C’è una bottiglia di vino in questa storia. Una bottiglia sciacquata, già pronta per la differenziata, che una donna decide di portare via di nascosto dalla casa della sorella in una sera di maggio del 2019. Quella donna si chiama Anna Maria Linsalata e non sa ancora che sta raccogliendo la prova che, tre anni dopo, contribuirà a mandare in carcere suo cognato per il resto della vita. Il cognato è Giampaolo Amato, 66 anni, oculista stimato, ex medico sociale della Virtus Pallacanestro Bologna dal 2013 al 2020, volto noto della buona borghesia felsinea. Due giorni fa, il 9 gennaio 2026, la Corte d’Assise d’Appello di Bologna ha confermato la condanna all’ergastolo emessa in primo grado nell’ottobre 2024. Per i giudici, Amato ha ucciso la moglie Isabella Linsalata, ginecologa di 62 anni, e la suocera Giulia Tateo, 87 anni, avvelenandole con un mix di Sevoflurano, un anestetico ospedaliero, e Midazolam, una potente benzodiazepina. Lo ha fatto per liberarsi di loro, ereditare le proprietà di famiglia e vivere senza ostacoli la relazione extraconiugale che portava avanti da anni. I due omicidi sono avvenuti nell’ottobre del 2021, a ventidue giorni di distanza l’uno dall’altro. Prima la suocera, trovata morta nel suo letto il 9 ottobre. Poi la moglie, rinvenuta senza vita la mattina del 31 ottobre. All’apparenza, due morti naturali. Nel sonno. In silenzio. Ma Anna Maria Linsalata non ci crede. È lei a chiedere con insistenza l’autopsia sul corpo della sorella. Ed è lei a consegnare ai carabinieri quella bottiglia tenuta in casa per tre anni. Le analisi confermano i suoi sospetti: residui di Midazolam nel vetro. La stessa sostanza ritrovata poi nei corpi di Isabella e della madre.
La storia di Giampaolo Amato e Isabella Linsalata è quella che l’accusa ha definito “una storia orribile, di gente perbene“. Una famiglia stile Mulino Bianco, come l’ha descritta persino la figlia della coppia durante il processo. Un matrimonio lungo quarant’anni, due figli, una casa in zona Murri, carriere solide, rispetto sociale. Ma dietro la facciata, un marito che conduceva una doppia vita. Isabella aveva scoperto il tradimento. Si era separata temporaneamente dal marito, poi lui era tornato, si era trasferito nello studio al piano terra dello stesso stabile, e lei sperava in una riconciliazione. Ma intanto accusava strani malori. Sonnolenza improvvisa, confusione, episodi inspiegabili. Alle amiche e alla sorella confidava che le tisane preparate dal marito erano “amarissime“. Nel 2019 esami delle urine rivelano valori altissimi di benzodiazepine. Ma Isabella non denuncia. “Non voleva creare problemi alla famiglia“, ha raccontato la sorella. “Mi disse di tenere i referti, che non voleva rovinare la vita ai figli“.
L’accusa ha ricostruito un piano meticoloso: Amato avrebbe somministrato il cocktail letale prima alla suocera, quasi come una prova generale, poi alla moglie. I farmaci sciolti nelle bevande, nelle tisane serali. Il movente, secondo i giudici, era duplice: sentimentale ed economico. Amato voleva vivere liberamente la sua storia con l’amante, ma voleva anche restare nella casa di famiglia e mettere le mani sulle proprietà della moglie. Nelle motivazioni della sentenza viene descritto come un “narcisista patologico“, un “manipolatore alimentato da un’altissima considerazione di sé“. Un uomo capace di pianificare un duplice omicidio con freddezza chirurgica.
Eppure c’è un elemento che rende questa storia meno netta di come appare nelle sentenze: i figli di Giampaolo Amato, Anna Chiara e Nicola, non si sono costituiti parte civile contro il padre. Lo hanno difeso pubblicamente, hanno scritto lettere per proclamarne l’innocenza, sono rimasti al suo fianco. Loro, che in questa vicenda hanno perso la madre e la nonna, credono che il padre non c’entri nulla. Una famiglia spaccata a metà: da una parte la zia che ha lottato per anni per far emergere quella che considera la verità, dall’altra i nipoti che quella verità non la riconoscono. “Sono stato dipinto come una persona che non sono mai stato“, ha detto Amato alla Corte prima della sentenza. “Come un essere avido e spregiudicato, in grado di far male alla donna con cui ha vissuto con amore per oltre quarant’anni. I miei figli non credono che io sia colpevole e mi hanno aiutato a sopportare il processo, la condanna e una lunga carcerazione“. Il fratello di Amato, sempre presente alle udienze, dopo il verdetto d’appello ha commentato: “Questa sentenza ci ha fatto capire che basta trovare una bottiglia in cantina per prendere un ergastolo“.
Due Corti hanno stabilito che Giampaolo Amato è colpevole. Le motivazioni della sentenza d’appello arriveranno entro novanta giorni, poi ci sarà la Cassazione. Amato è in carcere dall’aprile 2023, ha 66 anni e davanti a sé il fine pena mai. Ma resta una domanda che non si può ignorare: come si concilia la certezza di due condanne con il fatto che i figli della vittima, le persone che più di chiunque altro avrebbero interesse a vedere punito l’assassino della propria madre, siano convinti dell’innocenza del padre? È una domanda senza risposta semplice. Forse quei figli non vogliono accettare una realtà troppo dolorosa. Forse conoscono dinamiche familiari che non sono emerse in aula. O forse, semplicemente, hanno ragione loro. A volte la verità giudiziaria e quella umana non coincidono. E in questa storia di tisane amare, bottiglie conservate e famiglie spezzate, il dubbio resta lì, sospeso, anche dopo due ergastoli.












