Siamo alla fine di febbraio del 1991, a Cagliari. Luigi Pinna ha ventinove anni ed è l’unico sopravvissuto alla strage di Cuile is Coccus, un ovile sulle montagne tra Sinnai e Burcei. Adesso è seduto davanti al pubblico ministero che gli mostra sedici fotografie, come fossero carte dei tarocchi. La prima è quella di Beniamino Zuncheddu, un giovane pastore di Burcei. Pinna indica lui.
Eppure, nelle prime dichiarazioni, aveva raccontato che l’aggressore aveva una calza da donna sul viso e aveva detto di non averlo riconosciuto. Adesso gli dà un nome. Al processo sosterrà di averlo riconosciuto già durante l’agguato, ma di non averlo voluto dire: “Avevo paura che mi potessero ammazzare“. Descriverà persino la peluria leggera sul viso, il naso aquilino.
Il 28 febbraio Zuncheddu viene fermato. In carcere resterà quasi trentatré anni.
L’8 gennaio Pinna era salito all’ovile per aiutare il suocero, Gesuino Fadda, a sistemare un muretto del recinto delle capre. Era buio da poco quando da più a valle arrivò l’urlo del pastore Ignazio Pusceddu, rivolto a Giuseppe, il figlio di Gesuino: «Prendi il fucile, stanno sparando a tuo padre». Gesuino era stato colpito sulla stradina d’accesso all’ovile. Poi toccò a Giuseppe, vicino al recinto del bestiame. L’aggressore raggiunse anche la baracca dove si trovavano Pusceddu e Pinna. Sparò a entrambi. Pinna fu l’unico a salvarsi, con ferite gravi.
Secondo l’accusa l’assassino era arrivato in sella a una Vespa. Gli investigatori guardarono subito ai contrasti tra allevatori confinanti, in particolare tra i Fadda e la famiglia Zuncheddu: capi di bestiame e cani uccisi, liti, minacce.
Il rinvio a giudizio arrivò il 9 luglio, la sentenza della Corte d’assise di Cagliari l’8 novembre, dieci mesi dopo la strage: ergastolo. La condanna diventò definitiva nel 1992. Zuncheddu continuò a ripetere di essere innocente. I giudici ritennero falso anche il suo alibi.
Passò un quarto di secolo. Nel 2016 la difesa di Zuncheddu passò a un giovane avvocato, Mauro Trogu, che riprese in mano il fascicolo e nel 2019 convinse la procuratrice generale di Cagliari, Francesca Nanni, a guardarci dentro. Nanni si era convinta che la strage non avesse niente a che fare con le liti tra pastori, ma con un sequestro di persona consumato in quei giorni nella zona: quello di Gianni Murgia, liberato l’11 gennaio 1991 dopo ottantatré giorni di prigionia. Forse, era l’ipotesi, le vittime avevano visto passare qualcuno che non dovevano vedere. I giudici della revisione, anni dopo, avrebbero giudicato quella pista priva di riscontri.
Nel febbraio 2020 la procuratrice convocò Pinna e lo interrogò proprio su quella fotografia. Lui confermò il riconoscimento, ancora una volta. Uscì, salì in auto con la moglie Daniela, figlia di Gesuino, e si sfogò: volevano fargli dire che il poliziotto gli aveva mostrato la foto in anticipo. Poi aggiunse: “Quello è accaduto“. L’auto era intercettata. Quelle parole entrarono nella richiesta di revisione di centoventicinque pagine con cui la procura generale tornò a mettere in discussione l’ergastolo.
Il processo di revisione si aprì davanti alla Corte d’appello di Roma. In una delle prime udienze Pinna vacillò e sussurrò al microfono: “Se ho sbagliato che Dio mi perdoni“. Il 14 novembre 2023, dopo un’ora e mezza di domande, raccontò della visita ricevuta a casa, quando era ancora convalescente, appena dimesso dall’ospedale. Il poliziotto Mario Uda gli aveva messo davanti la fotografia di Zuncheddu e gli aveva detto che quell’uomo aveva minacciato suo cognato e non aveva un alibi. Uda ha sempre negato.
Il 25 novembre la Corte sospese la pena e Zuncheddu uscì dal carcere dopo quasi trentatré anni. “All’inizio non ci ho creduto“, ha raccontato poi. Il processo continuava. Il 12 dicembre Pinna e Uda furono messi a confronto in aula. Non si rivolsero mai la parola: rispondevano uno alla volta alle domande dei giudici. Il 26 gennaio 2024 Zuncheddu è stato assolto per non aver commesso il fatto.
Nel racconto che Pinna ha consegnato ai giudici di Roma, prima delle sedici fotografie ce n’era stata una sola. L’aveva vista a casa, insieme a una storia che la accompagnava: le minacce, l’alibi che mancava. Ha detto di essere stato convinto, per tutto il processo, che a sparare fosse stato Zuncheddu. E ha aggiunto: “Se dovessi tornare indietro probabilmente farei lo stesso errore“.
I giudici hanno ritenuto dimostrato che Uda avesse suggerito a Pinna l’uomo da riconoscere. Hanno rilevato anche le contraddizioni del superstite, i cambiamenti nel suo racconto. La testimonianza sulla quale si era retta la condanna non offriva più le garanzie necessarie. Senza quella, gli altri indizi non bastavano a confermare la condanna.
Oggi Zuncheddu ha sessantadue anni. Dallo Stato ha ricevuto finora 30.187 euro, riconosciuti dal Tribunale di sorveglianza di Cagliari per le celle piccole e sovraffollate in cui ha scontato parte della pena. La riparazione per l’errore giudiziario deve ancora essere decisa.
Nel novembre 2025, secondo quanto riportato dall’Unione Sarda, la procura di Roma ha chiuso le indagini nei confronti di Uda e di altri due testimoni, ipotizzando false testimonianze rese durante il processo di revisione. Questa volta si tratta delle dichiarazioni fatte davanti ai giudici chiamati a riesaminare la condanna. Le responsabilità restano da accertare.
Dal 15 ottobre la storia di Zuncheddu è nelle sale con Zustìssia, il film di Francesco Piras.
Chi arrivò a Cuile is Coccus quell’8 gennaio 1991, con una calza da donna sul viso, per i giudici che hanno assolto Zuncheddu verosimilmente non era solo. Trentacinque anni dopo, i responsabili di quella strage restano da trovare.
Sedici fotografie e un ergastolo: il caso Zuncheddu

