La sera del 1° luglio, durante l’ultima puntata di “Chi l’ha visto?” condotta da Federica Sciarelli, che lascia il programma dopo ventidue anni, Gildo Claps ha fatto una rivelazione inaspettata riguardo l’omicidio della sorella Elisa: “Da due anni la Procura di Potenza ha riaperto con coraggio le indagini sul ritrovamento del corpo e sulle complicità”, ha detto. Accanto a lui c’era la madre, Filomena Iemma, che ha parlato di un lavoro difficile e complesso, ma anche di un segnale importante per le famiglie che continuano a cercare verità su casi ormai sepolti dal tempo. A quasi trentatré anni dalla scomparsa e a quasi dodici dalla condanna definitiva di Restivo, il caso Claps torna così ad avere un fascicolo attivo. Il centro dell’indagine non è più il “chi”, ma il “come”: come fu possibile che il corpo di una ragazza restasse per diciassette anni nel sottotetto di una chiesa nel centro di Potenza senza essere trovato, o senza che qualcuno dicesse di averlo trovato.
Per capire cosa cerchi oggi la nuova inchiesta, bisogna tornare all’inizio. Elisa Claps aveva sedici anni, viveva a Potenza e aveva appena superato gli esami di riparazione. La domenica del 12 settembre 1993, poco prima di mezzogiorno, entrò nella chiesa della Santissima Trinità per incontrare Danilo Restivo, un ventunenne che le aveva promesso un regalo per la promozione. Da quel momento di lei si persero le tracce. Restivo, sentito subito, sostenne di averla lasciata all’interno della chiesa dopo pochi minuti. Lo stesso pomeriggio si presentò al pronto soccorso con un taglio alla mano e raccontò di essere caduto nel cantiere delle scale mobili vicino all’edificio. I suoi vestiti macchiati di sangue non furono sequestrati. Per quelle dichiarazioni venne arrestato nel settembre 1994 e condannato per false informazioni nel marzo 1995, ma l’accusa di omicidio rimase per anni senza corpo e senza scena del crimine.
I diciassette anni successivi furono la storia di una ricerca continuamente deviata. Le piste si moltiplicarono e si rivelarono false: l’Albania, poi il messaggio del 1999 in cui Elisa avrebbe scritto di trovarsi in Sudamerica e di non voler essere cercata, che le indagini attribuirono allo stesso Restivo. La famiglia sollecitò fin dai primi giorni una perquisizione accurata della chiesa della Trinità, l’ultimo luogo in cui Elisa era stata vista. Il sottotetto, però, rimase di fatto fuori da una vera ispezione, mentre il parroco dell’epoca, don Mimì Sabia, morto nel 2008, ne custodì l’accesso fino alla fine. Nel 1999, dopo le dichiarazioni di un collaboratore di giustizia che chiamava indirettamente in causa il magistrato titolare del fascicolo, l’istruttoria fu trasferita per competenza a Salerno.
Nel 2002 Restivo si trasferì in Inghilterra, a Bournemouth. Il 12 novembre dello stesso anno la sua vicina di casa, la sarta Heather Barnett, fu trovata uccisa nel suo appartamento. Anche in quel caso emerse un particolare inquietante: il taglio di una ciocca di capelli, un gesto già conosciuto a Potenza e attribuito a Restivo ai danni di numerose ragazze. Anni dopo, quell’omicidio avrebbe portato alla sua condanna nel Regno Unito, mentre in Italia il caso Claps continuava a restare sospeso attorno a una domanda essenziale: dov’era Elisa?
La risposta arrivò il 17 marzo 2010. Alcuni operai, saliti nel sottotetto della Santissima Trinità per verificare un’infiltrazione d’acqua, trovarono resti umani. Erano quelli di Elisa. Accanto al corpo c’erano l’orologio, gli occhiali, gli orecchini, i sandali e ciò che restava dei vestiti. Il reggiseno appariva tagliato, i jeans aperti. Gli accertamenti stabilirono che la morte risaliva al giorno stesso della scomparsa: Elisa era stata colpita più volte con un’arma da taglio. Sulla sua maglia le perizie dei RIS individuarono tracce biologiche attribuite a Restivo.
Da quel momento il percorso giudiziario diventò più rapido. Già condannato nel Regno Unito per l’omicidio di Heather Barnett, Restivo fu giudicato in Italia per la morte di Elisa con rito abbreviato. Nel novembre 2011 il Tribunale di Salerno gli inflisse trent’anni di reclusione. La condanna fu confermata in appello nell’aprile 2013 e divenne definitiva il 23 ottobre 2014, quando la Cassazione respinse il ricorso della difesa ed escluse soltanto l’aggravante della crudeltà, senza modificare la pena. Restivo è detenuto nel Regno Unito; al termine della detenzione britannica lo attende l’esecuzione della pena italiana.
La condanna, però, non ha mai chiuso tutte le domande. Anzi, ne ha lasciata una al centro della vicenda: possibile che il corpo di Elisa sia rimasto per diciassette anni in quel luogo senza che nessuno lo vedesse? O qualcuno lo vide e tacque? Su questa ipotesi si è già celebrato un processo a Potenza a carico di due donne delle pulizie della chiesa, accusate di false dichiarazioni al pubblico ministero nell’ambito degli accertamenti su un possibile rinvenimento precedente a quello ufficiale. In primo grado furono condannate a otto mesi, ma nel 2018 il processo d’appello si chiuse con la prescrizione del reato. Anche questo passaggio non ha dato una risposta definitiva nel merito, lasciando intatto il nodo che la famiglia Claps solleva da anni.
È dentro questo spazio, tra la verità processuale sull’assassino e la verità ancora incompleta sul contorno, che si muove il nuovo fascicolo potentino. Secondo quanto emerso, l’ipotesi è quella di un concorso in omicidio contro ignoti. Negli ultimi mesi sarebbero stati svolti nuovi accertamenti tecnico-scientifici, anche nel sottotetto della chiesa della Santissima Trinità. È un dato rilevante, perché sposta il tema dalle sole omissioni successive al delitto alla possibilità, ancora tutta da provare, che Restivo non abbia agito completamente da solo o che abbia potuto contare su aiuti, coperture o condotte idonee a proteggere la verità per un tempo lunghissimo.
L’esito non è scontato. Dopo tanti anni, ogni accertamento incontra difficoltà evidenti: persone morte, ricordi consumati, tracce disperse, atti già valutati, piste logorate dal tempo. Molto dipenderà anche dalla qualificazione giuridica dei fatti. Se l’ipotesi resterà quella del concorso in omicidio aggravato, il tema della prescrizione non potrà essere trattato come un ostacolo automatico. Se invece emergessero condotte autonome di favoreggiamento, falso, omissione o reticenza, il tempo trascorso diventerebbe un nodo decisivo. Ma il valore della riapertura sta già nel punto che riconosce: un caso può essere chiuso sul piano della responsabilità penale principale e restare aperto su quello della verità complessiva.
Per trentatré anni la famiglia Claps non ha chiesto solo che venisse condannato l’uomo che uccise Elisa. Ha chiesto anche di sapere perché la sua ricerca sia stata deviata così a lungo, perché l’ultimo luogo in cui era stata vista non sia stato esplorato fino in fondo, perché quel sottotetto sia rimasto fuori dallo sguardo degli investigatori, perché il corpo sia riemerso solo nel 2010. Sono domande che non appartengono soltanto al dolore privato di una famiglia. Riguardano il rapporto tra una comunità e la verità, tra un’indagine e i suoi vuoti, tra una sentenza e ciò che una sentenza non riesce sempre a illuminare.
La nuova inchiesta dovrà stabilire se per quelle domande esista ancora la possibilità di una una risposta giudiziaria. Non è detto che ci sia. Ma il fatto che la Procura di Potenza abbia scelto di riaprire quel fascicolo, lavorando sulle possibili complicità e sul mistero del ritrovamento, dice che il caso Claps non è solo la storia di un omicidio risolto. È anche la storia di una verità rimasta per troppo tempo chiusa nell’angusto spazio di un sottotetto, nella casa di chi, proprio per testimoniare la via, la verità e la vita, duemila anni fa finì i propri giorni terreni inchiodato su una croce.














