La sera del 2 luglio 1983, nel rione Incis di Ponticelli, alla periferia est di Napoli, due bambine escono per giocare sotto casa e non tornano più. Si chiamano Nunzia Munizzi, 11 anni, e Barbara Sellini, 7 anni. Il quartiere si mobilita per cercarle, tra cortili, scantinati, terreni abbandonati. Il giorno dopo, nel greto dell’alveo Pollena, viene trovata la conferma di quello che tutti temevano: i loro corpi, abbracciati e parzialmente carbonizzati. Le perizie parleranno di sevizie, violenza sessuale su una delle due e del tentativo di cancellare tutto col fuoco.
Dopo due mesi di indagini e tre gradi di giudizio, tre ragazzi del quartiere – Ciro Imperante, Giuseppe La Rocca e Luigi Schiavo – verranno condannati all’ergastolo come autori del massacro. Passeranno 27 anni in carcere e ancora oggi sostengono di essere innocenti. Intorno a loro nascerà l’etichetta destinata a rimanere per sempre: “i mostri di Ponticelli”.
Ma prima che la parola “mostri” si incolli addosso a quei tre, la storia delle indagini segue un’altra direzione. È la pista che parte da un soprannome infantile: “Tarzan tutte lentiggini”.
Nelle prime ore successive alla scomparsa, gli inquirenti ascoltano le amiche delle bambine. Una di loro, Silvana Sasso, racconta di un appuntamento fissato proprio per quella sera con un uomo che le piccole chiamano “Gino”, detto anche “Tarzan tutte lentiggini”. Lo descrive come un tipo robusto, con i capelli chiari tendenti al rosso, il viso pieno di lentiggini. Secondo quanto risulta agli atti, Silvana avrebbe dovuto essere con loro in quell’occasione, ma la nonna non la lascia uscire, salvandole la vita. Un’altra bambina, Antonella Mastrillo, riferisce di aver visto Nunzia e Barbara salire su una Fiat 500 di colore scuro – descritta come blu o verde molto scuro – con un fanale rotto e un cartello “vendesi” sul parabrezza.
Su questi elementi, la relazione della Commissione parlamentare Antimafia, che nel 2022 ha ricostruito il caso nell’intento di valutare l’eventuale coinvolgimento della criminalità organizzata, spiega che le forze dell’ordine “setacciano la zona alla ricerca di Tarzan”. In quelle stesse giornate alcune persone che in passato avevano subito tentativi di violenza sessuale, o sapevano di episodi simili, decidono di farsi avanti. Le loro indicazioni portano a un uomo i cui tratti somatici ricordano il “Tarzan tutte lentiggini” delle bambine e che, per la corporatura robusta, nel quartiere viene soprannominato “Maciste”.
Dagli atti emerge che quell’uomo si chiama Corrado Enrico. È un venditore ambulante che dichiara di non avere un lavoro stabile e di guadagnarsi da vivere vendendo statuine e immagini sacre nei negozi dei vari quartieri, Ponticelli compreso. Spiega agli inquirenti di farsi chiamare spesso “Luigi” o “Luigino”, di aver familiarizzato con alcuni bambini della zona, di essersi recato nel rione Incis anche il pomeriggio del 2 luglio e di aver parcheggiato la sua macchina, una Fiat 500 blu con un fanalino rotto, proprio nella zona in cui si perdono le tracce di Nunzia e Barbara. Nello stesso verbale dice di essersi trattenuto a parlare con due ragazzine e di essere poi rientrato a casa intorno alle 17.30-18.00.
Qui iniziano i dettagli che, riletti oggi, fanno impressione. Secondo quanto ricostruisce la Commissione Antimafia sulla base dei documenti processuali, Corrado Enrico dichiara agli investigatori di avere “una forte attrazione verso i bambini” e di porre in essere condotte violente e sessualmente deviate quando abusa di alcol. Aggiunge di aver appreso la notizia della morte di Nunzia e Barbara dai giornali, sostenendo di aver visto su quei quotidiani le fotografie dei due corpi carbonizzati. Nello stesso passaggio la Commissione annota che uno dei condannati, Giuseppe La Rocca, sentito anni dopo, afferma che immagini del genere non furono mai pubblicate.
La moglie di Corrado Enrico, in un successivo verbale, smentisce il suo alibi: lui dice di essere tornato a casa verso le 18.00, lei colloca il rientro tra le 20.30 e le 21.00, quando le bambine erano già scomparse e il quartiere era in allarme. Con questi elementi sul tavolo – auto compatibile con quella descritta dalle testimoni, presenza nel rione Incis il pomeriggio del delitto, contraddizioni sull’orario di rientro, ammissione di attrazione sessuale per i minori e di comportamenti violenti in stato di ebbrezza, affermazione sulle foto mai pubblicate – la Commissione parla apertamente di “indizi gravi” a carico di “Maciste”.
Nonostante ciò, nelle prime fasi delle indagini avviene qualcosa che la stessa Antimafia definirà “grave leggerezza”: Corrado Enrico non viene arrestato, la sua Fiat 500 non viene sottoposta a sequestro, e la pista che ruota intorno a lui viene progressivamente accantonata. Secondo le successive ricostruzioni giornalistiche, quell’auto verrà poi rottamata, senza che su di essa siano mai stati eseguiti accertamenti approfonditi. Da possibile “Tarzan tutte lentiggini” cercato in tutto il quartiere, Corrado Enrico torna a essere un nome di sfondo.
Anni dopo, nelle audizioni davanti alla Commissione Antimafia, uno dei tre condannati – Luigi Schiavo – dirà che, leggendo le carte, si è convinto che il vero sospettato principale dovesse essere proprio Corrado Enrico. La relazione parlamentare non parla mai di “colpevolezza”, ma sottolinea in più punti come la tipologia del delitto (adescamento di minori, violenza sessuale, ferocia delle sevizie) fosse “compatibile con il carattere sessualmente deviato e violento di Maciste, quale emergente dalle sue stesse dichiarazioni”.
Parallelamente, la relazione ricorda che la descrizione del “giovane biondo, con baffetti, possessore di una 500 blu con fanale rotto e scritta vendesi”, fornita da un testimone, coincide con il tratto di uomo robusto, con capelli chiari e lentiggini, a cui le bambine avevano dato il soprannome di “Tarzan tutte lentiggini”. In questo incrocio di identikit e mezzi – l’uomo biondo con lentiggini e la 500 blu da un lato, “Gino/Tarzan” dall’altro, il venditore che si fa chiamare Luigi e possiede una 500 blu con fanalino rotto – molti osservatori hanno visto, col senno di poi, una possibile sovrapposizione tra le figure di Tarzan e Maciste.
La storia giudiziaria, però, prende un’altra strada. Mentre la traccia su Corrado Enrico si raffredda, l’attenzione si sposta su un gruppo di ragazzi del rione, attraverso una catena di dichiarazioni, ritrattazioni e confessioni poi rimesse in discussione, al centro della quale c’è il supertestimone Carmine Mastrillo. È da lì che nasce il teorema accusatorio che porterà all’arresto e alla condanna di Imperante, La Rocca e Schiavo. Maciste esce di scena. I “mostri di Ponticelli” diventano altri.
Negli anni Duemila e Duemilaventi la pista Tarzan/Maciste torna al centro del dibattito grazie a una serie di inchieste televisive e giornalistiche. Le Iene, con i servizi di Giulio Golia e Francesca Di Stefano, rimettono al centro il nome di Corrado Enrico, andando a cercare anche la moglie e chi lo ha conosciuto. È in quel contesto che gli autori si domandano se “potrebbe essere stato Corrado Enrico, morto in agosto, il killer del massacro di Ponticelli”, La moglie, intervistata, conferma la morte del marito e ribadisce che lui, fino alla fine, avrebbe negato qualsiasi coinvolgimento nel massacro.
Nel 2024 la pista Tarzan/Maciste entra anche in libreria. Il libro “Mostri di Ponticelli. O vittime di un enorme errore giudiziario?”, firmato dai giornalisti Giulio Golia e Francesca Di Stefano e pubblicato da Piemme, ricostruisce le carte del processo, il lavoro della Commissione Antimafia e le nuove testimonianze raccolte, dedicando ampio spazio proprio alla figura di Corrado Enrico e alle scelte investigative compiute nei suoi confronti.
Tutto questo non basta, da solo, a riscrivere una sentenza. Giuridicamente, il massacro di Ponticelli ha ancora tre colpevoli: Imperante, La Rocca e Schiavo. Corrado Enrico, pur al centro di sospetti pesantissimi nelle prime fasi dell’inchiesta, non è mai stato processato né condannato per l’omicidio di Nunzia e Barbara. Il suo nome compare nei verbali, nella relazione della Commissione e nelle indagini giornalistiche come quello di un possibile autore alternativo, ma la sua eventuale responsabilità resta un’ipotesi.
Da un lato, due bambine vittime di una violenza che ancora oggi fa paura. Dall’altro, tre uomini che, dopo 27 anni di carcere, continuano a dichiararsi innocenti e chiedono la revisione del processo. In mezzo, la figura di Tarzan/Maciste: un uomo che ammette una forte attrazione verso i bambini, che parcheggia la sua 500 blu con il fanale rotto nel cuore del rione Incis nel pomeriggio del delitto, che racconta di aver visto foto mai pubblicate, che fornisce un alibi smentito dalla moglie, ma che non verrà mai portato davanti a una corte per rispondere del massacro.
A quarant’anni dai fatti, la domanda non è più solo chi siano davvero i “mostri di Ponticelli”, ma quanto abbia pesato il modo in cui la pista Tarzan/Maciste è stata gestita, accantonata e poi recuperata a distanza di decenni. È una domanda che riguarda le indagini, la giustizia e il ruolo dei media. E che, finché non arriverà un nuovo processo, resterà aperta esattamente come la ferita lasciata da quella sera del 2 luglio 1983.












