Per comprendere meglio quello che sta accadendo negli ultimi giorni a Garlasco, polemiche, sospetti e dinamiche, bisogna fare un viaggio indietro nel tempo e tornare agli anni 2000, quando negli Stati Uniti andò in onda la prima puntata della serie CSI (Crime Scene Investigation). Da lì ebbe inizio una narrazione che, nel tempo, ha convinto milioni di persone in tutto il mondo che basta una fibra, una macchia, un’impronta per smascherare il colpevole di un delitto. La scienza può dare tutte le risposte, bisogna solo formulare le domande giuste.
Nel 2005 la febbre contagiò anche l’Italia: arrivò RIS Delitti imperfetti. Il modello americano aveva trovato casa a Parma, con divise e nomi di reparti veri. Gli stessi uomini raccoglievano le tracce, le esaminavano, interrogavano i sospettati e risolvevano il caso. Una semplificazione funzionale alla fiction, dalla quale, però, si ricavava un’idea sbagliata delle indagini: che il laboratorio potesse fare tutto in modo infallibile e che il resto fosse quasi superfluo. Nacque così quell’aspettativa che si indica con “effetto CSI”. Quella pretesa che motiva la vittima del furto di una bicicletta a chiedere l’intervento della Scientifica per rilevare impronte e DNA sulla catena che è stata forzata.
A seguire, attorno alle investigazioni scientifiche è cresciuto un circuito di ospitate televisive, libri, convegni e conferenze. Il prestigio del Reparto, amplificato dalle serie tv, è diventato notorietà personale, spendibile anche professionalmente, rendendo possibile a qualcuno la costruzione di una seconda carriera più gratificante e remunerativa della prima.
Oggi, a un quarto di secolo di distanza dalla nascita del mito dell’investigatore da laboratorio, bisognerebbe tornare a vedere le cose per quelle che sono realmente. Per farlo bisogna necessariamente togliere a questi reparti l’identità che la fiction ha cucito loro addosso. Il RIS è un reparto dell’Arma, così come la Polizia scientifica appartiene alla Polizia di Stato. Carabinieri e poliziotti con competenze specialistiche assistono altri carabinieri e poliziotti incaricati delle indagini. Chi segue il caso mette insieme gli accertamenti tecnici, le testimonianze, gli alibi, gli spostamenti e riferisce al pubblico ministero. Il reparto scientifico non è un terzo potere investigativo, collocato accanto alla polizia giudiziaria e alla Procura ma uno strumento tecnico al servizio di questi ultimi.
Eppure, nel dibattito su Garlasco, ormai sembra che tutto ruoti intorno al RIS e agli accertamenti di natura tecnica. Dove è finito il pubblico ministero che diresse le indagini, la figura alla quale il codice di procedura penale affida proprio il compito di dirigerle? E dove sono finiti gli ufficiali di polizia giudiziaria dei reparti investigativi dei Carabinieri che le condussero nel loro complesso? Chi scelse le piste da seguire, cercò riscontri, valutò gli elementi raccolti e preparò la ricostruzione da sottoporre ai giudici? Non si può ridurre tutta la vicenda di Garlasco al sopralluogo scientifico e alle analisi di laboratorio, addossando tutti i mali dell’indagine a un paio di ufficiali del RIS. Anche se sulle analisi del 2007 stanno emergendo problemi di documentazione e di chiarezza che richiedono spiegazioni. Le responsabilità degli specialisti vanno accertate, ma non possono diventare un comodo riparo per tutti gli altri.
Questo non significa ridurre gli specialisti a meri esecutori. Sono professionisti che hanno la responsabilità di scegliere e applicare correttamente i metodi, interpretare i risultati e rispondere delle proprie conclusioni. Ma il DNA attribuito a una persona non racconta da solo quando sia stato depositato, attraverso quale contatto e perché si trovi lì. Una traccia può essere incompleta o deteriorata. Una compatibilità può riguardare anche molte altre persone. Per passare da un risultato alla ricostruzione di un omicidio occorrono molti altri elementi. La parola “scientifico” non è di per sé risolutiva a prescindere.
Anche i pubblici ministeri e magistrati giudicanti dovrebbero avere una maggiore consapevolezza di ciò e non rinunciare a funzioni ed arretrare di fronte a responsabilità che fanno capo solo a loro. Funzioni e responsabilità che, se bene esercitate, a volte devono portare anche a mettere in dubbio l’affidabilità della prova scientifica o la sua utilità nel contesto di un impianto investigativo. Ogni volta che tale dubbio sia ritenuto ragionevole.