Strage di Altavilla Milicia: tre ergastoli per tortura aggravata dalla morte

Il 2 luglio 2026, dopo oltre dieci ore di camera di consiglio, la Corte d’assise di Palermo presieduta da Vincenzo Terranova ha condannato all’ergastolo Giovanni Barreca, Sabrina Fina e Massimo Carandente per la morte di Antonella Salamone e dei figli Kevin, di sedici anni, ed Emanuel, di cinque. Per tutti e tre sono stati disposti anche tre anni di isolamento diurno. La decisione è andata oltre le richieste formulate dalla Procura di Termini Imerese nei confronti di Barreca: il pubblico ministero Manfredi Lanza aveva chiesto per lui trent’anni di reclusione, ritenendolo affetto da un vizio parziale di mente, e l’ergastolo per Fina e Carandente. La Corte non ha riconosciuto la seminfermità e ha inflitto a tutti la pena più alta prevista dall’ordinamento.
La sentenza contiene anche un passaggio giuridico rilevante. L’originaria imputazione di triplice omicidio aggravato è stata riqualificata nel delitto di tortura aggravata dalla morte. Le motivazioni dovranno spiegare il percorso seguito dai giudici, ma il dispositivo pone al centro della vicenda non soltanto l’uccisione delle tre vittime, bensì il sistema di violenze fisiche e psicologiche al quale furono sottoposte per giorni. “Strage di Altavilla Milicia” resta la denominazione giornalistica con cui il caso è conosciuto, non il riferimento al delitto di strage previsto dal codice penale.
La vicenda emerse nella notte dell’11 febbraio 2024 attraverso una telefonata. “Mi chiamo Giovanni Barreca. Ho ucciso tutta la mia famiglia, venite a prendermi”, disse l’uomo al carabiniere che rispose. Aggiunse che avrebbe aspettato i militari a Casteldaccia e riagganciò. Quando i carabinieri raggiunsero la villetta di contrada Granatelli, ad Altavilla Milicia, trovarono a terra i corpi di Kevin ed Emanuel. Miriam, la figlia diciassettenne di Barreca e Antonella Salamone, era in una stanza, sul letto, sotto choc. I resti della madre furono individuati successivamente, carbonizzati e sepolti sotto un cumulo di terra a poca distanza dall’abitazione.
Le autopsie confermarono le prolungate sevizie subite dai due ragazzi. Sui loro corpi furono riscontrati segni di bruciature e maltrattamenti. La ricostruzione delle cause esatte delle morti richiese ulteriori approfondimenti medico-legali, mentre i resti di Antonella Salamone, bruciati dopo l’uccisione, resero ancora più complesso l’accertamento. Secondo quanto ricostruito durante le indagini, la donna sarebbe stata uccisa per prima, seguita da Emanuel e infine da Kevin.
Le violenze si svolsero nell’arco di più giorni e furono alternate a preghiere, interrogatori a contenuto religioso e rituali che avrebbero dovuto liberare le vittime dal demonio. Barreca sostenne fin dall’inizio che nella casa vi fossero presenze maligne. “C’era il demonio in casa”, disse dopo la confessione telefonica. Quella convinzione non rimase confinata nella mente di un solo uomo, ma divenne il sistema di riferimento condiviso dal piccolo gruppo riunito nella villetta.
Barreca aveva frequentato per alcuni mesi una chiesa evangelica e aveva sviluppato un’ossessione crescente per il diavolo e per la possessione. In quell’ambiente aveva conosciuto Sabrina Fina e Massimo Carandente, che si presentavano come “fratelli di Dio”. Secondo la ricostruzione dell’accusa, i due alimentarono le convinzioni religiose estreme dell’uomo e contribuirono a trasformarle in una missione collettiva di purificazione. Antonella e il figlio più piccolo furono indicati come posseduti, ma le violenze finirono per estendersi anche a Kevin.
Il processo ha ricostruito quanto accadde attraverso le dichiarazioni di Miriam, gli accertamenti medico-legali, i messaggi scambiati tra gli imputati e le comunicazioni avvenute nei giorni precedenti le morti. Tra gli elementi acquisiti figura un messaggio inviato il 3 febbraio 2024 da Sabrina Fina a Massimo Carandente: “A morte”. Le stesse parole furono inoltrate anche a Barreca. Il loro significato dovrà essere valutato nel quadro complessivo delineato dalla sentenza, ma mostrano quanto il linguaggio della condanna e della punizione fosse già entrato nelle comunicazioni del gruppo.
Un procedimento separato ha riguardato Miriam, diciassettenne all’epoca dei fatti. In primo grado, con rito abbreviato, era stata condannata a dodici anni e otto mesi dopo aver ammesso di avere partecipato alle torture e agli omicidi della madre e dei fratelli. Il 26 marzo 2026 la sezione per i minorenni della Corte d’appello di Palermo ha però ribaltato la decisione, assolvendola perché temporaneamente incapace di intendere e di volere e, quindi, non imputabile. Due perizie avevano concluso che, durante la settimana delle violenze, la ragazza non fosse in grado di comprendere pienamente quanto stava accadendo né di autodeterminarsi.
La sua posizione rappresenta uno dei nodi più delicati dell’intera vicenda. Miriam partecipò materialmente ad alcune delle condotte, ma i giudici di secondo grado hanno ritenuto che la sua capacità di scelta fosse stata annullata dal clima creatosi nella villetta. La sentenza distingue così la sua condizione da quella dei tre adulti, per i quali la Corte d’assise ha invece riconosciuto una responsabilità punibile con l’ergastolo.
Sul piano criminologico, il caso può essere letto attraverso i meccanismi che si sviluppano nei gruppi chiusi ad alta intensità coercitiva. Non è necessaria una setta organizzata, dotata di una struttura stabile e di molti aderenti. Possono bastare poche persone, un sistema di credenze condiviso, l’isolamento dall’esterno e la progressiva delegittimazione di ogni dubbio. La realtà viene ridefinita all’interno del gruppo, mentre le interpretazioni alternative sono considerate inganni, debolezze o manifestazioni del male che si pretende di combattere.
Nella villetta di Altavilla, la convinzione della possessione fornì una spiegazione assoluta e non verificabile a ogni comportamento delle vittime. Le loro reazioni al dolore potevano essere interpretate come la resistenza del demonio; il tentativo di opporsi diventava una conferma della necessità di continuare. In questo circuito chiuso, la violenza non appariva più ai responsabili come un limite superato, ma come uno strumento indispensabile per portare a termine la purificazione.
È il passaggio decisivo: Antonella, Kevin ed Emanuel cessarono di essere percepiti come familiari da proteggere e furono trasformati in corpi da liberare da una presenza nemica. Il linguaggio religioso non fu la causa unica del massacro, ma fornì una cornice capace di giustificare la segregazione, le sevizie e infine la morte. Resta da comprendere, anche attraverso le motivazioni della sentenza, quale equilibrio si fosse creato tra le fragilità di Barreca, l’influenza esercitata da Fina e Carandente e la progressiva costruzione di una convinzione condivisa.
La decisione del 2 luglio ha chiuso soltanto il processo di primo grado nei confronti dei tre adulti. Le condanne non sono definitive e potranno essere impugnate. Le motivazioni dovranno chiarire perché la Corte abbia escluso per Barreca il vizio parziale di mente e quali elementi abbiano portato a riqualificare i fatti come tortura aggravata dalla morte. Per ora il dispositivo stabilisce un primo punto giudiziario: nella villetta di Altavilla Milicia non vi fu un gesto improvviso, ma una sequenza di violenze protratte, compiute da più persone all’interno di una realtà alternativa costruita attorno alla paura del demonio. Una realtà che trasformò un presunto rito di liberazione nella prigionia e nella morte atroce di una madre e dei suoi due figli.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *