David Rossi: un mistero senza fine

La riapertura delle indagini sulla morte di David Rossi non è un semplice “atto dovuto” né l’ennesimo giro di giostra mediatica: è il segnale formale che, a tredici anni dal 6 marzo 2013, l’impianto interpretativo che ha sostenuto per anni la tesi del suicidio non regge più al peso delle nuove risultanze tecnico-scientifiche e del lavoro parlamentare, e che la Procura di Siena ritiene oggi esistenti margini investigativi concreti per rimettere mano a movente, dinamica e responsabilità.

Rossi, responsabile della Comunicazione di Monte dei Paschi di Siena, viene trovato la sera del 6 marzo 2013 nel vicolo sottostante la finestra del suo ufficio a Rocca Salimbeni, in un momento in cui la banca è travolta da una crisi senza precedenti e l’attenzione giudiziaria e mediatica è massima; pochi giorni prima, il 19 febbraio, la Guardia di Finanza aveva perquisito uffici e abitazioni dei vertici legati alla vicenda Antonveneta, e Rossi, pur non risultando indagato, vive il clima di accerchiamento tipico dei contesti ad alta pressione istituzionale, dove la percezione del rischio personale può diventare fattore criminogeno o, all’opposto, terreno fertile per coperture e depistaggi.

Nelle prime ore e nei primi mesi l’inchiesta si orienta verso l’ipotesi del gesto volontario: i biglietti di commiato rinvenuti in ufficio diventano uno dei perni narrativi dell’archiviazione richiesta già il 2 agosto 2013, insieme agli accertamenti medico-legali e alle sommarie informazioni rese da persone presenti o vicine alla vittima. Nel tempo, però, la vicenda non si chiude mai davvero, perché gli elementi “anomali” non appartengono alla categoria dell’irrilevante, ma a quella dell’incompatibile: dalla gestione della scena, alla questione delle telecamere e dei video disponibili, fino al comportamento di alcuni soggetti sopraggiunti quando Rossi era ancora vivo, avvicinatisi e poi allontanatisi senza prestare soccorso, un dato che in criminologia investigativa pesa sempre perché parla di percezione dell’evento e di possibile timore di coinvolgimento. Negli anni successivi, tra riaperture sollecitate, accertamenti integrativi e fasi di stallo, si stratifica un contenzioso tecnico e pubblico che culmina nell’archiviazione del 27 luglio 2017, quando il GIP di Siena conclude che Rossi si sia gettato spontaneamente, escludendo omicidio e istigazione, ma lasciando sul terreno dubbi che continuano a essere alimentati da incongruenze documentali, contestazioni sui tabulati, sui tempi, e su segni fisici ritenuti non pienamente spiegati dalla sola caduta.

È qui che entra in gioco il fattore istituzionale: la prima Commissione parlamentare d’inchiesta nasce nella legislatura precedente e lavora su audizioni, sopralluoghi e contributi specialistici, producendo una relazione conclusiva che, pur criticando profili dell’azione investigativa e ricostruendo omissioni e opacità, non imprime la svolta definitiva che i familiari attendono; quella relazione, tuttavia, ha un merito decisivo per chi indaga: mette in fila atti, tempi, catene di custodia e punti ciechi, trasformando un dibattito spesso emotivo in una mappa di verifiche replicabili.

La vera accelerazione arriva con la Commissione d’inchiesta “bis”, istituita nel 2024 e presieduta da Gianluca Vinci, che reimposta il lavoro su due binari tipici dell’approccio moderno alle morti controverse: biomeccanica della caduta e lettura medico-legale delle lesioni, con un’attenzione particolare ai segni sul volto, al polso sinistro e alla dinamica di distacco dell’orologio/cinturino, cioè a quei dettagli che, se incompatibili con la caduta autonoma, spostano il baricentro dall’autolesione alla colluttazione e al contenimento.

Tra fine 2025 e febbraio 2026, le nuove perizie presentate in Commissione indicano un quadro che, nelle parole e nelle sintesi circolate, non consente più di parlare di suicidio: lesioni al volto ritenute non riconducibili all’impatto al suolo e compatibili con una pressione/urto contro elementi della finestra (telaio, fili metallici), segni che evocano una manovra di trattenimento o una fase di aggressione precedente alla caduta, e quindi un evento “misto” in cui la caduta diventa l’atto terminale di una dinamica violenta.

La svolta si traduce in atto giudiziario: la Procura di Siena riapre un fascicolo e richiede alla Commissione la documentazione e le relazioni dei consulenti, mentre la Commissione approva all’unanimità un documento di metà mandato che esclude “definitivamente” l’ipotesi del suicidio e parla di ricostruzione omicidiaria, portando la partita dal piano politico-conoscitivo a quello probatorio-processuale.

In termini investigativi, la riapertura ha un significato preciso: non “ripetere ciò che è già stato fatto”, ma rimettere in discussione le premesse, perché se la causa della morte resta una caduta, la maniera in cui quella caduta è stata determinata può cambiare tutto; e quando cambiano dinamica e compatibilità lesiva, cambia anche la lista delle ipotesi di reato, la selezione dei soggetti di interesse, la lettura dei comportamenti post-evento e il valore di dettagli che prima erano considerati irrilevanti.

Il caso Rossi, da sempre, vive su frizioni tra livelli: il livello personale (un uomo sotto pressione, biglietti di commiato, timori, rapporti interni), il livello ambientale (un’istituzione in crisi, conflitti, possibili interessi reputazionali) e il livello procedurale (qualità dei rilievi, completezza della documentazione video, tempestività e correttezza delle attività di polizia giudiziaria); la riapertura, oggi, obbliga a far dialogare questi piani senza scorciatoie, perché se la scena racconta un’aggressione, allora il “perché” e il “chi” non possono più essere trattati come domande laterali, ma diventano l’oggetto centrale del nuovo fascicolo.

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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