A Roma, alla Casa del Jazz, da qualche giorno si scava. Tecnici e forze dell’ordine stanno ispezionando ambienti interrati e una possibile galleria tombata, mai esplorati prima, alla ricerca di eventuali resti umani. Tra le ipotesi al vaglio c’è anche quella – citata da diverse fonti di stampa ma non supportata da atti giudiziari nuovi – che lì possa essere stato occultato il corpo del giudice Paolo Adinolfi, scomparso nel 1994.
La scena è questa: un parco alberato tra viale di Porta Ardeatina e le Mura Aureliane, una villa elegante oggi trasformata in auditorium, biblioteca, sale prove. La Casa del Jazz, inaugurata nel 2005, è il classico “bene confiscato restituito alla città”: concerti, rassegne, una stele all’ingresso con i nomi delle vittime di mafia.
Ma prima, quella villa si chiamava Villa Osio ed era passata di mano più volte. Costruita alla fine degli anni Trenta per Arturo Osio, banchiere e fondatore della BNL, negli anni Ottanta era stata acquistata dal Vicariato di Roma e poi finita nelle mani di Nicoletti, che la trasformò con una serie di interventi e abusi edilizi, come riportato in più ricostruzioni dell’epoca. Nel 1996 arrivò il sequestro giudiziario, nel 2001 la confisca definitiva e l’assegnazione al Comune di Roma ai sensi della legge “La Torre” sui beni mafiosi.
È qui che oggi si cerca. Non c’è un’indagine formale riaperta, come hanno chiarito diverse ricostruzioni giornalistiche: si tratta di accertamenti tecnici decisi in sede di ordine pubblico, su sollecitazione di chi da anni insiste sull’esistenza di ambienti sotterranei mai verificati a fondo. L’idea è semplice: se sotto la villa sono stati interrati locali o un vecchio tunnel, è ragionevole ipotizzare che siano stati usati per nascondere un cadavere. La famiglia del giudice ha preso posizione chiedendo silenzio e rispetto, ricordando di non essere stata consultata e di non aver mai chiesto clamore mediatico.
Per capire perché, tra tutti i misteri irrisolti, si pensi proprio a Paolo Adinolfi, bisogna tornare al 2 luglio 1994. È un sabato mattina, caldo torrido. Adinolfi, 52 anni, da poco consigliere alla Corte d’Appello di Roma dopo una lunga permanenza alla sezione fallimentare del Tribunale civile, esce di casa in via della Farnesina dicendo alla moglie che sarebbe tornato per pranzo. Pagherà una bolletta per la madre, poi di lui si perdono le tracce. L’auto verrà ritrovata nella zona del Villaggio Olimpico. Nessuna rivendicazione, nessun segnale di fuga volontaria. L’unico giudice scomparso nella storia della Repubblica.
La sua carriera racconta perché fosse considerato “scomodo”. Alla fallimentare Adinolfi aveva seguito fascicoli pesanti, come il crac Fiscom e il caso Ambra Assicurazioni, dove si incrociavano potere economico, finanza opaca e, secondo più fonti dell’epoca, interessi riconducibili anche alla Banda della Magliana. Nei giorni precedenti alla scomparsa aveva chiesto un appuntamento a un PM di Milano proprio per riferire elementi legati al caso Ambra, stando a quanto riportato da atti e testimonianze giornalistiche.
È in questo contesto che entra in scena Enrico Nicoletti.
Nicoletti, morto nel 2020, è stato definito in tutti i modi: “cassiere” della Banda della Magliana, “strozzino di Centocelle”, “collettore di mondi criminali”. Il suo ruolo, al netto delle semplificazioni, era chiaro: ripulire il denaro del gruppo e reinvestirlo, soprattutto in immobili. Aveva accumulato un patrimonio fatto di ville, terreni, società, alberghi, partecipazioni.
Il nome Nicoletti torna anche nelle dichiarazioni di collaboratori di giustizia che raccontano gli investimenti della banda fuori Roma: tra questi, Pasquale Galasso e Guglielmo Sinibaldi indicano Montecatini Terme e altre località toscane come punti di approdo del denaro reinvestito, in società e immobili collegati al cassiere e a gruppi di camorra.
Qui si inserisce il “capitolo toscano”, che porta il nostro tunnel ideale da Roma a Montecatini.
A Montecatini Alto, l’Hotel Paradiso – il cosiddetto “ecomostro” di cemento armato che domina ancora oggi la Valdinievole – viene identificato come un investimento riconducibile alla Banda della Magliana. L’albergo, costruito tra fine anni Ottanta e primi Novanta, passa a una società romana (VU.MAS) il cui titolare, Carlo Mancini, risulta cugino di Enrico Nicoletti, mentre altre società immobiliari attive a Montecatini sono riconducibili ai figli Antonio e Massimo Nicoletti. L’impianto societario, ricostruito in più inchieste, delinea una rete familiare e finanziaria che da Roma si espande in Toscana.
L’Hotel Paradiso viene sequestrato negli anni Novanta e poi definitivamente confiscato. Da allora è rimasto quasi sempre in condizioni di abbandono: una struttura incompiuta, in gestione all’Agenzia nazionale per i beni confiscati, più volte indicata da comitati e associazioni come “ferita aperta” per Montecatini e la Valdinievole. Negli ultimi mesi sono ripresi sopralluoghi e verifiche tecniche, e si discute concretamente dell’abbattimento, ritenendo l’immobile non recuperabile e non destinabile ad altro uso nelle condizioni attuali.
Ancora Montecatini: il Kursaal, storico edificio per spettacoli e intrattenimento, finisce al centro di un altro filone. Secondo atti e ricostruzioni giornalistiche – richiamate anche da lavori della Commissione parlamentare antimafia – l’acquisto del complesso vede Nicoletti nel ruolo di finanziatore, in sinergia con ambienti della camorra interessati al controllo dell’immobile. Galasso, nelle audizioni, descrive proprio l’affare Kursaal come esempio del ruolo del cassiere romano nel fornire liquidità e coperture alle operazioni immobiliari.
Ora resta da capire se sotto la Casa del Jazz emergerà qualcosa di rilevante. Potrebbe non esserci nulla. Potrebbe esserci un vano inutilizzato, o un ambiente interrato senza valore investigativo. Il “tunnel”, quello vero, forse non verrà mai trovato. Ma il percorso che unisce questi luoghi è già tutto nelle carte giudiziarie, nei sequestri e nelle sparizioni rimaste sospese, nell’abuso e nello scempio del paesaggio che ancora nessuno è stato in grado di risolvere.








