La ricina: storia criminale di un veleno senza antidoto

A Pietracatella, un paese del Basso Molise, la Procura di Larino indaga per duplice omicidio premeditato sulla morte di Antonella Di Ielsi, 50 anni, e della figlia Sara Di Vita, 15, decedute tra il 27 e il 28 dicembre all’ospedale Cardarelli di Campobasso. Per tre mesi l’ipotesi investigativa è rimasta quella dell’intossicazione alimentare; cinque medici sono stati indagati per omicidio colposo. La svolta arriva a fine marzo, quando il Centro antiveleni di Pavia individua tracce di ricina nel sangue di entrambe le vittime e in un capello di Antonella. Il fascicolo viene riqualificato, il reato ipotizzato diventa duplice omicidio premeditato mediante avvelenamento, al momento contro ignoti. La ricina, la tossina al centro di questa inchiesta, non è un veleno qualunque. Ha una storia criminale lunga mezzo secolo, e in ogni caso in cui è stata impiegata ha prodotto lo stesso schema: sintomi iniziali scambiati per altro, diagnosi tardiva, indagini che partono in ritardo.

Il 7 settembre 1978, sul ponte di Waterloo a Londra, lo scrittore e dissidente bulgaro Georgi Markov avverte un dolore acuto alla coscia destra mentre aspetta l’autobus per andare al lavoro alla BBC. Un passante lo ha urtato con un ombrello, ha mormorato una scusa e si è allontanato in taxi. Markov non ci fa caso. La sera la febbre sale, la moglie Annabel lo porta in ospedale. Quattro giorni dopo, l’11 settembre, Markov muore per arresto cardiaco. L’autopsia rivela una microcapsula del diametro di 1,7 millimetri, composta per il 90% di platino e per il 10% di iridio, con due fori rivestiti di una pellicola progettata per sciogliersi a 37 gradi: la temperatura del corpo umano. All’interno, tracce di ricina. L’ombrello, mai ritrovato, conteneva un meccanismo pneumatico in grado di sparare il proiettile nella gamba. L’omicidio viene attribuito ai servizi segreti bulgari, la Durzhavna Sigurnost (DS, Sicurezza dello Stato), con la collaborazione tecnica del KGB. Le indagini identificano nel 1993 l’agente Francesco Gullino, nome in codice “Piccadilly“, cittadino danese nato in Piemonte, unico operativo della DS presente a Londra in quel periodo. Gullino ammette lo spionaggio ma nega il coinvolgimento nell’omicidio. Il caso viene chiuso nel 2013, senza condanne. Una decina di giorni prima di Markov, lo stesso metodo era stato utilizzato contro un altro dissidente bulgaro, Vladimir Kostov, nella metropolitana di Parigi. Kostov sopravvive: gli abiti pesanti impediscono alla capsula una penetrazione sufficiente e la ricina non viene rilasciata completamente nel flusso sanguigno. Il caso Markov è il primo impiego documentato della ricina come arma per un omicidio mirato.

Ma il veleno ha una storia più lunga. Il Dipartimento della guerra degli Stati Uniti ne valuta l’uso già nel 1918; negli anni Quaranta Stati Uniti e Gran Bretagna studiano la ricina come arma biologica sotto il nome in codice “composto W“, sperimentando polveri inalabili; l’Iraq la inserisce in proiettili di artiglieria negli anni Ottanta. Nessuno di questi programmi porta a un impiego sul campo: la ricina viene scartata come arma di massa in favore dei gas nervini, più efficaci su larga scala. Rimane però uno strumento per omicidi individuali, perché combina tre caratteristiche rare: è letale in dosi minime, produce sintomi iniziali generici e non ha antidoto.

La ricina è una proteina contenuta nei semi del Ricinus communis, la pianta del ricino, diffusa in tutto il mondo a scopo ornamentale e industriale. Non va confusa con l’olio di ricino, che viene estratto e raffinato con processi che eliminano la proteina tossica. La dose letale media per l’uomo è stimata in circa 0,2 milligrammi per chilogrammo di peso corporeo per iniezione; per ingestione orale la quantità necessaria è superiore, perché parte della tossina viene degradata nel tratto gastrointestinale. I sintomi compaiono entro 4-12 ore dall’ingestione: nausea, vomito, diarrea, dolore addominale intenso. Segue disidratazione grave, ipotensione, insufficienza epatica e renale, collasso multiorgano. La morte sopraggiunge in genere tra le 36 e le 72 ore.

Il CDC (Centers for Disease Control and Prevention, il Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti) classifica la ricina come potenziale agente di bioterrorismo di categoria B. La diagnosi in tempo utile è il nodo critico. I sintomi iniziali sono indistinguibili da quelli di una tossinfezione alimentare o di una gastroenterite acuta; i test di laboratorio specifici per la ricina non fanno parte della routine di pronto soccorso e richiedono laboratori di riferimento specializzati. La ricinina, un alcaloide marcatore, è rilevabile nelle urine entro 48 ore, ma solo se qualcuno pensa di cercarla. In un contesto in cui l’avvelenamento non viene sospettato, la finestra diagnostica si chiude prima che le analisi vengano disposte. Questa dinamica si è ripetuta anche in anni recenti. Nel 2004 viene trovata ricina nell’ufficio postale del Senato degli Stati Uniti, in una lettera destinata al leader della maggioranza Bill Frist. Nel 2013 lettere contenenti ricina vengono inviate al presidente Barack Obama e al senatore Roger Wicker; nel 2020 una lettera analoga, intercettata dalla struttura di smistamento della Casa Bianca, è indirizzata a Donald Trump. In nessuno di questi casi il veleno raggiunge il destinatario.

In Italia, nel 2019, quattro giovani di Torino vengono arrestati dai carabinieri del ROS per tentato omicidio: hanno allestito un laboratorio clandestino in un garage per estrarre ricina dai semi acquistati online, con l’obiettivo di avvelenare un rivale in amore. La perizia disposta dal Tribunale di Torino stabilisce che la sostanza prodotta, se iniettata o inalata, avrebbe potuto uccidere perché “attiva e tossica”. Il primo tentativo di avvelenamento, compiuto versando la sostanza in un bicchiere di vodka durante una festa, fallisce perché la ricina non si scioglie nel liquido e si deposita sul fondo del bicchiere.

Il caso di Pietracatella, in cui tracce di ricina sono state individuate nel sangue e nei capelli di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, morte tra il 27 e il 28 dicembre, ripropone esattamente questo schema: sintomi iniziali scambiati per intossicazione alimentare, ricoveri e dimissioni dal pronto soccorso, aggravamento rapido e decesso. Ci sono voluti tre mesi perché il Centro antiveleni di Pavia identificasse la tossina e il fascicolo passasse da omicidio colposo a duplice omicidio premeditato. Tre mesi in cui la scena del possibile avvelenamento è rimasta contaminata, i cibi analizzati non hanno dato riscontri e cinque medici sono stati indagati per un errore che, probabilmente, nessuno di loro avrebbe potuto evitare. Il problema della ricina non è soltanto tossicologico: è diagnostico, investigativo e di sistema. Ha tutte le caratteristiche dell’arma per il delitto perfetto.

 

Author: Antonio Fusco

Laureato in Giurisprudenza e in Scienze delle pubbliche amministrazioni, ha conseguito il Master di secondo livello in Criminologia Forense ed è iscritto alla Società Italiana di Criminologia. Quale Dirigente della Polizia di Stato, attualmente in quiescenza, si è occupato di indagini di polizia giudiziaria, investigazioni e contrasto alla criminalità. Scrive romanzi crime per Giunti (serie delle indagini del commissario Casabona) e per Rizzoli (serie delle indagini dell'ispettore Massimo Valeri - l'Indiano). Alcuni dei suoi libri sono stati tradotti in Germania, Grecia e Turchia.

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