Il filo rosso della Falange Armata. Cosa resta dietro le parole di Roberto Savi a “Belve Crime”

“Lasciamo stare dai.” Lo dice Roberto Savi il 5 maggio 2026, davanti alla telecamera di “Belve Crime” su Rai 2, quando Francesca Fagnani prova a fargli precisare chi siano i “vari gruppi” che, secondo la sua stessa ammissione, avrebbero protetto e poi consegnato la banda della Uno Bianca.
Trentadue anni dopo l’arresto, l’ex assistente capo della Polizia di Stato, capo del gruppo composto dai fratelli Fabio e Alberto, dall’agente Luca Vallicelli, dall’agente Pietro Gugliotta e dal vicesovrintendente Marino Occhipinti, sceglie un programma televisivo per riaprire un fronte che le sentenze hanno chiuso sul piano delle responsabilità penali individuali, ma che la Procura di Bologna, con il fascicolo per omicidio riaperto nel gennaio 2024 sull’esposto degli avvocati Alessandro Gamberini e Luca Moser, prova a scavare di nuovo.
Le frasi che concentrano l’attenzione degli inquirenti non riguardano direttamente i 24 omicidi commessi tra il 1987 e il 1994 in Emilia-Romagna e nelle Marche, ma il livello cui sembrano rinviare: “Loro ce la mettevano tutta, ma non ci trovavano, non ci prendevano.” E ancora: “Ci sono degli uffici particolari che hanno un apparato e noi eravamo di quelli che, delle volte, abbiamo fatto quel lavoro lì.”
Per leggere il peso di queste parole occorre tornare a un fenomeno mai ricondotto, in via definitiva, a soggetti riconoscibili: la Falange Armata. La sigla compare per la prima volta in una telefonata al centralino dell’Ansa di Bologna alle 12.20 del 27 ottobre 1990, tre giorni dopo il discorso con cui Giulio Andreotti rivela alla Camera dei Deputati l’esistenza di Gladio, l’organizzazione paramilitare segreta legata alla rete Stay-Behind del Patto Atlantico.
Nella telefonata, una voce maschile con accento straniero rivendica a nome della “Falange Armata Carceraria” l’omicidio dell’educatore carcerario Umberto Mormile, ucciso a Carpiano sei mesi prima, l’11 aprile 1990, e annuncia che verranno “giustiziati” altri quattro educatori, di cui fa i nomi.
Per Mormile saranno condannati in via definitiva i boss di Platì Domenico e Antonio Papalia come mandanti e Antonino Cuzzola e Antonio Schettini come esecutori. Il successivo processo “‘Ndrangheta stragista”, celebrato a Reggio Calabria, farà emergere una matrice più complessa: omicidio commissionato dalla ‘ndrangheta lombarda, secondo quella ricostruzione con il coinvolgimento o l’avallo di settori istituzionali, e con l’indicazione di rivendicare l’azione attraverso una sigla fino a quel momento sconosciuta.
Da quella telefonata in poi, per circa quattro anni, una mole di rivendicazioni firmate Falange Armata attraversa universi criminali apparentemente eterogenei. La sigla compare sui comunicati relativi alla strage del Pilastro del 4 gennaio 1991, in cui i Savi uccidono i carabinieri Mauro Mitilini, Andrea Moneta e Otello Stefanini; sull’attentato del 30 aprile 1991 a Marebello di Miramare di Rimini, dove i carabinieri Mino De Nittis, Vito Tocci e Marco Madama vengono feriti; sul duplice omicidio del 2 maggio 1991 di Licia Ansaloni e dell’ex appuntato Pietro Capolungo nell’armeria di via Volturno.
Ma la stessa sigla compare anche su fatti estranei alla Uno Bianca: l’omicidio del giudice Antonino Scopelliti del 9 agosto 1991, quello dell’eurodeputato Salvo Lima del 12 marzo 1992, quello del maresciallo dei carabinieri Giuliano Guazzelli del 4 aprile 1992, le stragi di Capaci e di via D’Amelio, il fallito attentato al treno Lecce-Zurigo nei pressi di Surbo, le bombe continentali del 1993 da via Fauro a Roma a via dei Georgofili a Firenze, da via Palestro a Milano alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. L’ultima rivendicazione effettiva è del 4 febbraio 1994; la sigla riemergerà solo nel febbraio 2014, in una lettera di minacce indirizzata a Totò Riina detenuto.
Il problema, già percepito al tempo, è che dietro le telefonate non si trova mai un’organizzazione visibile. Pentiti di Cosa Nostra come Filippo Malvagna, Maurizio Avola e Salvatore Grigoli racconteranno di averla utilizzata su input ricevuto, senza saperne nulla; collaboratori legati alla ‘ndrangheta come Antonino Cuzzola e Vittorio Foschini riferiranno, nel processo “‘Ndrangheta stragista”, di apparati che avrebbero suggerito o imposto proprio quella firma.
Lo strappo istituzionale più significativo arriva nell’autunno 1993, quando l’ambasciatore Francesco Paolo Fulci, segretario generale del CESIS dal maggio 1991 all’aprile 1993, fa svolgere a un analista del SISDE un confronto cartografico fra i luoghi di provenienza delle chiamate falangiste e le sedi periferiche del SISMI. Le due mappe, racconterà sotto giuramento al processo “Trattativa Stato-Mafia” nel giugno 2015, risultano “perfettamente sovrapponibili”, e le telefonate avvengono sempre in orario d’ufficio.
Su quella base Fulci consegna alla Procura di Roma, e in copia alla DIA, un elenco di quindici ufficiali della VII Divisione del SISMI, la stessa da cui dipendeva Gladio, riconducibili in parte a un nucleo coperto denominato OSSI, citato in altri atti come “sezione K”, composto da esperti di esplosivi. L’inchiesta si chiude con un’archiviazione: gli interessati smentiscono, l’allora direttore della VII Divisione, generale Paolo Inzerilli, respinge tutto.
Nell’ottobre 1993 il ministro della Difesa Fabio Fabbri annuncia l’epurazione di trecento uomini del SISMI, ma molti verranno semplicemente trasferiti; sull’unico fermo di un presunto “telefonista”, quello dell’educatore penitenziario Carmelo Scalone, uomo di fiducia del direttore degli istituti di pena Nicolò Amato, eseguito a Taormina il 26 ottobre 1993, cala in pochi mesi il silenzio.
Sull’identificazione della Falange Armata con un pezzo del servizio militare le posizioni restano divaricate. Giovanni Spinosa, il magistrato che a Bologna coordinò con Lucia Musti la prima fase delle indagini sulla Uno Bianca prima di rimettere le deleghe nel giugno 1995, ritiene riduttiva l’ipotesi dei soli “telefonisti”: la sigla, sostiene, sarebbe l’etichetta di una struttura più ampia, capace di preparare, organizzare, teorizzare e realizzare un progetto eversivo. In questa lettura la VII Divisione sarebbe stata uno strumento, ma non l’unico; accanto al SISMI andrebbero cercati altri apparati e la regia mafiosa.
Spinosa parla apertamente di boicottaggio: i comunicati falangisti, oltre un migliaio, gli sarebbero stati tenuti riservati per anni. Eppure, nel manifesto politico diramato dalla sigla nel marzo 1991, la Falange Armata aveva chiarito i propri obiettivi: dalla “lotta contro la classe politica vile, ipocrita, predatoria e corrotta” alla campagna xenofoba contro la “feccia di immigrati”, dall’anatema separatista contro le “imprese mercenarie del Nord” alla critica della conduzione delle carceri, con esplicito richiamo all’omicidio Mormile come atto fondativo.
In questa cornice la Uno Bianca occupa, secondo l’espressione usata dal giornalista Fabrizio Gatti sull’Espresso del 24 novembre 2021, il “capitolo bolognese” di un’operazione più vasta. Nel comunicato di rivendicazione della strage di via D’Amelio del 27 luglio 1992, i falangisti distinguono tre fasi della propria attività e collocano la conclusione della prima nell’esecuzione di Capolungo del 2 maggio 1991, dopo l’inizio dell’11 aprile 1990 con Mormile.
Il 30 agosto 1991, dopo l’attentato di Miramare e una serie di azioni terroristiche in Emilia, la sigla annuncia di “mettere in disarmo il commando” attivo in Emilia-Romagna; nel novembre ne dà la motivazione: “centralizzando le azioni e colpendo esponenti importanti avremmo introdotto elementi di immediato coagulo politico, sociale, economico e sindacale.” Da quel momento la Uno Bianca smette di sparare in modo terroristico e torna alla rapina, nella tripartizione proposta da Spinosa: assalti alle Coop, fase terroristica, predazione. La Falange Armata sposta i bersagli: magistratura, classe politica, patrimonio artistico delle città italiane.
Le parole di Savi a “Belve Crime” non rivelano nulla di radicalmente nuovo nei contenuti, perché molto era già scritto in atti giudiziari, comunicati e audizioni. Cambiano però il piano dichiarativo: non più soltanto ipotesi investigative, ricostruzioni processuali, letture di magistrati o giornalisti, ma frasi pronunciate dall’uomo che guidò il gruppo armato, davanti a una telecamera, a distanza di oltre trent’anni.
Nei giorni successivi si produce una sequenza di scossoni che ridisegna la cornice. Il 7 maggio 2026, due giorni dopo la messa in onda, Lucia Musti, oggi procuratrice generale di Torino, e Giovanni Spinosa, magistrato in quiescenza, indirizzano a “La Stampa” una lettera congiunta intitolata “Le nostre indagini furono ostacolate”. Ricordano che già il 3 giugno 1995, nelle motivazioni dell’assoluzione degli imputati del primo processo sulla strage del Pilastro, la Corte d’assise di Bologna “evocava rapporti dei Savi con la camorra e adombrava la presenza di apparati alle loro spalle”, e indicano come “il depistaggio più insidioso” quello che ha indotto a credere che il “mito maledetto” dei Savi bastasse a spiegare l’enigma dei delitti commessi con le loro armi.
Il 9 maggio i quotidiani danno conto di una notizia rimasta riservata per quattro mesi: l’8 gennaio 2026 Pietro Gugliotta, sessantacinquenne, scarcerato nel 2008 dopo aver scontato quattordici anni di reclusione per rapine nel Riminese e appoggio logistico ai Savi, mai condannato per gli omicidi della banda, si è impiccato nella sua casa di Colle d’Arba, in provincia di Pordenone, dove viveva con la seconda moglie. La Procura di Bologna stava valutando di ascoltarlo come testimone nella nuova inchiesta; nessuna convocazione formale gli era ancora arrivata, e neppure al suo legale, che lo descriverà come una persona che “voleva parlarmi, ma non abbiamo fatto in tempo.”
La domanda che Spinosa pone da trent’anni resta intatta: non chi ha sparato, perché questo le sentenze lo hanno accertato, ma chi ha scritto i comunicati, chi ha scelto i bersagli, chi ha permesso ai Savi di restare invisibili per sette anni. È una domanda che nessuna decisione giudiziaria ha sciolto fino in fondo, che oggi un testimone potenziale in meno rende più difficile da affrontare, e che la Procura di Bologna è chiamata a verificare distinguendo, ancora una volta, tra responsabilità provate, dichiarazioni tardive e zone d’ombra rimaste ai margini del processo.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *