Chiavari, lunedì 6 maggio 1996. Nada Cella arriva al lavoro verso le otto e trentacinque. Ha ventiquattro anni, è la segretaria dello studio del commercialista Marco Soracco. Intorno alle nove qualcuno suona al citofono. Nada apre. Nello studio entra una persona che lei conosce. Hanno una discussione, poi l’aggressione. Nada viene colpita alla testa, almeno quindici volte. Riesce a raggiungere la scrivania, forse cerca di telefonare per chiedere aiuto. Viene raggiunta e colpita ancora, fino a sfondarle il cranio. Verso le nove e dieci Soracco scende dall’appartamento soprastante. Trova Nada in un lago di sangue, agonizzante. Morirà poche ore dopo senza aver ripreso conoscenza.
Da subito l’indagine si scontra con un dato materiale: la scena del crimine risulta fortemente contaminata. In particolare, la scala e il ballatoio davanti allo studio vengono lavati, cancellando tracce che avrebbero potuto essere utili. Vengono ascoltate quasi 300 persone, ci sono perquisizioni, sequestri, intercettazioni.
All’inizio, l’attenzione degli investigatori si concentra su Soracco. È lui il sospettato numero uno. La sua casa viene perquisita, viene interrogato più volte. Ma gli elementi raccolti non sono sufficienti e nel 1998 viene prosciolto.
Per pochi giorni, però, le indagini sfiorano un’altra persona. Anna Lucia Cecere, ventotto anni, donna delle pulizie che saltuariamente lavora come insegnante. Due testimoni l’hanno vista uscire trafelata dal palazzo quella mattina. I carabinieri perquisiscono la sua abitazione, a poche decine di metri dallo studio. In un cassetto trovano cinque bottoni molto particolari, con base metallica, una stella a cinque punte e la scritta “Great Seal of the State of Oklahoma“. Un bottone quasi identico, ma senza la ghiera metallica, è stato trovato sotto il corpo di Nada. Anna Lucia dice che appartengono a una giacca logora dell’ex fidanzato che ha buttato. I carabinieri cercano in casa una giacca senza bottoni ma non trovano niente. La pista viene archiviata dopo cinque giorni. I bottoni non vengono considerati un elemento importante.
Passano gli anni. Il caso sembra destinato all’oblio. Ma nel 2018 succede qualcosa. Una ricercatrice barese, Antonella Delfino Pesce, sta frequentando un master in Criminologia a Genova. Sceglie il caso Nada Cella per la tesi. La madre della vittima, Silvana Smaniotto, le affida uno scatolone pieno di carte. Dentro c’è il fascicolo dei carabinieri con l’indagine accantonata. Delfino Pesce sfoglia migliaia di pagine, passa ore a parlare con Silvana, recupera duemila pagine mancanti. Dalla seconda rilettura salta fuori l’indizio che lei considera decisivo, il verbale dei bottoni. Era tutto lì, dimenticato.
Nell’agosto 2021 la Procura di Genova riapre il caso. Anna Lucia Cecere viene iscritta nel registro degli indagati per omicidio volontario. Insieme a lei vengono indagati Marco Soracco e sua madre per favoreggiamento. L’ipotesi è che abbiano coperto la presunta assassina fin dall’inizio. Emergono incongruenze nelle loro dichiarazioni. Entrambi hanno sempre sostenuto di conoscere poco Cecere, ma le intercettazioni del 1996 raccontano altro. Nei giorni precedenti all’omicidio Cecere aveva telefonato ripetutamente allo studio.
Nel marzo 2024 il giudice per le indagini preliminari decide il proscioglimento per tutti e tre. Non ci sono elementi sufficienti per una “ragionevole previsione di condanna“. Ma la procura fa ricorso e nel novembre 2024 la Corte d’Assise d’Appello annulla il proscioglimento.
Il processo si apre il 6 febbraio 2025. Secondo l’accusa, Cecere avrebbe ucciso Nada per gelosia e invidia. Durante il processo sfilano testimoni. Una donna racconta di aver parlato ai carabinieri in forma anonima all’epoca. Dice che Cecere le aveva confidato di essere rimasta infastidita da Nada. Ci sono telefonate sospette e un floppy disk scomparso, che a detta di Marisa Bacchioni (la madre di Soracco, che vive al piano sopra) Nadia avrebbe portato via dallo studio il sabato precedente la sua morte. La difesa di Cecere contesta tutto. I bottoni sono diversi, non ci sono prove concrete, nessuna traccia biologica. Tutto poggia su indizi.
Ieri l’altro, 15 gennaio 2026, dopo sei ore di camera di consiglio, la Corte d’Assise di Genova ha emesso la sentenza di primo grado. Anna Lucia Cecere è stata condannata a ventiquattro anni di reclusione per l’omicidio di Nada Cella. Marco Soracco è stato condannato a due anni per favoreggiamento. La Corte ha escluso l’aggravante della crudeltà ma ha riconosciuto quella dei futili motivi. La procura aveva chiesto l’ergastolo. In aula c’era solo Silvia Cella, cugina di Nada, che è scoppiata in lacrime. La madre Silvana era a casa con Antonella Delfino Pesce ad attendere la sentenza.
La Corte ha disposto novanta giorni per le motivazioni. Si tratta di una sentenza di primo grado, quindi non definitiva. Come ha sottolineato il procuratore capo di Genova, è il primo cold case per cui è stata emessa una sentenza senza la prova scientifica. Nessun DNA, nessuna traccia biologica, nessun filmato, nessuna arma. Solo indizi convergenti, testimonianze, ricostruzioni. Una condanna costruita sulla rilettura di vecchi atti, sulla rivalutazione di testimonianze dimenticate. La difesa sostiene che gli elementi sono insufficienti, che i bottoni non provano nulla, che manca qualsiasi prova diretta.
Nei prossimi mesi si saprà se questa ricostruzione reggerà nei gradi successivi di giudizio. Per ora resta una verità giudiziaria provvisoria, contestata, destinata a essere riesaminata in appello. La storia di Nada Cella non è ancora finita.














