Willy Monteiro Duarte: la fine di un percorso giudiziario lungo sei anni

L’8 giugno 2026 la Corte d’Assise d’Appello di Roma condanna all’ergastolo Gabriele Bianchi per l’omicidio di Willy Monteiro Duarte. È la sentenza dell’appello ter, il terzo processo di secondo grado celebrato per questo caso, e segna l’ultimo passaggio d’appello, salvo ricorso in Cassazione, di un percorso giudiziario iniziato quasi sei anni prima. Il fratello Marco Bianchi è già stato condannato all’ergastolo in via definitiva nel novembre 2025. Per i giudici, i due fratelli colpirono la vittima con totale indifferenza alle ragioni della contesa.
Willy Monteiro Duarte nasce a Roma il 20 gennaio 1999, cittadino italiano, figlio di genitori originari di Capo Verde. Vive a Paliano, in provincia di Frosinone, lavora come aiuto cuoco e cameriere, sogna di diventare chef. La notte tra il 5 e il 6 settembre 2020 si trova a Colleferro, in provincia di Roma, con un gruppo di amici. Tutto comincia da una lite banale: secondo la ricostruzione processuale, Mario Pincarelli, in stato di ebbrezza, importuna una ragazza del gruppo, e Francesco Belleggia interviene a sostenerlo. Ne nasce una colluttazione in cui due amici di Willy, tra cui l’ex compagno di scuola Federico Zurma, hanno la peggio. A quel punto Belleggia si allontana e Pincarelli telefona per chiamare rinforzi.
Verso le tre del mattino, in piazza Oberdan, davanti al pub “Due di picche”, Willy e i suoi amici credono che sia tutto finito. È in quel momento che arriva un Suv. A bordo ci sono Marco e Gabriele Bianchi, fratelli di Artena, praticanti di arti marziali miste, chiamati al telefono dai conoscenti coinvolti nella lite. I due fratelli scendono dall’auto e si scagliano contro Willy, che si era avvicinato per capire se l’amico avesse bisogno di aiuto. L’aggressione dura poche decine di secondi. Secondo la ricostruzione dibattimentale, Gabriele Bianchi colpisce il ragazzo al torace con un calcio a piede teso, e una volta a terra Willy viene colpito ripetutamente con calci e pugni. Perde i sensi sull’asfalto. Secondo alcune testimonianze, i soccorsi arrivarono dopo circa trenta minuti. Per Willy non c’è più nulla da fare. Aveva ventuno anni.
L’autopsia, affidata al professor Saverio Potenza dell’Università di Tor Vergata, restituisce il quadro di una violenza estrema. Cuore, aorta, polmoni, milza, pancreas e fegato risultano gravemente lesionati. Sul volto vengono registrate almeno sei lesioni, con emorragie cerebrali. I danni più gravi sono quelli al torace e all’addome. La pluralità delle lesioni rese controversa l’individuazione di un singolo colpo letale, alimentando il confronto tra consulenze e difese. “Willy è stato vittima di un complesso traumatismo che si è realizzato con più azioni lesive“, scrive il medico legale. La molteplicità delle ferite diventerà uno dei nodi tecnici del processo: la difesa sosterrà che i colpi mortali furono quelli inferti alla schiena, mentre l’accusa individua nei colpi al torace e all’addome la causa della morte.
I quattro aggressori salgono sul Suv e si allontanano. Vengono arrestati lo stesso 6 settembre. Il 9 settembre il gip del tribunale di Velletri convalida la custodia in carcere per i fratelli Bianchi e per Pincarelli, mentre per Belleggia dispone gli arresti domiciliari. Il caso suscita una reazione nazionale. Il 6 ottobre 2020 il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella conferisce a Willy Monteiro Duarte la medaglia d’oro al valor civile alla memoria, per il gesto altruistico che gli è costato la vita. La vicenda ispirerà negli anni successivi canzoni, libri e un film, “40 secondi” di Vincenzo Alfieri, tratto dal libro-inchiesta della giornalista Federica Angeli e presentato alla Festa del Cinema di Roma nel 2025. Il titolo richiama proprio la durata stimata dell’aggressione, mai fissata con precisione assoluta e indicata dalle fonti tra i quaranta e i cinquanta secondi.
Il processo di primo grado si apre il 10 giugno 2021 davanti alla Corte d’Assise di Frosinone. In aula gli imputati si accusano a vicenda: Gabriele Bianchi, accusato di aver sferrato il calcio frontale, punta il dito contro Belleggia, sostenendo di non aver mai voluto uccidere. Il 4 luglio 2022 arriva la sentenza: ergastolo per Marco e Gabriele Bianchi, ventitré anni per Francesco Belleggia, ventuno anni per Mario Pincarelli. Tutti per omicidio volontario, i Bianchi come esecutori materiali, Belleggia e Pincarelli a titolo di concorso. Nelle motivazioni, la Corte scrive che l’irruzione dei fratelli Bianchi funse da detonatore di una cieca furia la cui miccia era già accesa. Viene riconosciuta alla famiglia una provvisionale, una somma anticipata sul risarcimento.
Comincia qui un percorso processuale lungo e tortuoso. Il 12 luglio 2023 la Corte d’Assise d’Appello di Roma riconosce ai fratelli Bianchi le attenuanti generiche e riduce la loro pena dall’ergastolo a ventiquattro anni, confermando le condanne di Belleggia e Pincarelli. La decisione suscita reazioni forti nell’opinione pubblica e nella famiglia della vittima. La Procura generale ricorre in Cassazione. La Suprema Corte conferma la responsabilità penale per omicidio volontario di tutti gli imputati, ma annulla la sentenza d’appello nella parte relativa alle attenuanti generiche concesse ai due fratelli, disponendo un nuovo giudizio.
Il 14 marzo 2025 si celebra l’appello bis. La Corte d’Assise d’Appello di Roma condanna Marco Bianchi all’ergastolo e Gabriele Bianchi a ventotto anni di reclusione. Le posizioni dei due fratelli, fino a quel momento sovrapponibili, si separano. Seguono nuovi ricorsi, presentati sia dalle difese sia dalla Procura generale. Nel novembre 2025 la quinta sezione penale della Corte di Cassazione rende definitiva la condanna all’ergastolo per Marco Bianchi e dispone un terzo processo d’appello per Gabriele, limitato alla ridiscussione delle attenuanti generiche. Nelle motivazioni, depositate nel gennaio 2026, i giudici scrivono che i due fratelli tennero un comportamento processuale alieno da forme di ravvedimento.
L’appello ter si chiude l’8 giugno 2026. La Corte d’Assise d’Appello di Roma, accogliendo la richiesta dell’accusa, condanna Gabriele Bianchi all’ergastolo, equiparando la sua posizione a quella del fratello. La Corte ammette inoltre l’imputato al percorso di giustizia riparativa. Davanti ai giudici, Gabriele Bianchi pronuncia parole di scuse e fa riferimento al figlio di sei anni. La sentenza non è ancora definitiva: la difesa può presentare ricorso in Cassazione contro questa decisione.
Restano le posizioni degli altri due imputati, definite da tempo: ventitré anni per Francesco Belleggia, ventuno per Mario Pincarelli. Resta anche il peso che questa vicenda ha avuto sull’opinione pubblica italiana. Fin dalle prime ore, il caso è stato letto come l’ennesimo episodio di violenza di gruppo, di un branco che si scaglia su una vittima inerme senza un movente reale. La giovane età di Willy, il suo intervento per difendere un amico, la sproporzione tra la futilità della lite e l’esito mortale hanno reso il caso un simbolo. La famiglia, costituitasi parte civile, ha seguito tutte le udienze dei vari gradi di giudizio, dal primo grado all’appello ter, in un percorso durato quasi sei anni e segnato da pene che salivano, scendevano e tornavano a salire.
E resta il dato di partenza, quello da cui tutto è cominciato: un ragazzo di ventuno anni ucciso in poche decine di secondi, una notte di settembre, per essersi avvicinato a un amico in difficoltà.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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