Random killing: il modello criminologico nel caso Sharon Verzeni

Esiste una categoria di violenza che sfida gli schemi interpretativi più rassicuranti della criminologia classica, perché non nasce da un conflitto riconoscibile, non si organizza attorno a un interesse, non si lascia spiegare fino in fondo né con la passione né con la patologia psichiatrica conclamata. È il male che non germoglia dall’odio, non si alimenta di vendetta, non cerca profitto e non pretende risarcimento. È la morte come atto puro, la violenza come fine a sé stessa, l’omicidio che non chiede ragioni perché, nella sua logica interna, la ragione coincide con l’atto stesso. La criminologia lo conosce, lo studia, e proprio per questo ne teme la radicale imprevedibilità. È il caso in cui la vittima poteva essere chiunque, in cui il destino di una persona viene deciso dall’essersi trovata nel posto sbagliato al momento sbagliato, incrociando il percorso di qualcuno che aveva già maturato la disponibilità a colpire. Non quella persona in particolare. Una persona qualunque.
Nella notte tra il 29 e il 30 luglio 2024, a Terno d’Isola, Sharon Verzeni, trentatré anni, era sola in via Castegnate. Nessun legame la univa a Moussa Sangare, trentunenne italiano residente a Suisio, che quella notte transitava in bicicletta nella stessa zona. L’aggressione fu improvvisa: Sharon venne colpita con almeno quattro coltellate, tre delle quali mortali, inferte con una lama di grosse dimensioni. Riuscì a chiamare il 112 e a dire soltanto di essere stata accoltellata; morì poco dopo al pronto soccorso dell’ospedale di Bergamo.
Le indagini iniziali si mossero nel modo consueto: cercando un movente relazionale, una pista sessuale, economica o legata alla droga. Non emerse nulla di simile. Per settimane gli investigatori lavorarono su più fronti senza trovare alcun rapporto tra vittima e autore, finché la svolta arrivò dalle immagini di videosorveglianza e dalla ricostruzione del percorso dell’uomo in bicicletta ripreso mentre si allontanava velocemente dalla zona del delitto.
Fermato il 30 agosto 2024, Sangare rese dichiarazioni confessorie ai Carabinieri e poi le confermò davanti al pubblico ministero e al giudice per le indagini preliminari, sostenendo di avere avuto un impulso improvviso e di non saperne spiegare il perché. In seguito, ritrattò, dichiarandosi innocente e sostenendo di essere stato soltanto testimone dell’omicidio. La nuova difesa sviluppò questa tesi in una memoria di 34 pagine, contestando la lettura delle prove e sostenendo, fra l’altro, che la traccia di Dna di Sharon sul telaio della bicicletta dovesse essere riletta in chiave difensiva; ma per l’accusa proprio quel dato, unito alle immagini, agli spostamenti, ai vestiti occultati e alle confessioni iniziali, chiudeva il quadro.
Parallelamente, nel luglio 2025, Sangare fu condannato a tre anni e otto mesi per maltrattamenti nei confronti della madre e della sorella, per fatti risalenti al 2019.
Nello stesso procedimento per l’omicidio, la perizia psichiatrica affidata a Giuseppina Paulillo concluse che l’imputato era pienamente capace di intendere e di volere: soffriva di un disturbo misto di personalità di tipo narcisistico e antisociale e di un disturbo da uso di cannabinoidi, ma senza alterazioni percettive o stati deliranti tali da compromettere la comprensione della realtà. È un dato importante, perché chiarisce un punto spesso frainteso nel dibattito pubblico: la presenza di un disturbo di personalità non coincide affatto con l’incapacità. In casi del genere il problema non è la rottura con il reale, ma il modo in cui l’altro viene ridotto a oggetto, a superficie disponibile, a occasione.
Ieri, 25 febbraio 2026 la Corte d’Assise di Bergamo ha condannato Sangare all’ergastolo, riconoscendo le aggravanti della premeditazione, dei futili motivi e della minorata difesa. Nella ricostruzione accusatoria, l’imputato era uscito armato con quattro coltelli, aveva già minacciato due minorenni e aveva cercato il bersaglio più vulnerabile. Il pubblico ministero Emanuele Marchisio ha parlato di un delitto commesso “per noia”, da un uomo non folle ma radicalmente indifferente all’altro; alla lettura della sentenza la difesa ha annunciato appello, mentre il padre di Sharon ha detto soltanto che non si può mai essere soddisfatti di queste cose.
Sul piano criminologico, il punto decisivo è questo: il cosiddetto random killing, l’omicidio casuale senza movente relazionale, è una delle forme più destabilizzanti della violenza estrema perché spezza il bisogno umano di costruire una causalità riconoscibile. Non c’è un conflitto da ricostruire, non c’è una relazione da scandagliare, non c’è una progressione emotiva che renda l’esito, se non prevedibile, almeno narrativamente comprensibile. C’è invece una soggettività che usa la vittima come occasione per sperimentare dominio, intensità, scarica, eccitazione. Sharon Verzeni, in questa prospettiva, non viene colpita per ciò che aveva fatto, detto o rappresentato. Viene colpita perché è lì, sola, raggiungibile, vulnerabile.
È questa la forma di male più difficile da comprendere e anche la più difficile da sopportare: non il male passionale, non il male delirante, ma il male come esercizio, come verifica di potere, come gesto svuotato di relazione. Il male senza perché, o forse, più esattamente, il male in cui il perché coincide interamente con la possibilità di uccidere

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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