni. Quasi vent’anni dopo, una nuova indagine ha portato la Procura di Pavia a contestare il delitto ad Andrea Sempio, che respinge ogni accusa e deve essere considerato innocente fino a un’eventuale condanna definitiva.
La perizia svolta nell’incidente probatorio ha rilevato una concordanza tra un aplotipo parziale del cromosoma Y presente sulle unghie della vittima e la linea paterna di Sempio. Non si tratta di un profilo individualizzante, perché può essere condiviso dai maschi della stessa linea familiare, e il materiale analizzato è incompleto. La Procura attribuisce alla traccia un valore indiziario; la difesa ne contesta attendibilità, provenienza e significato. Lo stesso dato genetico finisce così dentro due ricostruzioni opposte.
La nuova inchiesta non ha cancellato la condanna di Stasi. Ha però creato una situazione anomala: una sentenza irrevocabile indica un responsabile, mentre un altro procedimento ipotizza un autore diverso. Saranno i giudici a stabilire se gli elementi raccolti contro Sempio siano sufficienti a sostenere l’accusa e quali conseguenze possano eventualmente avere sul giudicato già formato.
Anche dopo una sentenza definitiva l’ordinamento conserva strumenti per correggere un possibile errore. La revisione può essere richiesta in ogni tempo a favore del condannato, ma soltanto nelle ipotesi previste dalla legge. Non basta riproporre dubbi già esaminati o affidarsi a una diversa lettura degli stessi elementi. Servono fatti o prove capaci di incidere realmente sulla decisione.
La strage di Erba ha mostrato con chiarezza questo confine. Olindo Romano e Rosa Bazzi sono stati condannati definitivamente all’ergastolo per il massacro dell’11 dicembre 2006. Il caso ha continuato a occupare trasmissioni televisive, libri e inchieste giornalistiche, alimentando una ricostruzione alternativa che ha trovato spazio anche in una richiesta di revisione. Il 10 luglio 2024 la Corte d’Appello di Brescia l’ha dichiarata inammissibile. Il 25 marzo 2025 la Cassazione ha respinto il ricorso. Le condanne sono rimaste ferme.
Sul piano pubblico, però, la discussione non si è chiusa. È qui che la cronaca giudiziaria si trasforma in racconto collettivo. L’attenzione può essere preziosa quando impedisce che un omicidio irrisolto venga dimenticato o porta alla luce un elemento davvero nuovo. Diventa fuorviante quando ogni anomalia viene presentata come una prova, ogni consulenza come la smentita di una sentenza, ogni lacuna come il segno di una verità nascosta.
Via Poma, Yara, Garlasco ed Erba restano situazioni giuridicamente diverse. Il primo è un delitto ancora senza autore. Il secondo e il quarto hanno prodotto condanne definitive. Il terzo vede oggi convivere una sentenza irrevocabile e una nuova accusa ancora da verificare. Ad accomunarli è la distanza tra il momento in cui la giustizia arriva a una conclusione e quello in cui una vicenda smette davvero di interessare l’opinione pubblica. Una distanza che, nei grandi casi di cronaca, può durare per decenni.














