Nell’aprile del 1984 i principali quotidiani italiani dedicano le pagine di cronaca nera a un ventiduenne di Acciarella, frazione rurale in provincia di Latina, accusato di aver ucciso sei donne in meno di sette mesi. Lo ribattezzano il “lupo dell’Agro romano“. Il soprannome funziona: Maurizio Giugliano ha un passato di violenze, ricoveri psichiatrici, piccoli reati; un profilo che la stampa trasforma rapidamente nella sagoma perfetta del serial killer. Eppure, quando la vicenda giudiziaria si chiude, il bilancio racconta una storia diversa: una sola condanna piena, un proscioglimento per infermità mentale, una confessione ritrattata e almeno tre omicidi rimasti senza un colpevole accertato.
La serie di delitti attribuiti a Giugliano si concentra tra il luglio 1983 e il gennaio 1984. Le prime tre vittime sono donne che esercitano la prostituzione nelle campagne a nord e a sud di Roma. Thea Stroppa, cinquantuno anni, viene trovata il 6 luglio 1983 tra via Flaminia Vecchia e via Due Ponti: strangolata, colpita con pietre al volto e finita con un colpo di pistola. Tre giorni dopo è la volta di Luciana Lupi, quarantacinque anni, rinvenuta a Passo Corese, strangolata con la propria cintura e sfigurata a pietrate. Il 13 luglio il cadavere di Lucia Rosa, trentatré anni, viene scoperto a Tor de’ Cenci; la donna è morta da cinque giorni. Le dinamiche si assomigliano: strangolamento con un oggetto appartenente alla vittima, violenza sessuale, accanimento post mortem. Le indagini procedono senza risultati.
Il 5 agosto 1983 Giuliana Meschi, trentuno anni, ex impiegata comunale, viene aggredita, violentata e strangolata nell’entroterra di Sabaudia. Questa volta un contadino assiste alla scena e vede l’aggressore allontanarsi a bordo di una Ford Capri. Il 31 ottobre 1983 muore Fernanda Durante, cinquantatré anni, pittrice, trovata in una strada poderale vicino a Pomezia con trentaquattro coltellate. L’ultimo omicidio della serie si consuma il 21 gennaio 1984: Catherine Skerl, studentessa italo-svedese di diciassette anni, scompare dopo aver lasciato una festa e viene ritrovata in un vigneto di Grottaferrata, strangolata. Un testimone dichiara di averla vista salire su una Vespa guidata da un giovane.
Quando la polizia collega i sei delitti, Giugliano è già in carcere a Regina Coeli per incendio doloso. Il collegamento nasce da un metodo investigativo tipico dell’epoca: si cerca nei fascicoli un soggetto con precedenti compatibili, lo si sovrappone al profilo dei delitti e si costruisce l’ipotesi all’indietro. Giugliano ha precedenti per violenza carnale, furti, rapine; si sposta con una roulotte e una Vespa; conosce le campagne dove si sono consumati gli omicidi. A questi elementi si aggiungono le dichiarazioni della compagna, della suocera e della stessa madre, la quale nel dicembre 1983 si presenta in commissariato per segnalare i propri sospetti sul figlio. Secondo i familiari, durante le liti Giugliano agita i giornali con le notizie degli omicidi e grida di esserne l’autore.
La stampa fa il resto. Il profilo biografico di Giugliano sembra disegnato su misura per il ruolo del mostro: infanzia violenta, danni neurologici alla nascita, ricoveri psichiatrici, sadismo contro animali e persone fin dall’infanzia. Bastano pochi giorni perché l’ipotesi investigativa diventi, sui giornali, una certezza: il lupo è stato catturato. Il problema è che il quadro probatorio non tiene il passo della narrazione. Gli indizi sono tutti circostanziali: la roulotte, la Vespa, la conoscenza dei luoghi, le auto acquistate sotto falso nome. L’unica prova diretta in senso stretto è il riconoscimento operato dal contadino di Sabaudia, che in un confronto all’americana indica Giugliano come l’uomo visto aggredire Giuliana Meschi. Per gli altri cinque omicidi non esiste nulla di paragonabile: nessun testimone oculare, nessun reperto biologico, nessun collegamento materiale tra l’indagato e le vittime.
Giugliano viene rinviato a giudizio per tre dei sei delitti: Thea Stroppa, Lucia Rosa e Giuliana Meschi. È nei tre processi che il divario tra accusa e prova diventa macroscopico. Nel processo per l’omicidio Stroppa, la perizia riconosce il vizio totale di mente: Giugliano viene prosciolto per infermità mentale e dichiarato socialmente pericoloso. Non si arriva nemmeno a discutere le prove. Nel processo per l’omicidio di Lucia Rosa, lo stesso Giugliano confessa davanti agli inquirenti, ma a dibattimento ritratta integralmente; la perizia, questa volta, esclude qualsiasi incapacità di intendere e di volere, contraddicendo frontalmente la prima. Nel processo per l’omicidio Meschi, una terza perizia rileva il vizio parziale di mente, e la Corte d’Assise di Latina pronuncia nel giugno 1986 una condanna a diciassette anni. Tre perizie, tre esiti opposti: vizio totale, capacità piena, vizio parziale. Un cortocircuito che svuota di credibilità ciascuna delle tre valutazioni.
La domanda che il caso Giugliano pone con brutalità è se ci si trovi davvero di fronte a un serial killer o piuttosto a un soggetto gravemente disturbato, violento in modo esplosivo e disorganizzato, al quale vengono cuciti addosso delitti che richiederebbero un grado di pianificazione incompatibile con il suo profilo. Nella letteratura criminologica, il serial killer agisce secondo uno schema ripetitivo che risponde a una compulsione interna strutturata; seleziona le vittime, controlla la scena, gestisce il rischio di essere scoperto. Giugliano non controlla nulla. La sua violenza è caotica, immediata, priva di qualsiasi precauzione: aggredisce la donna che gli ha fatto da madre, incendia la casa della suocera, lancia le manette contro i giudici durante un’udienza, scaglia una sedia contro la corte in un altro processo. Nei rari momenti in cui parla dei delitti, lo fa gridando minacce ai familiari o confidandosi con un compagno di cella che riferisce tutto ai magistrati. Se è un predatore seriale, è il meno organizzato nella casistica italiana.
Dalla cella, Giugliano confida al compagno di detenzione Agostino Panetta i dettagli di un altro omicidio, quello di Maria Negri, casalinga cinquantunenne uccisa il 3 agosto 1983 a Punta Sabbioni, in provincia di Venezia: un delitto avvenuto lontano dall’Agro romano, durante un viaggio con la moglie e la cognata. Panetta riferisce tutto ai magistrati, riaprendo un caso fino ad allora rimasto senza sospettati. Ma anche qui il confine tra confessione attendibile e millanteria di un soggetto psichiatrico resta ambiguo: Giugliano confessa, ritratta, minaccia, si attribuisce delitti come strumento di intimidazione. La confessione, in un quadro clinico come il suo, non è necessariamente prova di colpevolezza; può essere sintomo.
Nel 1990 Giugliano viene ricoverato nell’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Montelupo Fiorentino. Lì, nel 1993, soffoca con un cuscino il compagno di cella che gli ha negato una sigaretta. Trasferito all’OPG di Reggio Emilia, muore d’infarto nel 1994. L’unico omicidio per il quale il sistema giudiziario abbia potuto verificare tanto la responsabilità quanto le modalità è, paradossalmente, quest’ultimo: un atto di violenza improvvisa, sproporzionata, scatenata da un pretesto insignificante. Un gesto che assomiglia molto di più al profilo reale di Giugliano di quanto non vi assomiglino i sei delitti delle campagne romane, con le loro dinamiche ripetitive e il loro macabro rituale.
Chi abbia davvero ucciso Thea Stroppa, Luciana Lupi, Fernanda Durante e Catherine Skerl rimane, a distanza di oltre quarant’anni, una domanda alla quale il sistema giudiziario non ha saputo dare una risposta. Il lupo dell’Agro romano è forse il caso più emblematico di una stagione in cui bastava un profilo biografico compatibile per trasformare un sospettato in un mostro, e un mostro in un colpevole. Ed era solo l’inizio.














