Il delitto irrisolto di Clelia Cuscito, uccisa con quindici coltellate e trovata col filo del telefono attorno al collo nell’appartamento in cui si prostituiva di via Orsini, a Firenze, il 14 dicembre del 1983, ha cinque punti di contatto col Mostro di Firenze.
Il primo è l’identikit di una persona sospetta, che venne vista suonare al citofono di Cuscito a un orario compatibile con l’omicidio, e che è piuttosto somigliante al volto di Giancarlo Lotti, uno dei responsabili per alcuni dei duplici omicidi del maniaco delle coppiette. Il secondo è che il numero di telefono di Clelia Cuscito, abbinato al nome “Marisa”, era appuntato su un foglietto rinvenuto in una tasca dei pantaloni indossati da Stefano Baldi il giorno in cui venne ucciso dal Mostro di Firenze, a Calenzano, il 22 ottobre del 1981. Il terzo è che Lorenzo Nesi, testimone nel processo a Pacciani e ai Compagni di merende, dirà che Mario Vanni, condannato con Lotti per alcuni delitti del Mostro, era un cliente di Cuscito. Il quarto, debolissimo, è che Cuscito stringeva in una mano dei capelli appartenenti a un individuo con gruppo sanguigno B, lo stesso di una traccia di sangue repertata in un fazzoletto trovato, in maniera un po’ rocambolesca, sulla piazzola di via Scopeti, dopo che l’8 settembre 1985 il Mostro aveva ucciso la coppia di francesi (entrambi gruppo sanguigno B, tra l’altro). Il quinto è che il professor Mauro Maurri, il medico legale che eseguirà l’esame autoptico di Clelia Cuscito e di tutte le vittime del Mostro di Firenze, dirà, per quanto genericamente e senza mai tornare sul punto, che nel delitto Cuscito scorgeva delle analogie con quelli del Mostro. Di seguito, si affronteranno i primi due elementi.
Possibilità, logica e verosimiglianza
Se non vi è certezza che l’uomo visto davanti casa della vittima avesse a che fare col delitto, è comunque possibile che Giancarlo Lotti, il frequentatore abituale di prostitute, il compagno di merende, l’assassino delle coppiette, possa avere ucciso Clelia Cuscito. Sarebbe coerente con i pochi pezzi di verità storica e processuale di cui disponiamo. Tuttavia si rimarrebbe ancora e inesorabilmente nell’alveo, per l’appunto, del possibile. O al massimo, e non sarebbe poco, della logica e della verosimiglianza. Non è invece accettabile, e siamo fuori dalla logica, dal possibile e dal verosimile, collocare il delitto Cuscito nel quadro delle morti collaterali del Mostro di Firenze al solo scopo di esibire uno dei ricorrenti tentativi di revisionismo storico, e così scherzare con la Storia e pure, mi si perdoni la retorica, coi morti ammazzati di questa storia. Come ad esempio quello per il quale chi ha ucciso Cuscito è, sì, il Mostro, ma uno SKU, un serial killer unico mai sfiorato dalle indagini, Il che equivale a dire che Pacciani e gli altri sono vittime della più grande e meglio riuscita cospirazione giudiziaria di sempre. Oppure: Lotti, proprio lui, solo lui, ha ucciso Cuscito ed è anche il Mostro, sempre SKU, si intende. (Sì, nella martoriata letteratura digitale sul caso abbiamo dovuto sentire anche questo).
Il numero di telefono di Cuscito in tasca a Baldi
Il detrito investigativo del pezzetto di carta col numero di telefono, recentemente fatto riemergere, è alla base dell’ennesimo esposto in procura per stimolare la riapertura di una qualche indagine, che sia su un delitto sul Mostro o su altre faccende laterali asseritamente legate al Mostro. A questo giro è toccato al delitto di Clelia Cuscito. Nell’annoiato habitat mostrologico la notizia ha provocato un circoscritto rumore di fondo e ha avuto una brevissima parabola mediatica – ma nulla di paragonabile con lo scoop di cronaca rosa sulla paternità di Natalino dell’estate scorsa. Tuttavia in attesa che, ineluttabilmente, la cosa vada ad affollare il cassetto dei ricordi smarriti, ci sono da fare due rilievi. Di carattere storiografico, però. E frenare facili entusiasmi investigativi. Uno, ovvio, è che l’elemento era noto agli inquirenti. Il fatto del foglietto in tasca a Baldi con su scritto “Marisa 055/6812…” è verbalizzato e fa parte della documentazione del delitto di Calenzano. Dunque, è probabile che nell’ottobre del 1981 gli inquirenti verificarono a chi appartenesse quel numero ma l’attività non scaturì in alcuna traccia investigativa concreta – Cuscito non era stata ancora ammazzata. Come è probabile che gli inquirenti, due anni più tardi, indagando sull’omicidio di via Orsini, non ebbero l’intuizione di vagliare di nuovo tutta la documentazione raccolta sui delitti del Mostro, e così il collegamento, che a quel punto, conducente o no, esisteva, non si svelò a nessuno. L’altro è che il match tra “Marisa” e Clelia Cuscito, a dirla tutta, era noto anche presso qualche studioso del caso. Ne ebbi prova diretta anni fa, quando, osservando la documentazione (il numero di telefono di “Marisa” sul foglio in tasca a Baldi è proprio quello che era in uso a Cuscito, abbinato all’utenza di via Orsini 64, dove fu uccisa) superai qualche dubbio iniziale e mi determinai a inserirlo in un rapido passaggio in una ristampa del terzo volume della mia trilogia MDF. Ma questo non è significativo. Ciò che è importante è che il collegamento tra i due fatti di sangue c’è, è documentale e bisogna farci i conti. Però l’aver stabilito che una vittima del Mostro di Firenze girava in tasca col recapito di una prostituta che due anni dopo sarà ammazzata da ignoti può, sì, alimentare il mistero, ma non ci autorizza a riscrivere la Storia. Perché l’unica speculazione possibile, se proprio se ne deve accogliere qui una che sia logica e verosimile, cioè che non tiri in ballo enigmatici mister x mai sfiorati dalle indagini sul Mostro, e non deragli verso irricevibili teorie del complotto, è che qualcuno dei Compagni di merende, diciamo Lotti, avesse chiesto a una prostituta, diciamo Cuscito, se tra i suoi clienti vi fosse qualche giovane, diciamo Baldi, che si appartava in auto con la fidanzata. Possibile, allora, che Cuscito abbia fatto il nome del suo cliente Baldi a Lotti, e che poi, a distanza di qualche tempo, abbia sollevato domande penetranti a qualcuno dei Compagni di merende e che sia stata fatta fuori da uno di questi ultimi perché aveva intuito qualcosa? Sì, ma ancora una volta è solo possibile: non è sicuro. E rimane sempre in ballo l’ipotesi più cauta, ovvero che Stefano Baldi possedesse il contatto di Clelia Cuscito per un motivo che non ha a che fare con l’attività di mercificazione del sesso che svolgeva la donna (le ragioni sono pressoché infinite), e che questa sia stata uccisa da qualcuno che non è legato alla vicenda del Mostro di Firenze. Chi? “Non lo so, io non c’ero”, come dice il mio amico e maestro Francis.
Però, invece di andare a disturbare un vecchietto che quarantatré anni fa avrebbe suonato al citofono di Clelia Cuscito, forse non sarebbe uno spreco di tempo continuare a guardare dalle parti di Giampiero Vigilanti o Francesco Calamandrei. Per il delitto Cuscito e per i fatti del Mostro gente morta da innocente come dio sulla croce, ci mancherebbe, ma che, tra archiviazioni strappate al novantesimo e stanche assoluzioni con formula dubitativa, più di mezza vita a un grado di separazione, o giù di lì, da coloro che gli omicidi del Mostro li hanno fatti per davvero, intanto, se la sono fatta.
Soap crime
Per concludere, vale la pena sottolineare che l’entusiasmo, malriposto ma alla fine perdonabile, per certe “novità” sul Mostro (forse giornalistiche, quasi mai investigative) talvolta sembra generato un po’ a tavolino, e pare la diretta conseguenza di una brutta mostrologia digitale che da anni, o quantomeno da quando la osservo io, con mestizia sta marcendo su se stessa. Senza arrivare a nulla, si discute di tutto, si ipotizza di tutto e si crede a tutto, purché sia falso, tendenzioso e soprattutto funzionale alla moda del periodo: l’intrattenimento mediatico criminale.
Soap crime. Noi Garlasco lo facevamo già da prima, e più in grande.
E allora, in attesa che la cassazione si pronunci sull’inammissibilità, già statuita dalla Corte d’appello di Genova, della coraggiosissima e sgangherata revisione della condanna a Mario Vanni, l’altro compagno di merende, e si smetterà per sempre di parlare anche di questa stupidaggine come si è smesso di parlare del Rosso/mosso del Mugello, di querele bagatellari tra mostrologi intristiti, di Zodiac, dei sardi (anzi no, di quelli se ne parlerà sempre), di litigi postadolescenziali su Facebook (la “mostrologologia”) e di altre neonate bislaccherie come Joe Bevilacqua, non mi rimane altro che esprimere un cauto pessimismo su come andrà a finire la ricerca e il disvelamento, dopo che se ne è fabbricata l’occasione con Cuscito, di questo ennesimo nuovo SKU Mai Sfiorato Dalle Indagini©. Vedi sopra: nel dimenticatoio. Dispiace un po’ per gli investigatori della Rete, i consulenti di qualsiasi cosa e gli avvocati che si prestano a controfirmare mandati o a scrivere esposti con malinconiche possibilità di un vero riscontro processuale. Buon lavoro e auguri sinceri a tutti (senza ironia o polemica alcuna).













