Il mostro di Modena e l’abitudine di riaprire i casi chiusi dimenticando quelli aperti

Negli ultimi giorni a Modena si è tornato a parlare di uno dei casi più inquietanti e dimenticati della cronaca italiana: quello del cosiddetto Mostro di Modena. Tutto è ripartito da una raccolta firme, lanciata dall’associazione culturale “I Ricci” di Lodi Vecchio, per chiedere alla Procura di riaprire le indagini. L’obiettivo è semplice e terribile allo stesso tempo: rimettere mano a otto omicidi di donne, avvenuti tra il 1985 e il 1995, rimasti senza un colpevole. Otto nomi, otto destini spezzati in dieci anni di sangue e silenzio.
La scia comincia con Giovanna Marchetti, diciotto anni appena. Il 12 agosto 1985 viene vista salire su un’auto per una prestazione occasionale. Il suo corpo verrà ritrovato nove giorni dopo, in una fornace abbandonata a Baggiovara. Le hanno fracassato il cranio con una pietra. Nessun indizio utile, nessun colpevole. Due anni dopo, il 12 settembre 1987, viene ritrovata Donatella Guerra, ventiduenne, nelle cave di San Damaso: è seminuda, accoltellata al petto e al collo, con chiari segni di violenza sessuale. Accanto al corpo, impronte e tracce di pneumatici che non porteranno da nessuna parte.
Poco tempo dopo, il 1° novembre di quello stesso anno, tocca a Marina Balboni, ventunenne, amica di Donatella. È stata strangolata, forse con il suo foulard, e abbandonata in un canale tra Carpi e Gargallo. La sua borsetta sparisce, come in altri delitti della serie. Poi, nel 1989, è la volta di Claudia Santachiara, ventiquattro anni, trovata nuda ai bordi dell’autostrada del Brennero. Un cappio le stringe il collo. Sotto le unghie, tracce biologiche che all’epoca nessuno riuscì a identificare. Il testimone chiave sparisce, la registrazione con la sua voce viene distrutta.
L’8 marzo 1990 il corpo di Fabiana Zuccarini, ventun anni, viene trovato in un fosso a San Prospero. È stata strangolata. Le manca solo un paio di scarpe, sparite come il suo assassino. Si parla di un misterioso “zio ricco” con cui avrebbe avuto un appuntamento quella sera. L’uomo muore in un incidente poco dopo, e il caso si chiude senza risposte. Due anni dopo, nel febbraio 1992, a San Prospero, viene trovata Anna Bruzzese, trentadue anni, ferita con un coltello al ventre. Qualcuno l’ha vista salire su un’auto scura, ma la pista si spegne nel nulla.
Il 26 gennaio 1994, in un fosso a Corlo, riaffiora il corpo di Anna Maria Palermo, ventun anni. Dodici coltellate al torace. Le mani graffiate, i segni della colluttazione. Un sospetto finisce sotto processo, ma viene assolto. E poi, l’ultimo nome della serie: Monica Abate, trentun anni. È il 3 gennaio 1995. La trovano in casa, con una siringa nel braccio. All’inizio si parla di overdose. L’autopsia smentisce tutto: è stata soffocata. Qualcuno ha messo in scena la morte per droga per depistare le indagini. Sotto le sue unghie restano frammenti di pelle dell’assassino, ma i confronti genetici non portano a nulla.
Otto donne. Otto delitti. Nessun colpevole. Tutti accomunati da una stessa violenza e da un’identica disattenzione investigativa. Scenari periferici, vite fragili, indagini spezzate. Eppure, in quella cadenza regolare — quasi un delitto ogni anno e mezzo, con modalità simili — qualcuno aveva visto già allora la firma di un unico autore. Un assassino che uccideva e spariva, lasciando dietro di sé solo indifferenza.
Oggi, a distanza di trent’anni, la petizione che chiede di riaprire il caso è un atto di giustizia tardiva ma necessario. Non si tratta solo di ricordare, ma di fare finalmente ciò che non si è fatto: un’indagine unica, coordinata, capace di leggere l’intero mosaico. Perché otto fascicoli isolati non sono otto casi, sono un’unica storia mai raccontata fino in fondo.
E qui si tocca un nervo scoperto del nostro Paese. In Italia, troppo spesso, si torna a scavare in processi già chiusi, come quello di Garlasco, alimentando un’ossessione per la revisione infinita. Si cercano colpevoli alternativi in storie già giudicate, si riscrivono verdetti, si rianimano dubbi. E intanto, casi come quello del Mostro di Modena, che non hanno mai visto un’aula di tribunale, restano sepolti sotto la polvere. È un paradosso tutto nostro: preferiamo dubitare del passato piuttosto che fare luce nel buio dell’irrisolto.
Riaprire oggi il caso di Modena non significa inseguire fantasmi, ma dare voce a chi non l’ha mai avuta. Perché la vera ingiustizia non è solo un processo chiuso male. Lo è, forse di più, un processo che non c’è mai stato.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

articoli simili

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *