La strage dei fornai e l’ergastolo bianco di Elia Del Grande

L’8 aprile 2026 i carabinieri della Compagnia di Gallarate intercettano una Fiat 500 rubata lungo la provinciale 18, nei pressi di Varano Borghi, nel Varesotto. Alla guida c’è Elia Del Grande, cinquant’anni. L’uomo che ventotto anni prima ha sterminato la propria famiglia in quella che le cronache chiamano la “strage dei fornai” tenta un’ultima manovra con l’auto per sottrarsi al controllo, ferisce lievemente un carabiniere e viene bloccato. Lo portano nel carcere di Varese. L’accusa è resistenza a pubblico ufficiale e lesioni personali. La fuga, durata tre giorni, è la seconda in meno di sei mesi. E ha un movente preciso: il 26 marzo la Procura generale del Piemonte ha dato parere contrario alla revoca della misura di sicurezza, in scadenza a metà aprile. Elia Del Grande sperava di tornare libero da quella data. Dieci giorni dopo il diniego, approfitta di una licenza pasquale dalla casa-lavoro di Alba, in provincia di Cuneo, e non rientra.
Anche la prima fuga, quella dell’ottobre 2025, ha una motivazione dichiarata. Nella notte del 30 ottobre Del Grande si cala dal muro della casa-lavoro di Castelfranco Emilia, nel Modenese, usando una fune ricavata da cavi elettrici legata al palo di una telecamera di sorveglianza. Viene rintracciato solo il 12 novembre a Cadrezzate, dove si nasconde nei dintorni del lago spostandosi di notte con un pedalò. Durante la latitanza invia una lettera al quotidiano locale VareseNews, in cui spiega che il suo gesto nasce dalla “totale inadeguatezza” delle case-lavoro, che definisce identiche ai vecchi OPG, gli ospedali psichiatrici giudiziari chiusi nel 2015: “Le case lavoro di oggi sono in realtà i vecchi OPG”, scrive. “Sono carceri effettive in piena regola, con sbarre, cancelli e polizia. Con la piccola differenza che chi è sottoposto alla casa di lavoro non è un detenuto, bensì un internato: né detenuto, né libero”. Del Grande accusa il sistema di applicargli un “ergastolo bianco”: la misura viene prorogata di sei mesi in sei mesi, e ogni fuga diventa un elemento che pesa nella successiva valutazione della sua pericolosità sociale, rendendo la detenzione potenzialmente perpetua.
Due fughe, dunque, con due moventi distinti: la prima è una protesta contro le condizioni della struttura; la seconda è la reazione al diniego della libertà attesa. Ma il risultato è identico: ogni allontanamento dalla misura di sicurezza costituisce di per sé un elemento di persistente pericolosità sociale, il che rende ancora più remota la revoca della misura stessa. Del Grande, fuggendo, dimostra esattamente ciò che il sistema gli contesta.
Per comprendere questa storia occorre tornare alla notte del 7 gennaio 1998. A Cadrezzate, nel Basso Verbano, i Del Grande sono una famiglia conosciuta: gestiscono un panificio con tre punti vendita. Elia ha ventidue anni e una relazione con una ragazza della Repubblica Dominicana. I genitori e il fratello si oppongono al legame; secondo quanto emerge nel processo, il conflitto familiare si trascina per mesi. Intorno alle tre e mezza di quella notte, dopo aver assunto cocaina, Elia imbraccia un fucile e uccide a colpi d’arma da fuoco il padre Enea, 58 anni, la madre Alida, 53, e il fratello Enrico, 27. È Enrico, agonizzante, a riuscire a dare l’allarme prima di morire in ospedale: comunica ai soccorritori che c’è stata una strage, ma non fa in tempo a indicarne l’autore. Del Grande si libera delle armi gettandole nel lago di Monate e tenta di raggiungere l’aeroporto di Lugano per un volo verso Santo Domingo. La Polizia cantonale svizzera lo ferma al valico di Ponte Tresa. Confessa il triplice omicidio.
Il processo di primo grado, celebrato dalla Corte d’Assise di Varese, si conclude nel 2001 con la condanna all’ergastolo. L’anno seguente la Corte d’Appello di Milano riconosce la seminfermità mentale e riduce la pena a trent’anni di reclusione: è il passaggio che trasforma un ergastolano in un detenuto con un fine pena certo e, di conseguenza, con accesso ai benefici penitenziari. Del Grande sconta circa venticinque anni di carcere tra gli istituti di Pavia e di Cagliari. Nel 2015, dal carcere di Pavia, tenta una fuga con un complice di origine albanese: nelle celle vengono trovati cellulari, seghetti e una corda, all’esterno un’auto pronta. Il piano fallisce, e Del Grande viene condannato dal tribunale di Pavia a otto mesi per tentata evasione.
Dopo aver scontato la pena detentiva, Del Grande ottiene la libertà vigilata e si stabilisce a Olbia, dove si rende protagonista di furti e molestie al vicinato. Il Tribunale di Sorveglianza lo giudica ancora socialmente pericoloso e, dopo le violazioni contestate durante la libertà vigilata, dispone il suo collocamento in una casa-lavoro: prima a Castelfranco Emilia, poi ad Alba. La casa-lavoro è una misura di sicurezza detentiva nella quale l’internato non è formalmente un detenuto ma non può allontanarsi dalla struttura; un limbo giuridico che Del Grande contesta fin dal primo giorno. Ad Alba lavora come volontario in una mensa per i poveri gestita da un cappellano, ma considera la misura illegittima e la struttura inadeguata.
Chi si sottrae a una misura di sicurezza detentiva non commette il reato di evasione previsto dall’articolo 385 del codice penale, che riguarda esclusivamente lo stato di arresto o di detenzione: la Cassazione ha chiarito che la figura dell’internato non è assimilabile a quella del condannato. L’allontanamento, tuttavia, non è privo di conseguenze: ogni fuga diventa un elemento rilevante nella valutazione della pericolosità sociale e ne rafforza l’esito, perché il fatto stesso di sottrarsi alla misura costituisce un dato di cui il magistrato di sorveglianza non può non tenere conto. Per Del Grande questo significa che la doppia fuga, i precedenti a Olbia e la tentata evasione dal carcere nel 2015 compongono un quadro che rende difficile ipotizzare una revoca a breve termine. La compagna, Rossella Piras, risulta indagata per favoreggiamento in relazione alla prima fuga da Castelfranco Emilia.
Il caso di Elia Del Grande non si presta a risposte semplici. La pena per il triplice omicidio è stata interamente scontata; la misura di sicurezza che lo trattiene è fondata su una pericolosità sociale che ogni fuga contribuisce a confermare. Il risultato è un circuito che nessuno dei due attori, né il sistema né Del Grande, sembra in grado di interrompere. Resta la questione di fondo, che è anche la più scomoda: cosa accade quando il reinserimento fallisce non per mancanza di strumenti, ma perché il soggetto rifiuta il percorso e il percorso non prevede alternative?

 

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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