Chiara Petrolini: premeditazione e prova informatica

Il 13 marzo 2026, davanti alla Corte d’Assise di Parma, la pm Francesca Arienti ha pronunciato due nomi che Chiara Petrolini, nelle sue dichiarazioni spontanee di pochi minuti prima, non aveva mai usato: Angelo Federico e Domenico Matteo. Sono i nomi che i genitori biologici hanno dato ai due neonati al momento della registrazione dei certificati di morte, mesi dopo il ritrovamento dei corpi nel giardino della villetta di Vignale di Traversetolo. Due bambini nati, uccisi e sepolti a poco più di un anno di distanza l’uno dall’altro: il primo il 12 maggio 2023, il secondo il 7 agosto 2024. La Procura di Parma ha chiesto 26 anni di reclusione. Il fatto che l’imputata non abbia pronunciato quei nomi, e che la pm li abbia invece messi al centro della requisitoria proiettando la foto del corpo di Angelo Federico, non è un dettaglio di regia processuale. È il punto di frattura tra due narrazioni: da una parte la giovane donna che si descrive travolta da eventi che non riesce a controllare, dall’altra l’accusa che ricostruisce una sequenza di azioni consapevoli e ripetute. Tra queste due narrazioni, il terreno più conteso è il telefono di Chiara Petrolini. Quando i carabinieri del nucleo investigativo di Parma hanno analizzato il dispositivo, la cronologia delle ricerche ha restituito un profilo che la Procura ha usato come architrave della premeditazione. Durante le gravidanze, Petrolini aveva cercato sul web come nascondere lo stato di attesa, come indurre o accelerare il parto, come provocare un aborto. Dopo il primo parto, le ricerche si erano spostate su un altro registro: “dopo quanto puzza un cadavere“, video sulla decomposizione del corpo umano, e poi ancora “è possibile una seconda gravidanza dopo un anno?“. Una domanda, quest’ultima, che secondo gli inquirenti chiude il cerchio: chi la pone sa di aver partorito, sa cosa è successo al primo figlio, e sa che potrebbe accadere di nuovo. In requisitoria, la pm Arienti ha definito quelle ricerche non casuali ma parte di “una scelta netta di fare della propria gravidanza una cosa propria, di non manifestarla a nessuno e di mantenere uno stile di vita incompatibile e dannoso per il nascituro“. Il procuratore Alfonso D’Avino ha aggiunto che la premeditazione del secondo omicidio è aggravata proprio dalla “consapevolezza di come sarebbe andata a finire“, maturata con l’esperienza del primo. In altre parole: la ripetizione non è ricaduta, è conferma di metodo. Chiara Petrolini, nelle sue dichiarazioni spontanee durate sette minuti, ha offerto una versione diversa. Ha detto di non aver mai fatto un test di gravidanza, di non essere mai stata sicura di aspettare un figlio, e di aver seppellito i neonati non per nascondere un crimine ma per “tenerli vicino a sé“. Ha aggiunto: “Quei bambini erano parte di me, non gli avrei mai fatto del male“. E poi: “Molti qui fuori mi hanno descritto come una brava ragazza, con la famiglia, amici, un ragazzo, che lavorava e studiava, ma questa era solo apparenza. Dentro mi sentivo sola anche quando non lo ero davvero“. La perizia psichiatrica disposta dalla Corte e condotta dalle dottoresse Marina Carla Verga e Laura Ghiringhelli, depositata il 13 febbraio 2026, ha escluso qualsiasi compromissione delle facoltà cognitive. Petrolini è stata dichiarata capace di intendere e di volere: nessun deficit cognitivo, nessun disturbo di personalità, test nella norma o superiori alla media. Le perite hanno però descritto una condizione di immaturità psicologica marcata e una “solitudine relazionale” in cui il web funzionava da interlocutore sostitutivo. Chiara “preferisce comunicare col web che ha una funzione suppletiva“, hanno scritto, e “ciò le consente di avere risposte più disparate, che la proteggono e salvaguardano dal senso di vergogna“. Una persona brillante, capace di studiare e di comprendere il procedimento a suo carico, ma con “tappe evolutive in ritardo rispetto alla sua età anagrafica“. La difesa, attraverso il consulente Pietro Pietrini, ha descritto invece un quadro di “paraplegia psichica“: non una persona lucida che sceglie, ma una mente bloccata che non riesce a elaborare. Il processo si gioca in larga parte su questa linea di confine. Perché le ricerche sul telefono possono essere lette in due modi: come pianificazione fredda, cioè come il percorso documentato di chi sa cosa farà e si prepara; oppure come il gesto disperato di chi, incapace di chiedere aiuto a una persona reale, interroga l’unico interlocutore che non giudica, non reagisce, non costringe a una scelta. La Procura ha scelto la prima lettura, e su quella ha costruito la richiesta di pena. La difesa, che parlerà il 27 marzo, punterà sulla seconda. Resta il fatto che nessuno, nel perimetro della vita di Chiara Petrolini, si è accorto di nulla. Non i genitori, che vivevano nella stessa villetta. Non il fidanzato Samuel Granelli, padre di entrambi i bambini. Non le amiche. L’indagine sui familiari è stata archiviata: non sapevano. E questo dato apre una domanda che il processo non è chiamato a risolvere ma che il caso, nella sua interezza, pone con una forza che è difficile ignorare: com’è possibile che due gravidanze portate a termine, due parti e due sepolture siano avvenuti nella totale invisibilità di chi stava accanto a questa ragazza ogni giorno. La sentenza è attesa per il 24 aprile 2026.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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