Donato Bilancia: il serial killer senza schema

Nelle prime ore del 16 ottobre 1997, Giorgio Centanaro viene trovato morto nel suo appartamento a Genova. Ha il volto coperto da un cuscino, il nastro adesivo attorno alla testa. Nessun segno di effrazione, nessun testimone. Il medico legale attribuisce il decesso a cause naturali. Il fascicolo viene archiviato. Nessuno sospetta che quella morte sia il primo atto di una serie che in sei mesi produrrà diciassette omicidi, nove uomini e otto donne, tra Liguria e Basso Piemonte: la carriera criminale più concentrata e più inclassificabile nella storia del crimine seriale italiano.
Donato Bilancia, detto Walter, nato a Potenza nel 1951 e cresciuto a Genova nel quartiere di San Fruttuoso, non somiglia a nessuno dei profili che la criminologia classica associa al serial killer. Non ha un tipo di vittima fisso: uccide cambiavalute, prostitute, una guardia giurata, passeggeri sui treni, orefici, conoscenti. Non segue un rituale stabile: alcuni omicidi sono premeditati, altri sembrano esplodere per un impulso che lui stesso non riesce a spiegare. Non ha un movente unico: i primi delitti nascono dalla vendetta (Centanaro e Maurizio Parenti lo avevano truffato al tavolo da gioco); poi il movente diventa economico (le rapine ai cambiavalute); poi sessuale (le prostitute); poi del tutto gratuito (le donne uccise sui treni). E’ stato definito “un serial killer atipico, complesso, con una tipologia di vittime sempre diversa“, i cui moventi erano “per denaro, per rabbia, per vendetta“, secondo un disegno criminale “che, in realtà, nemmeno lui conosceva intimamente“.
Questo è il nodo che rende Bilancia un caso di studio ancora aperto: la sua serie omicidiaria sfugge alle griglie del Crime Classification Manual, il manuale di classificazione dei crimini elaborato dall’FBI e tradotto nel linguaggio della criminologia forense internazionale. Il CCM distingue tra omicidi motivati da tornaconto personale, omicidi a sfondo sessuale, omicidi di potere e omicidi di gruppo. Bilancia li attraversa tutti in sei mesi, senza che nessuna categoria lo contenga per intero. La classificazione più vicina è quella del spree killer, l’assassino che uccide in una sequenza ravvicinata senza periodo di raffreddamento; ma Bilancia ha periodi di pausa, cambia città, cambia metodo, e la sua serie dura abbastanza da assomigliare anche a quella di un serial killer nel senso tradizionale del termine.
Il punto di rottura, nella ricostruzione che emerge dagli interrogatori, è il suicidio del fratello Michele. Nel 1987 Michele Bilancia si toglie la vita insieme al figlio piccolo Davide, di quattro anni, gettandosi sotto un treno alla stazione di Genova Pegli. Per Donato il fratello era l’unico legame affettivo rimasto; nella sua versione, da quel momento qualcosa si spezza in modo irreparabile. A questo trauma si sommano il gioco d’azzardo compulsivo, la perdita progressiva di denaro e di status, l’umiliazione alla bisca clandestina dove Centanaro e Parenti lo deridono dopo averlo truffato. La spirale che porta al primo omicidio non è un raptus: è una costruzione lenta, fatta di rancore accumulato, di isolamento e di una rabbia che cerca un oggetto su cui scaricarsi. Trovato il primo, gli altri seguono con una logica che si allenta a ogni passaggio.
Un dettaglio ricorrente nelle dichiarazioni di Bilancia e nelle perizie è la paura del sangue. Bilancia era terrorizzato nel guardare le vittime negli occhi, al punto da coprire loro il volto dopo averle uccise. Il numero dei colpi sparati era direttamente proporzionale alla resistenza attuata dalle vittime: meno resistevano, meno sparava. È un profilo in cui la violenza non è cercata come esperienza, ma subita come conseguenza di un atto che il soggetto percepisce come necessario e che tuttavia lo disgusta. Il confronto con altri serial killer italiani è istruttivo: Ludwig (Furlan e Abel) avevano un’ideologia, per quanto delirante; Leonarda Cianciulli aveva un sistema di credenze superstiziose; il Mostro di Firenze, chiunque fosse, aveva un rituale costante. Bilancia non ha nulla di tutto questo. Ha solo una calibro 38 e una rabbia che cambia bersaglio ogni volta.
Due degli omicidi avvengono a bordo di treni: Elisabetta Zoppetti, infermiera milanese di ritorno da una vacanza, colpita il 12 aprile 1998 sull’intercity La Spezia-Venezia mentre andava al bagno; e Maria Angela Rubino, uccisa sei giorni dopo su un regionale. Sono questi delitti, più di tutti gli altri, a generare il panico collettivo e a far battezzare Bilancia dai media “il killer dei treni“, un soprannome che riduce a un modus operandi circoscritto una serie molto più ampia e variegata. La cattura avviene il 6 maggio 1998, grazie all’incrocio tra analisi balistiche, riscontri sul DNA, le multe mai pagate della sua Mercedes e l’identikit fornito da Lorena, una transessuale sopravvissuta a un suo tentativo di omicidio a Novi Ligure. Bilancia confessa tutti i diciassette omicidi nei giorni successivi all’arresto, ricostruendoli con una precisione che gli inquirenti descrivono come agghiacciante.
Nel 2000 il Tribunale di Genova lo condanna a tredici ergastoli e a sedici anni per un tentato omicidio. Bilancia trascorre gli ultimi ventidue anni di vita nel carcere Due Palazzi di Padova, mantenendo un profilo basso. Al suo confessore, don Marco Pozza, avrebbe detto: “Andrò all’inferno, ma chiederò a Dio un attimo per chiedere scusa alle vittime“. Negli ultimi mesi aveva chiesto permessi per assistere un ragazzo disabile; il Covid lo ha ucciso il 17 dicembre 2020, a 69 anni. Nessuna delle domande che il suo caso pone alla criminologia ha trovato una risposta definitiva: cosa innesca la transizione da un movente all’altro all’interno della stessa serie; perché un soggetto che prova repulsione per il sangue continua a uccidere; dove finisce lo spree killer e dove inizia il serial killer quando le categorie si sovrappongono. Bilancia è morto senza che le sue azioni trovassero una classificazione certa. Il male che assume forme imperscrutabili.

Author: Redazione

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