Il 15 luglio 2026, nella caserma dei carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci a Roma, Marco Fassoni Accetti è stato interrogato per circa sei ore in qualità di indagato nella nuova inchiesta sulle scomparse di Emanuela Orlandi e Mirella Gregori. La Procura di Roma gli contesta il sequestro di persona a scopo di estorsione in concorso con ignoti. All’atto era presente il pubblico ministero Stefano D’Arma, che coordina il procedimento. Il difensore, l’avvocato Giancarlo Germani, ha reso noto che il suo assistito ha risposto a tutte le domande. Nessuna responsabilità penale è stata accertata. Per capire il peso di quel passaggio occorre tornare alla primavera del 1983. Il 7 maggio Mirella Gregori uscì dall’abitazione di via Nomentana in cui viveva con la famiglia e non fece più ritorno. Il 22 giugno Emanuela Orlandi, quindici anni, cittadina vaticana, figlia di un commesso della Prefettura della casa pontificia, non tornò a casa dopo una lezione di musica alla scuola di Sant’Apollinare. Le due vicende vennero accostate nell’agosto dello stesso anno, quando un comunicato firmato dal Fronte Liberazione Turco Anticristiano, sigla mai comparsa prima, chiese la scarcerazione di Mehmet Ali Agca in cambio della ragazza e menzionò anche Mirella Gregori. Nelle settimane successive un telefonista anonimo, che gli inquirenti ribattezzarono l’Americano, sostenne di tenere in ostaggio entrambe. Le indagini non individuarono mai una matrice comune tra i due casi, ma il collegamento è rimasto nella memoria pubblica e ha finito per orientare, quarant’anni dopo, anche il perimetro della Commissione parlamentare d’inchiesta istituita con la legge 202 del 2023. Accetti entrò nella vicenda il 27 marzo 2013, quando si presentò spontaneamente in Procura. Fotografo e cineasta romano nato a Tripoli nel 1955, dichiarò di aver avuto un ruolo nell’allontanamento di entrambe le ragazze, sostenendo che non vi fu un sequestro nel senso comune del termine ma una sparizione concordata, temporanea nei piani originari, inserita in una contesa fra fazioni contrapposte in ambienti vaticani a fini di pressione politica. A sostegno del racconto consegnò un flauto traverso che affermava essere appartenuto a Emanuela e che la famiglia, in un primo momento, credette di riconoscere. La polizia scientifica individuò sullo strumento oltre quaranta reperti biologici, tutti però troppo esigui o degradati per una comparazione utile. Accetti dichiarò inoltre di essere lui l’Americano. Alla fine di aprile di quello stesso anno venne iscritto nel registro degli indagati per duplice sequestro di persona aggravato dalla morte degli ostaggi. Nell’ottobre del 2015 il giudice per le indagini preliminari, su richiesta della Procura e per mancanza di elementi consistenti, archiviò l’inchiesta sulle due sparizioni, che vedeva sei indagati per concorso in omicidio e sequestro di persona. Con essa cadde anche la posizione aperta nei confronti di Accetti. I magistrati ritennero le sue ricostruzioni un insieme di manipolazioni, e la versione fornita sul rapimento venne definita una “sceneggiatura fantasiosa“. La Procura proseguì separatamente nei suoi confronti per calunnia e autocalunnia, e in quel procedimento fu disposta una perizia psichiatrica sulla sua capacità di intendere e di volere e sulla capacità di stare in giudizio. Su di lui pesa un precedente che nessuna archiviazione ha cancellato. La sera del 20 dicembre 1983, sei mesi dopo la scomparsa di Emanuela, il piccolo José Garramon, figlio di un diplomatico uruguaiano, venne travolto e ucciso da un furgone guidato da Accetti nella pineta di Castelporziano, a una ventina di chilometri dall’abitazione della vittima. Il fotografo, imputato inizialmente di reati ben più gravi, fu condannato in via definitiva nel 1986, al terzo grado di giudizio, per omicidio colposo aggravato e omissione di soccorso, e scontò la pena. La famiglia del ragazzo ha sempre contestato quella ricostruzione, chiedendo di chiarire come il figlio fosse arrivato tanto lontano da casa e cosa facesse Accetti in quella strada isolata. Sul punto opera però il divieto di un secondo giudizio per il medesimo fatto: per la morte di José Garramon, Accetti non può essere processato di nuovo. Potrebbero eventualmente essere accertati soltanto fatti diversi o condotte di terzi. Un terzo filone riguarda Katy Skerl, diciassettenne trovata strangolata il 21 gennaio 1984 e il cui omicidio non ha mai avuto un responsabile. Accetti, in un testo pubblicato sul proprio blog nel 2015, scrisse per primo del furto della bara della ragazza dal cimitero del Verano. Nel luglio 2022 la Procura di Roma fece aprire il loculo e lo trovò vuoto. È un tratto ricorrente dell’intera storia: le sue affermazioni si rivelano talvolta corrispondenti a circostanze materiali verificabili, senza che questo consenta di stabilire se ne fosse a conoscenza per averle vissute, per averle apprese da altri o per averle ricostruite a posteriori. Ciò che lo ha riportato al centro dell’inchiesta non sono però le vecchie autoaccuse. A pesare, secondo le cronache, è stata l’analisi recente di alcune lettere anonime dell’epoca, unita a un’ipotesi investigativa che ribalta l’impostazione precedente: gli inquirenti ne starebbero valutando un possibile ruolo all’interno di una rete di adulti dedita all’adescamento di adolescenti nella Roma dei primi anni Ottanta. Non più, dunque, un uomo che si accusa di un sequestro a sfondo politico, ma un contesto criminale ordinario, fatto di relazioni, luoghi e abitudini, dentro il quale collocare le sparizioni. Gli investigatori, viene riferito, procedono con estrema cautela. Il 26 marzo 2026 Accetti era stato ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta in seduta integralmente segreta. L’audizione durò circa sette ore, la più lunga fra quelle svolte fino a quel momento dall’organismo bicamerale, e il contenuto non è pubblico. Nella stessa giornata dell’interrogatorio di luglio è stata sentita a sommarie informazioni dai carabinieri Patrizia De Benedetti, legata sentimentalmente ad Accetti fra il 1979 e il 1981 e già audita dalla Commissione il 9 luglio in seduta secretata su sua richiesta: secondo le ricostruzioni giornalistiche sarebbe sospettata di aver preso parte al depistaggio, avendo materialmente scritto alcune delle lettere ritenute autentiche dagli investigatori. In caserma è stata convocata anche Laura Accetti, sorella del fotografo. Nelle settimane precedenti la Commissione aveva ascoltato, sempre in modalità segreta, le sorelle Raffaella e Flaviana Gugel, figlie di Angelo Gugel, per anni aiutante di camera di tre pontefici e collega di Ercole Orlandi. Nel dicembre 2025, intanto, i legali di Accetti avevano depositato una querela per diffamazione e calunnia nei confronti di Pietro Orlandi, in relazione ad alcune dichiarazioni rese dal fratello di Emanuela davanti alla Commissione. Il fronte è dunque doppio: da un lato un procedimento penale che lo vede nuovamente indagato per il sequestro, dall’altro una controversia sulla sua reputazione che lo vede parte offesa. Pietro Orlandi lo ha definito pubblicamente un depistatore; il difensore Germani sostiene invece che il suo assistito non sia un mitomane e debba essere ascoltato. A quarantatré anni dalla scomparsa di Emanuela Orlandi non si è mai celebrato un processo. Nessuna delle piste percorse, dal terrorismo internazionale alla banda della Magliana, dai ricatti interni alla Santa Sede alle numerose testimonianze successive, ha prodotto un’imputazione sostenibile in dibattimento. La figura di Marco Fassoni Accetti riassume la difficoltà di questo caso più di ogni altra: un uomo giudicato inattendibile e insieme mai del tutto escluso, archiviato e poi iscritto di nuovo nel registro degli indagati, che si accusa di ciò che non si riesce a dimostrare e si difende da ciò che gli viene attribuito. Gli accertamenti in corso stabiliranno se esistano riscontri esterni alle sue parole. Fino a quel momento resta un nome che compare in ogni ricostruzione senza che nessuna riesca a collocarlo.














