Il labirinto senza uscita

C’è qualcosa di ancora sfuggente, nonostante l’ininterrotta scia di sangue, che continua ad avvolgere ciò che viene denominato “femminicidio“. La densità di questo mistero si può apprezzare appieno dalle interviste – che poi tecnicamente sarebbero raccolte testimoniali se non fosse che a raccoglierle sono i giornalisti– ai parenti, vicini di casa e conoscenti della vittima, del suo aguzzino o di entrambi.
Questi spettatori assonnati e attoniti, che il giorno seguente ci descrivono puntualmente l’omicida come una “brava persona“, lavoratore, sì taciturno ma in fondo educato, sono purtroppo lontani dal lungimirante vicino spione de “La finestra sul cortile“, in grado di leggere dal suo balcone in ombra sottili segnali, come un acuto semiologo. Perché di questo si tratta, di saper leggere nell’inchiostro simpatico, dove i segni ci sono ma appaiono e scompaiono, dove si deve possedere una visione.
Chi investiga, più o meno appassionato di cultura e di scienza, fa del suo meglio per districarsi fra sopralluoghi, referti medico-legali, tracce biologiche, brandelli di tessuto, alla ricerca di un filo che, come una martingala, li unisca tutti in un racconto a ritroso che abbia un senso. Ma il labirinto della mente rimane ai più ancora insondabile.
Credi di aver capito, di essere arrivato a comprendere il perché. Esulti per una teoria dominante che ti convince, che mette d‘accordo esperti e profani, che sembra attanagliarsi perfettamente al tuo caso da dipanare e per cui l’opinione pubblica ti acclamerà con un mezzo busto.
Fino a che un altro uomo uccide un’altra donna e tutto è da rifare. Quella teoria, seppur buona, non era sufficiente a prevedere anche quest’omicidio. Non basta. Questa è un’altra storia, con un’altra sventurata, il suo aguzzino di turno e altri conoscenti e amici in pigiama che, ai microfoni, a stento si riconoscono nello stesso copione.
Come ciò che è accaduto ad Anguillara, vivibilissimo centro sulle rive del lago di Bracciano, tristemente destinato dal nuovo anno ad entrare a far parte della guida delle mete del turismo macabro, per gli appassionati.
Qui è in scena apparentemente uno dei tanti drammi della separazione di una famiglia dal tenore borghese, composta da un lui, Claudio Carlomagno quarantacinquenne imprenditore escavatorista, da una lei, Federica Torzullo, 41enne ingegnere, funzionaria delle Poste in ascesa, e da un bambino di 10 anni.
Come nel più classico dei copioni il Carlomagno, del cui valoroso personaggio riporta solo l’assonanza e la cui sorte decisamente meno benevola lo ha voluto figlio di un assessore alla sicurezza, aveva appreso solo recentemente della nuova relazione sentimentale intessuta dalla moglie, con la quale continuava pericolosamente a condividere lo stesso tetto, ed era in attesa di un’udienza che, come una ghigliottina, avrebbe sancito la fine della loro unione.
Un’unione che, osservando oggi una delle immagini che li ritrae insieme, ci restituisce molte sfumature e alcune insidiose ombre, nascoste dietro al sorriso mesto e asimmetrico del futuro omicida in contrasto con l‘abbagliante solarità della donna che aveva accanto. Quel carattere vincente dal quale egli non riusciva affatto a sentirsi inorgoglito e che non gli suscitava quel senso di ammirazione che ci si aspetta; anzi, ne aumentava vertiginosamente il senso di inadeguatezza al suo cospetto, pur essendone emotivamente dipendente. In fondo, come è noto in psicologia, il complesso di inferiorità e quello di superiorità sono due facce della stessa medaglia, svelando il potere criminogeno del sentimento dell’invidia, reso più pungente dal filo spinato della gelosia. Quella donna in carriera ma anche madre premurosa e, allo stesso tempo, figlia profondamente legata alle proprie origini era forse troppo per un soggetto Irrisolto, che di ruoli conservava a mala pena quello di padre, vedendo naufragare proprio in quei giorni quello di marito e non avendo legami conservativi con la propria famiglia.
La prospettiva di incrociare lo sguardo austero di un giudice a cui permettere di ficcanasare nella sua vita privata, sentendosi ancora più inadeguato, gli sarà parsa quasi peggiore della notizia di un rivale in amore. La perdita di una cornice di senso alla sua esistenza ha mandato in frantumi in modo irreversibile il suo sistema identitario e decisionale, gettandolo nel conflitto insopportabile di chi è ostaggio inconsapevole della dipendenza affettiva. O sei tutto o sei nulla. Così dal bisogno di te al disprezzo di te basta un attimo, come spegnere un interruttore. L’omicidio come liberazione dal conflitto. Lo raccontano i ripetuti fendenti al volto di Federica, sferrati con inusuale violenza, e quel tentativo di eliminarne i connotati secondo la particolare dinamica denominata “defacement“, che rappresenta uno dei punti di massima espressività della motivazione omicida.
Anche questo femminicidio, come gli altri, ci insegna qualcosa ma ci lascia anche i soliti interrogativi prima di dormire. Che ne è stato di quella dimensione paterna in grado di supplire, talora, quella di una madre in carriera? Perché l’omicidio a volte è l’unico alfabeto impiegato da un soggetto per far capire ciò che prima nessuno aveva scorto?
L’ultima menzione non può non riservarsi al piccolo superstite di questa triste vicenda che, forse, possiede già più di ogni altro gli strumenti per decifrare ciò che nessuno aveva visto.

 

Author: Silvia Calzolari

Silvia Calzolari è una psicologa clinica e forense, oltre che criminologa. Dopo la laurea in psicologia, si è specializzata in neuropsicologia e psicodiagnostica forense. È iscritta all'Albo degli psicologi della Toscana. Svolge attività di perito presso gli Uffici Giudiziari, è giudice onorario al Tribunale di Sorveglianza e insegna Criminologia investigativa e Forense all'Università Unicollege di Firenze. Si occupa di tematiche relative alla psicologia giuridica, alla sicurezza stradale e alla psicologia ambientale. Spesso invitata come esperta in convegni e dibattiti.

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